Daimon. L’ultimo canto di John Keats

L’ultimo canto di John Keats di Paolo Vanacore è lo spettacolo musicale diretto e interpretato da Gianni De Feo con l’amichevole partecipazione in voce di Leo Gullotta. “Vediamo il mondo una volta sola, da bambini. Il resto è memoria.” (Louise Glück).

In un freddo e ventoso autunno romano, il grande psicanalista e filosofo James Hillman percorre la strada lastricata di foglie di platano che dal lungotevere conduce alla Piramide Cestia, dove è situato il cimitero acattolico.  In una dimensione di pace quasi surreale, guidato da una forte volontà interiore, Hillman si dirige verso la lapide del poeta inglese John Keats morto a Roma nel 1821 all’età di 26 anni. Un sottile legame li unisce, un’idea antica e universale: l’idea di “fare anima”.

 

In questo stato meditativo il filosofo ripercorre le tracce della propria esistenza: la nascita ad Atlantic City sulle rive dell’Oceano, l’odore della sabbia, il rumore del mare, l’adolescenza trascorsa nell’hotel dei genitori, gli incontri con bambini di passaggio e il ripetersi di giochi destinati a frantumarsi senza pietà ad ogni loro partenza.

Fino a quando l’impatto karmico con un bambino di dieci anni come lui, una creatura misteriosa dallo sguardo profondo e caritatevole di nome John (casuale richiamo a Keats), risveglierà la sua coscienza. Da quel momento, da quello scambio breve ma intenso, Hillman riconoscerà, lungo tutto il percorso della sua crescita, la presenza di una guida incaricata a indicargli la strada che lo porterà al compimento della propria vocazione. È il Daimon, coscienza divina che da sempre ci accompagna nella realizzazione di quel destino, o disegno superiore, che la nostra anima ha scelto per noi prima ancora di nascere, ma che dimentichiamo nell’attimo stesso in cui veniamo al mondo.

In una trama narrativa che oscilla tra fantastico, reale e sovrannaturale, il filosofo Hillman riconosce nel poeta Keats il proprio Daimon. All’ombra della sua lapide nel cimitero acattolico romano, rivede lo sguardo del bambino John incontrato sulle rive dell’oceano ad Atlantic City tanti anni fa e mai più rivisto. Le tracce del destino si delineano e il cerchio si chiude.

Lo spettacolo fluttua in un’atmosfera onirica in cui si intersecano poesia, musica, danza e canzoni su immagini proiettate, segni astratti di colori contrastanti che danno forma alla parola seguendo il filo della narrazione.  Una narrazione contrappuntata da brevi picchi poetici su brandelli lirici dello stesso Keats, evocati dalla voce registrata di Leo Gullotta.

Due canzoni di Franco Battiato e una di Giuni Russo, cantate dal vivo, tracciano il percorso più intimo e suggestivo di questo viaggio dell’Anima, all’ombra della luce. Abbiamo intervistato Gianni de Feo e lui ci ha condotto con maestria e delicatezza all’interno di questa sua rappresentazione così densa della sua cifra esistenziale.

Uno spettacolo musicale dal titolo significativo: Daimon. Perché?

Daimon è un suono incisivo, vibrante, una nota che non viaggia da sola. Insieme al Daimon c’è il canto. È un canto che ci accompagna nella realtà onirica e non ci abbandona nella realtà quotidiana. È un’intuizione, forse una suggestione, ma è anche consapevolezza. Un ponte sospeso nel nulla da percorrere fino in fondo, fino a quell’ultimo canto dove tutte le armonie sono possibili. L’ultimo canto di John Keats come ultimo canto del Poeta. L’ultimo canto di chi si prepara a nuove trasformazioni, proiettato verso un “oltre” senza confini.

Il Daimon richiama il concetto di Hillman oppure è solo una casualità?

Rifacendosi al mito di Er di Platone, lo psicologo e filosofo americano James Hillman considera il Daimon come la nostra vocazione. Prima della nascita, l’anima sceglie per noi il disegno da compiersi durante il percorso terreno assegnandoci un compagno che ci guidi alla realizzazione del nostro destino, il Daimon appunto. Tutto questo viene dimenticato nell’attimo stesso in cui veniamo al mondo. Ognuno di noi ha la responsabilità di essere ciò che ha scelto di essere e nessuna colpa può essere attribuita ad altri al di fuori di noi. Non c’è dunque casualità nel nostro destino. Già molti anni fa, durante la mia adolescenza, mi imbattei su una frase di un filosofo (non ricordo chi) che mi colpì e mi affascinò molto: “Il caso non è altro che la maschera che dio indossa per non essere riconosciuto”. Non è dunque un caso se il mio percorso professionale mi ha guidato fino alla realizzazione di questo spettacolo.

Perché: “Vediamo il mondo una volta sola, da bambini. Il resto è memoria.” (Louise Glück)?

Perché credo che tutto quello che sperimentiamo nei primi anni di vita, quando è maggiormente intatta e pura la connessione con l’intuito l’ascolto e la percezione, rimanga impresso nella memoria. La distrazione obnubila la mente, ci allontana dal senso delle cose, offusca la percezione, uccide l’intuito. Dovremmo recuperare questa memoria. Si dice che invecchiando riaffiorano i ricordi d’infanzia, forse allo scopo di ricomporre il puzzle della vita, forse per approfondire il senso del presente. In fondo, come dice Freud, noi siamo il risultato della nostra infanzia.

Come si manifesta il Daimon?

Non so dire, non ho una risposta. Penso che ognuno faccia i conti col proprio esistere. Per rimanere nel tema dello spettacolo, il personaggio che racconto (Hillman) riconosce il proprio Daimon attraverso sporadici segnali frammentari, inizialmente disordinati, ma che diventano man mano memoria della propria vocazione. Ecco, seguendo la propria vocazione, quella che scegliamo per il compimento del nostro destino, risvegliamo il nostro spirito guida.

Cosa rappresenta per Hillman il poeta inglese John Keats?

L’americano Hillman riconosce nel poeta inglese Keats, vissuto più di cento anni prima di lui, il concetto di “fare anima”. Da qui Hillman comprende che il loro legame era già scritto.

La cifra del “fare anima” è ancora il significato è il significante della nostra consapevolezza di essere nel mondo?

Nel testo che rappresentiamo, il punto d’incontro tra i due personaggi, il filosofo americano e il poeta inglese, è proprio il “fare anima” inteso come superamento dei confini tra mondo visibile e quello invisibile. Due mondi che si incontrano nella Terra di Mezzo, che non ha collocazione né di tempo né di spazio. Quindi, “fare anima” è in sostanza la comprensione delle nostre origini, appunto della nostra consapevolezza. Recandosi nel cimitero acattolico di Roma, ai piedi della Piramide Cestia, dove è sepolto Keats, il personaggio James Hillman, in uno stato contemplativo di fronte alla lapide del poeta, rivede il disegno e lo scopo del  suo percorso terreno, quello che la sua anima aveva scelto per lui prima della nascita, la sua vocazione. Ovviamente, questa parte del racconto è frutto della trama fantasiosa dell’autore. Non dimentichiamo che ci muoviamo nella dimensione a tratti reale ma pure onirica e surreale di una rappresentazione teatrale.

Conoscere il proprio bambino interiore aiuta a incontrare la propria essenza?

Penso che dovremmo rimanere in costante contatto con il nostro bambino interiore. Ci aiuterebbe ad attraversare la vita con più leggerezza.

Il tema trattato è denso di significati il pubblico sarà pronto a cogliere anche il non detto?

Assolutamente sì. Il pubblico che sceglie di assistere ad uno spettacolo teatrale è assolutamente pronto a cogliere l’evento, ognuno a proprio modo. È un viaggio collettivo e il panorama che scorre cambia secondo il proprio modo di guardare. È un viaggio collettivo ma lo sguardo è individuale.

Il viaggio della vita che cos’è se cerchiamo il Daimon?

Non serve cercare il Daimon. La nostra guida interiore è costantemente al nostro fianco, dentro di noi, appunto. Dovremmo piuttosto acquisirne la consapevolezza, risvegliarlo e lasciarlo scorrere, cito il testo di Vanacore, “nell’incarno delle nostre incertezze”.

Il caso non esiste è l’alibi dello sciocco?

Ripeto quello che ho già detto: “Il caso è la maschera che dio indossa per non essere riconosciuto”. Risvegliando la nostra coscienza e connettendoci con il Tutto possiamo liberarci dalle maschere illusorie e comprendere il senso del nostro percorso, nel bene e nel male, oltre ogni giudizio.

L’anima ha davvero un codice?

Se riconosciamo la presenza di una guida divina o superiore, troveremo un codice che ci permetterà di connetterci con la nostra anima. La più pura, la più semplice verità.

È vero che per cambiare le cose bisogna innamorarsi?

Se lo chiedi a me, ti dico che sono costantemente innamorato seppure a volte le cose restano apparentemente ferme. Ma anche la staticità apparente delle cose può essere un’esperienza necessaria. Fermare il tempo può servire a identificarlo e a consacrarlo.

Anche in questo lavoro la “teoria della ghianda” è centrale?

La teoria della ghianda è centrale nel pensiero di Hillman e ovviamente si riflette nello spettacolo. Ognuno di noi viene al mondo con una precisa impronta, una forma interiore, un destino che deve essere realizzato. Il piccolo frutto della ghianda è l’origine di  una grande quercia.

Chi sono i compagni di viaggio in questo lavoro?

Molto più che compagni, sono contributi fondamentali per la realizzazione del progetto teatrale, lo stimolo e la marcia in più. In primis l’autore Paolo Vanacore con il quale avevamo già realizzato uno spettacolo andato in scena la scorsa stagione BAMBOLA – LA STRADA DI NICOLA. Questo testo è in parte l’approfondimento di alcune tematiche già toccate nel precedente lavoro. Allo stesso modo, il contributo musicale di Alessandro Panatteri che qui cura gli arrangiamenti delle canzoni che canterò, due di Franco Battiato e una di Giuni Russo, autori che non potevano mancare in un contesto dagli argomenti così sottili.  Ci saranno inoltre delle proiezioni che seguiranno tutta la trama narrativa, segni astratti, colorati o in bianco e nero, ad opera di Roberto Rinaldi. Alcuni versi lirici di John Keats sono stati registrati dalla voce di Leo Gullotta che ringraziamo per il suo amichevole e prezioso contributo. La voce di John keats invece è stata registrata da Dario Guidi. I video sono stati montati da Francesca Cutropia e Paolo Roberto Santo, che è anche autore delle foto di scena. Il disegno luci è di Francesco Bàrbera. Assistente alla regia Alessandra Ferro. Grazie all’ufficio stampa di Andrea Cavvazzini, Francesca Siciliano e Maresa Palmacci.

Un ringraziamento particolare alla IPAZIA production nella direzione di Donatella Busini che ha creduto e sostenuto questo folle carrozzone, senza se e senza ma.

Andrete in tour?

Per ora abbiamo una replica domenica 12 febbraio alle ore 18 presso i Magazzini Teatrali di Velletri. Stiamo lavorando perché il viaggio continui.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Chiudo con dei versi di John Keats, che sono poi quelli che chiudono anche lo spettacolo:

Le parole più belle

son spesso quelle non dette,

quelle che naufragano

nei silenzi”.

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