Nel cuore di Roma, negli spazi eleganti e silenziosi dello Studio Legale e Tributario CBA, prende vita “Chairman”, la mostra personale dell’artista Giovanni Trimani, a cura di Velia Littera per Galleria Pavart, con testo critico di Claudia Andreotta.

Un’esposizione che si sviluppa come un viaggio simbolico, dove la sediadiventa metafora della condizione umana: presenza e assenza, potere e fragilità, sostegno e limite.

Dopo il successo dell’inaugurazione del 4 giugno 2025, la mostra resterà visitabile per un intero anno, trasformando lo studio legale in un luogo di riflessione visiva e concettuale.

Abbiamo incontrato Giovanni Trimani per approfondire il significato di questo progetto, la sua visione artistica e la genesi di un’opera che interroga, smuove e ridefinisce il nostro modo di “stare al mondo”.

Giovanni, il titolo della mostra è “Chairman”. Cosa rappresenta per te questa parola e perché hai scelto proprio la figura della sedia come fulcro simbolico del tuo lavoro?

Chairman è una mostra che può definirsi un’antologica del Progetto AssediA. Sono esposte infatti opere dal 2016, anno di inizio del progetto, al 2024: dalle prime riflessioni sull’oggetto/soggetto sedia alle evoluzioni successive. E’ un corpus di 52 lavori che ben sintetizza il progetto a quasi dieci anni dall’inizio. Velia Littera, curatrice della mostra e direttrice di Pavart Gallery, ha selezionato le opere più importanti distribuendole in un percorso unitario. Chairman è composto dalle parole Chiar, sedia, e Man, uomo. L’uomo sedia oppure la sedia dell’uomo è una possibile lettura del titolo, ma anche presidente o capo in quanto siamo noi gli artefici del nostro destino. L’oggetto ed il soggetto si rincorrono sempre nelle mie opere e spesso si confondono, perché l’oggetto si fa soggetto.

Nella tua poetica la sedia perde la sua funzione statica per trasformarsi in qualcosa di fluido, instabile, perfino onirico. Qual è stato il momento o l’intuizione che ha dato inizio a questa esplorazione?

E’ nato tutto quasi per un gioco. Scrissi una poesia a settembre del 2016 che parlava di una sedia ed iniziai a pensare al tema della sedia. Dalla prima mostra del febbraio 2017 sono arrivato ad oggi trovando sempre nuove interpretazioni, letture e composizioni. La sedia è sempre quella, cambia il punto di osservazione.

In Chairman le sedie sembrano vibrare tra la realtà e il sogno, tra la presenza e l’assenza. Quanto c’è di autobiografico in queste sedie che sembrano parlare di equilibri esistenziali precari?

Parto sempre da un mio vissuto come naturale, ma cerco sempre di non essere autoreferenziale. La mia lettura del mondo vuole parlare a tutti, perché ognuno di noi gioisce e soffre in comunione con il prossimo. E’ vero che il mio dolore è specifico, ma possiamo trovare nelle nostre storie i ponti di dialogo e rispetto che ci fanno membri di una comunità più grande. La vita dell’artista è una vita precaria, sempre in bilico tra gioia e miseria.

La tua formazione artistica inizia con l’incontro con Franco Giacchieri nel 1987. In che modo questo incontro ha segnato il tuo approccio all’arte e al disegno?

Lo ha stravolto e lo ha stimolato. Giacchieri mi ha trasmesso l’amore per il fare, per il disegno per la pittura, la gioia di sporcarmi le mani di colore. L’ho ammirato sempre, adoravo vederlo disegnare, dipingere ed ascoltavo ogni suo insegnamento come un discepolo. Mi ha dato tantissimo perchè mi ha insegnato l’onestà e la pacatezza del mestiere.

Le opere esposte in questa mostra sembrano sospese, in bilico tra gravità e leggerezza. Quali tecniche e materiali hai utilizzato per ottenere questo effetto?

Tutte le opere sono realizzate con colori acrilici, una tecnica che ho iniziato ad usare dagli inizi degli anni ’90. Quasi tutte le opere sono su tela , solo alcune sono su tavola di legno. Fondamentale per me è la composizione. Ho studiato architettura e nelle mie opere cerco sempre una struttura complessa fatta di equilibri o movimenti sempre armonici.

Nel testo critico, Claudia Andreotta parla della tua capacità di congiungere “il peso dell’esistenza e la levità del sogno”. Come riesci a mantenere questo equilibrio nelle tue opere?

La storica dell’arte Claudia Andreotta conosce bene il mio lavoro ed ha colto uno dei tratti del mio carattere. La vita di ognuno di noi è composita e dinamica alcune volte purtroppo agghiacciante, ma è sempre cangiante. Come ho già detto parto sempre dal mio vissuto e dalla mia lettura del mondo che è spesso comune, convergente ed anche divergente con quella dell’altro diverso da me. C’è sempre però un terreno comune. L’uomo che conosce se stesso non vive più felicemente, ma più consapevolmente e sa dare un nome alle “cose”, nominare è l’atto della creazione. Io cerco un linguaggio comune non per banalizzare, ma per essere universale.

L’ambientazione della mostra in uno studio legale e tributario introduce un dialogo affascinante tra arte e diritto. Che tipo di riflessioni ti ha suscitato esporre in questo contesto?

La consuetudine è quella di pensare l’ambiente legale come sterile e ridondante, in realtà non lo è. Mino Maccari si laureò in legge e molti miei amici sono avvocati o hanno studiato legge. Conosco bene l’ambiente legale e so che è un esercizio mentale per decifrare i problemi. E’ molto vicino al mio lavoro che consiste nel non fermarmi all’apparenza, ma scavare e cercare le ragioni del presente. L’accoglienza nello studio legale e tributario CBA è stata fantastica, l’avvocato Stefano Petrecca è in questo senso un mecenate. Sono 5 anni che lo studio Cba di Roma investe sull’arte contemporanea ospitando ogni anno un artista diverso. Non è scontato ed è un’iniziativa molto bella. La sede è articolata e permette di allestire le opere in un percorso quasi museale.

La tua arte invita a “ripensare” oggetti quotidiani. Credi che oggi l’arte abbia il dovere di cambiare la percezione delle cose comuni?

Siamo noi a dover indirizzare la nostra percezione, l’arte suggerisce degli approcci, ma il lavoro è nostro. L’Arte Contemporanea, come in ogni epoca, deve parlare al proprio tempo con la prospettiva di sopravvivere ad esso. Non credo che l’essenza dell’essere umano sia cambiata in modo stravolgente nel corso dei secoli. Abbiamo cambiato e migliorato gli strumenti che ci collegano al mondo sensibile, ma i nostri bisogni sentimentali rimangono immutati come i nostri difetti.

Alcune delle tue sedie sembrano evocare il potere, altre la prigionia, altre ancora l’evasione. Come ti relazioni, a livello personale e creativo, con questi concetti?

“Con il mondo del potere non ho avuto che rapporti puerili” è una citazione di Osip Ėmil’evič Mandel’štam che mi ha sempre accompagnato fin da quando a 14 anni l’ho letta. Il potere è affascinante, è seduttivo, è inebriante, per alcuni è più appagante di altri piaceri terreni. Per me è utile, ma allo stesso tempo pericoloso se non utilizzato con equilibrio. Scelgo il mio posto al tavolo della vita e cerco di avere la posizione migliore. Io parlo di sedie, ma parlo in realtà di persone, caratteri, scelte e umanità. Siamo spesso chiusi, carcerati nei nostri egoismi e nel nostro negare all’altro la propria vita. L’essere umano non può sentirsi slegato dalla sua comunità.

C’è un’opera della mostra a cui ti senti particolarmente legato? Se sì, ci racconti la sua storia?

In realtà non ho mai avuto opere preferite o speciali. Quando lavoro ad una qualsiasi opera la immagino legata alla precedente ed alla successiva. Dal più piccolo schizzo realizzato su un tovagliolo alla tela più grande ogni opera è collegata per mano all’altra. Non dipingo per me stesso, lo faccio solo affinché vengano visti i miei lavori.

Il tuo processo creativo è definito da una pratica rigorosa e quotidiana. Come vivi oggi il mestiere dell’artista e quali sono le tue routine o rituali in studio?

Non smettendo mai di farmi domande su tutto ciò che vedo o sento. Mi alzo la mattina ed inizio a leggere le newsletter o altri articoli. Seguo i notiziari su più piattaforme ed inizio le mie riflessioni che mi accompagneranno durante la giornata.  Mi piace ordinare il mio mondo e le mie idee per poi spesso contraddirmi e trovare nuove chiavi di lettura.

Guardando al futuro, dopo Chairman, quale sarà la tua prossima “sedia”, ovvero il tuo prossimo punto d’osservazione o di partenza?

Non lo so, ma non mi spaventa non saperlo. Il 14 febbraio 2017 doveva essere solo “una mostra” e ne ho fatte sul tema sedia forse una ventina. Sono partito con un corpus di circa venti opere e non ho ancora finito di sviscerare tutte le riflessioni sul tema sedia. Per fortuna gli spunti non mancano mai. Ai funerali di papa Francesco due sedie all’interno della chiesa più grande della cristianità hanno disegnato il mondo, rappresentando il potere con due sedie e due persone spostando l’attenzione su quei pochi metri quadri. Una sedia vicino è stata lasciata vuota, su questa sedia “vuota” si è costruita una narrazione infinita. Tre sedie, due occupate ed una vuota ed il mondo si è fermato dimenticando il funerale di un papa… penso che spunti di riflessione ci siano sempre. La sedia è un oggetto comune che però ci accompagna dai primi passi fino alla nostra maturità coninvolgendoci spesso in scelte decisive, una sola sedia.

Chairman non è soltanto una mostra, ma una dichiarazione poetica sulla nostra relazione con lo spazio, con le strutture che ci sorreggono o ci imprigionano, con il desiderio di elevarsi e la paura di cadere.

Attraverso le opere di Giovanni Trimani, ci ritroviamo a osservare un oggetto quotidiano da un’angolazione nuova, quasi metafisica, che ci costringe a riflettere su chi siamo e su come abitiamo il nostro tempo.

Nel dialogo tra arte e diritto, tra sospensione e gravità, la mostra Chairman si impone come un’esperienza sensoriale e intellettuale profonda, capace di lasciare un segno che va oltre la visione estetica.

Un invito a “prendere posto” non solo davanti a un’opera, ma nel mondo, con consapevolezza e immaginazione.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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