Un dramma silenzioso tra le mura di una casa, un’ombra lunga fatta di dovere, declino e disperazione
Certe tragedie non urlano. Si sussurrano, con la voce bassa dei medicinali, con lo scricchiolio lieve di una porta che si chiude in una casa ordinata.
È lì che si consuma, forse, un delitto che ha il volto di un amore malato, e il sapore incolore del veleno.
Fabriano, maggio 2023. Una donna muore. Il marito – un medico stimato, figlio di un eroe partigiano – è oggi indagato per averla uccisa lentamente, ogni giorno, con un additivo alimentare letale: il nitrito di sodio.
Il fatto scuote una città. Ma dietro le accuse, dietro le parole dei tribunali, c’è molto di più.

C’è un uomo. Un’identità. Una solitudine che nessuno ha ascoltato.
Engles Profili non è solo un nome. È un simbolo. Il medico dei poveri, l’uomo che sfidò il fascismo, che salvò vite e fu fucilato per aver scelto la giustizia.
A lui è intitolato l’ospedale di Fabriano. Un tempio di memoria.
Vincenzo, suo figlio, ha vissuto tutta la vita con quel nome sulle spalle. Medico anche lui, riservato, senza figli.
Nel 2022 aveva donato al Comune la medaglia d’oro conferita al padre dal presidente Ciampi. Un gesto che sembrava raccontare orgoglio.
Ma forse era anche un modo per dire: “io ho finito”.
La moglie era malata. Degenerativa, si sussurra. Dipendente da lui. Da anni.
Non avevano figli. Solo una badante presente a ore, e una casa silenziosa.
Lui le somministrava medicinali ogni giorno. Era la sua terapia. Ma era anche la sua gabbia?
Il 19 maggio 2023, lui si sente male. Viene ricoverato. Il giorno dopo, anche lei ha un malore. Più grave.
Muore cinque giorni dopo.
Nel sangue, il veleno. Al 95%. Nitrito di sodio. Un killer invisibile.
Secondo la Procura, l’anziano medico avrebbe somministrato il nitrito ai farmaci della moglie.
E ne avrebbe assunto una dose anche lui. Per depistare.
In casa, il veleno non c’era. Ma un tecnico informatico, chiamato per sistemare un guasto, racconta di aver visto una boccetta nascosta.

Nel computer, sequestrato dopo il malore, ci sono ricerche su come acquistarlo.
E c’è una lettera. Una frase: “Ho trovato una soluzione definitiva per mia moglie”.
Non basta per condannarlo. Ma basta per tremare.
È stato un omicidio pietoso? Un atto d’amore terminale?
O è stato un gesto narcisistico, un modo per controllare anche l’ultimo respiro dell’altro?
Il fatto che abbia preso lui stesso il veleno – ma in piccole dosi – fa pensare a una messinscena.
Un copione in cui è lui a decidere tutto: chi vive, chi muore, come e quando.
Un uomo che si trasforma da curante in giudice.
Per amore? Per stanchezza? Per paura di restare solo?
Essere il figlio di un eroe può essere un onore, o un fardello.
Vincenzo Profili ha vissuto nella luce riflessa di un padre mitico.
Ma a 89 anni, con il corpo che cede, con la moglie malata, con le giornate scandite dalla routine della cura, forse non regge più.
Forse quel gesto, se confermato, è stato una ribellione finale.
Un modo distorto per dire: “Basta. Anche io sono stato un uomo. Non solo il figlio di qualcun altro”.
La giustizia farà il suo corso. Le accuse ci sono. Ma anche le ombre.
E in quelle ombre si annidano domande scomode.
Quante volte la cura diventa possesso?
Quante volte la pietà è solo un travestimento del potere?
Chi decide che la vita dell’altro non ha più senso?
Vincenzo Profili non parla. I suoi avvocati dicono che non dorme da due anni. Che non si dà pace.
Forse perché è innocente.
O forse perché è colpevole di qualcosa che va oltre l’omicidio.
Non sempre il male ha il volto del mostro. A volte, ha le mani stanche di un medico anziano. E uno sguardo pieno di una solitudine che nessuno ha voluto vedere.









