Nel panorama del jazz mondiale, Charlie Parker resta una figura quasi mitologica: genio assoluto, uomo fragile, artista capace di trasformare il dolore in linguaggio universale. Con Interplay, spettacolo intenso e visionario, l’autore ci accompagna dentro l’anima inquieta di “Bird”, esplorando non solo la rivoluzione musicale del bebop, ma anche il conflitto eterno tra istinto e ragione, creazione e spiegazione, libertà e autodistruzione. In questa intervista, si attraversano i temi più profondi dell’opera: il mistero del talento, la sofferenza trasformata in arte, la forza emotiva della musica e quella ricerca disperata di libertà che ha reso Charlie Parker una delle figure più affascinanti e indecifrabili del Novecento.

In “Interplay” Charlie Parker non è solo un musicista, ma quasi una forza irrazionale, indomabile. Cosa l’ha affascinata di più della sua figura umana oltre che artistica?

Direi che di lui mi ha colpito la grande capacità empatica. È la sua empatia a renderlo artista e creatore. Le sue composizioni non sono il frutto di uno studio accademico, di regole che pure conosceva, ma di un suo vissuto, di eventi che lo avevano segnato sin dall’infanzia, come la povertà estrema vissuta con la madre dopo l’abbandono del padre quando lui era un bambino, desideroso eppur privo di tante cose. La musica lo ha aiutato a sopravvivere a dolori e stenti, nella prima parte della sua vita è stata una salvezza. Ma oltre al vissuto, la sua grande capacità di osservazione, l’amore per la natura, la pietà e la considerazione nei confronti degli esseri umani ai margini della società, come i neri ma anche gli indiani nativi, gli hanno fornito un’infinita fonte di ispirazione. Così l’osservazione del volo degli uccelli, e per certe partiture sincopate che fanno pensare proprio a questo, è stato soprannominato “The bird”. Inoltre non tutti sanno che da autodidatta, ascoltava anche la musica classica, amava la poesia, e persino l’opera lirica italiana. Tutto questo non può essere soggetto a spiegazioni razionali, ma lasciato all’ambito sensazionale.

Nel testo emerge il conflitto tra chi crea e chi tenta di spiegare la creazione artistica. Crede che il talento autentico resti sempre, almeno in parte, indecifrabile?

Per le ragioni che ho detto prima si. Il talento è certamente qualcosa di innato, si nasce con un preciso talento, che poi può essere perfezionato con lo studio e l’esperienza su campo, ma non è ascrivibile a spiegazioni razionali.

Charlie Parker viene raccontato come un uomo divorato dagli eccessi e dalla propria fragilità. Quanto pensa che genialità e autodistruzione, nella nostra società, vengano ancora romanticizzate?

Non è detto che le personalità geniali debbano necessariamente essere portate all’autodistruzione. Tuttavia è vero che un vissuto di problemi, dolore e sofferenza, possono sfociare in qualcosa di estremamente significativo, se veicolati in determinate forme artistiche. In tutte le arti, molti hanno saputo trarre dalle loro sofferenze persino capolavori grandiosi, parlo di Mozart, Dostoevskij, Van Gogh, Marina Czetaeva, Frida Kahlo, e tanti altri. Forse questo accade perché attraverso l’arte il dolore viene in qualche modo esorcizzato. Non a caso Denis Diderot diceva: “Anche il dolore una volta scritto, diventa felicità”.

La sua scrittura restituisce una Roma teatrale dell’anima, ma qui entra nel cuore del jazz americano e del bebop. Quanto la musica ha influenzato la costruzione emotiva e narrativa dello spettacolo?

Veramente l’ispirazione più che dalla musica è scaturita dalla letteratura. Avevo letto tempo fa un racconto dello scrittore argentino Julio Cortazar: “Il persecutore”, chiaramente ispirato alla vita di Charlie Parker, che mi aveva talmente colpito e commosso da farmi decidere a scriverne qualcosa di teatralizzabile. Così mi sono tuffata nel mondo di un personaggio fatto soprattutto di musica, ma anche di tanta umanità.

Per gli scrittori americani influenzati dal be-bop il processo è stato l’opposto: loro sono partiti dall’ascolto – anche perché hanno avuto la fortuna di ascoltare quel genio dal vivo – e hanno cercato di portare nella letteratura un ritmo che potesse avvicinarsi a quello musicale. Questo è evidente nei romanzi di Kerouac, nelle poesie di Ginzberg e Gregory Corso, e altri di quella generazione.

Nel rapporto tra Charlie Parker e Bruno Werner si scontrano emozione e razionalità, istinto e controllo. È anche una metafora del nostro tempo, sempre più ossessionato dal bisogno di spiegare tutto?

Il rapporto tra Parker e Bruno, il giornalista critico “persecutore”, si presta a molte letture. Qui ci ho visto come paragone l’eterna diatriba tra istinto e ragione, un po’ come quello che è stato fra Mozart e Salieri, con le dovute differenze. E debbo dire che gli interpreti di Interplay: Ennio Coltorti e Massimo Napoli, incarnano perfettamente questo concetto.

Lei scrive che “gli uccelli, piuttosto che rassegnarsi alle gabbie, preferiscono volare via”. Secondo lei Charlie Parker stava cercando libertà, fuga o salvezza?

La libertà senz’altro: libertà dalla sofferenza, dalle regole costrittive di una società ingiusta, soprattutto per le minoranze, libertà dalla morte, inaccettabile per Charlie Parker – come può un padre accettare la morte di una figlia di due anni ? – La libertà rappresentata dagli uccelli…in volo.

Attraverso le parole dell’autore, Interplay si rivela molto più di un omaggio teatrale a Charlie Parker. È una riflessione sull’arte come necessità vitale, sulla genialità come territorio non completamente spiegabile, e sul dolore come possibile origine della bellezza. Parker emerge così non soltanto come musicista rivoluzionario, ma come simbolo universale di chi tenta, attraverso la creazione, di liberarsi dalle proprie gabbie interiori. Come gli uccelli evocati nello spettacolo, anche lui sembra aver inseguito fino all’ultimo un’unica, irriducibile aspirazione: il volo.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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