Ultimo Tramonto, Prima Alba – Il segreto che non osa farsi voce

Dicembre 1899.

Un secolo muore senza fare rumore. Un altro si prepara a nascere con la stessa timidezza con cui un bambino apre gli occhi.

C’è un momento, tra l’ultimo tramonto e la prima alba, in cui il mondo sembra trattenere il respiro. È lì che si colloca “Non dirlo ad alta voce”. In quella fessura fragile del tempo in cui l’Ottocento, secolo di onore e violenza, si accorge di essere diventato memoria.

Il 1899 non è solo una data. È una resa dei conti simbolica.

È la fine del mito del Grande West, dell’uomo solo contro il mondo. Da qui in avanti il nemico cambia volto: non è più fuori, ma dentro. Non è più una frontiera da conquistare, ma una coscienza da attraversare.

Roma — vecchia, avara, maligna — si fa teatro di questa frattura. Non è solo una città storica, ma una città interiore. Una città immobile, pesante, che grava sui protagonisti come una colpa ereditaria. Peppe, Oreste, Cosimo non combattono solo contro Bartolo, “Er Più de Roma”. Combattono contro la stasi, contro la paura di cambiare, contro il segreto che li abita.

“Non dicere ille secrita a bboce”.

Non pronunciare i desideri.

Non svegliare ciò che potrebbe avverarsi.

Non attirare la rovina.

Ma il silenzio non protegge. Il silenzio implode.

E nel cuore della miseria — economica, emotiva, spirituale — nasce la domanda più crudele: è possibile sognare quando tutto sembra già scritto?

Forse sì.

Forse no.

Forse l’unica ribellione possibile è fare qualcosa quando non se ne ha voglia.

E così il mito si scheggia.

L’eroe si incrina.

Il mostro ha paura.

La fiaba si sporca di terra e sangue.

E resta soltanto l’essere umano. Nudo. Confuso. Spaventato.

A proteggere l’unica creatura che valga ancora la pena salvare: il bambino interiore.

“Non dirlo ad alta voce” è ambientato nel dicembre del 1899, alla soglia di un nuovo secolo. Perché ha scelto proprio quel momento storico come cerniera simbolica tra speranza e paura?

Ho sempre trovato affascinanti, dal punto di vista narrativo, gli anni a cavallo fra la fine di un secolo e l’inizio del successivo. Quel senso metaforico di ultimo tramonto e prima alba che duellano alla morte per contendersi un breve lasso di tempo. Il cambiamento inevitabile porta con sé la malinconia dell’abbandono, ma anche il brivido di ciò che sarà. In particolare l’Ottocento, un secolo di onore e violenza, ci riporta subito alle epopee del Grande West. Il 1899 rappresenta, simbolicamente, la fine del mito. Da qui in poi non ci sarà più bisogno di quegli eroi, poiché non ci saranno più quei nemici da sconfiggere. Non più un uomo solo contro il mondo, ma un essere umano contro sé stesso. Non è rimasto più nessuno da salvare, se non il bambino interiore, confuso e spaventato. I nostri protagonisti dunque, seppur scolpiti nel marmo del mito, non possono fare a meno di porsi domande che ne scheggiano la pregiata superficie. Credo semplicemente che il 1899 mi abbia permesso di raccontare il mito attraverso la miseria.

Peppe, Oreste e Cosimo vivono in una Roma oscura, quasi sospesa tra fiaba e miseria. Che tipo di città ha voluto raccontare: una Roma storica, una Roma interiore o una metafora universale?

Direi un po’ ognuna di queste.

La storicità di Roma l’ho ricercata nel linguaggio, fisico e verbale, più che negli eventi realmente accaduti. Ho tentato di ricreare una “verità” del gesto e della parola. Una verità che fortunatamente non è del tutto vera, proprio perché resta una piccola fiaba.

C’è poi una Roma interiore che accomuna tutti i protagonisti e che porta con sé un respiro di morte. “Vecchia, avara e maligna”, come la definisce uno di loro. Le incertezze e le tante domande senza risposta muovono la trama, creano dubbi e paure, ma al tempo stesso costruiscono un’altra Roma, priva di alcuna speranza.

Infine come metafora universale dell’immobilità a scapito del movimento. Non solo la cruda violenza ma anche quell’eterna pigrizia che tutto addormenta. Che sia una visione interiore o reale, poco importa. Questa città rappresenta un peso enorme che ci sta crollando addosso. Bisogna fare qualcosa.

Bartolo, “Er Più de Roma”, sembra incarnare lo spirito di un’epoca al tramonto. È un antagonista, un burattinaio del destino o la personificazione delle paure collettive?

Bartolo è l’antagonista che l’eroe deve affrontare ma anche un mostro che abita dentro di noi. Come tale, meno lo si vuole guardare e più diventa grande. In questo 1899, “Er Più” è Roma e Roma è la stasi. Tuttavia anche l’immobilità è chiamata a lottare per restare tale. Bartolo ha i suoi mostri. Il villain non può più permettersi di nascere come figura ieratica e intoccabile. Egli infatti è conscio della fine e come tutti gli dei fatica a lasciare l’Olimpo. La conflittualità dei tempi che cambiano non risparmia nessuno.

Il detto romano “non dicere ille secrita a bboce” attraversa l’intera opera. Quanto conta, per lei, il tema del desiderio taciuto? È superstizione popolare o forma di autodifesa esistenziale?

Mi affascina l’intimità, in ogni suo corridoio, e ritengo che i desideri taciuti ne siano la manifestazione meno artificiale, insieme ai sogni. Sicuramente la visione di desiderio taciuto come superstizione popolare mi attrae in quanto creatrice di mistero, quindi di molte possibilità narrative. Ovviamente prediligo l’aspetto esistenziale, in cui il silenzio è un detonatore che conduce i protagonisti ad un lento sgretolarsi, poi ad un implosione, ed infine a nuove forme.

5. Parla di “Trilogia della Miseria”. La miseria è solo economica o anche emotiva, culturale, spirituale? Che tipo di umanità vuole mettere al centro di questo percorso?

In “Non dirlo ad alta voce” la miseria economica è la premessa da cui ho deciso di partire. Una miseria semplice e fruibile che potesse insinuarsi delicatamente nella complessità dell’animo umano. Per il secondo capitolo ho voluto provare il percorso inverso, partendo dalla miseria spirituale ed emotiva dei protagonisti, per svelare pian piano il contesto sociale in cui sono nati e cresciuti. Ma il progetto è solo in fase di sviluppo. Mi sto ancora divertendo a cercare il centro della miseria e mi sono dato tre testi per farlo. È solo un gioco. Serio, ma un gioco.

L’opera mescola terra, sangue e fiaba. Come ha lavorato con il cast — Gianluca Bruni, Matteo Matronola, Simone Lilliu e Stefano De Stefani — per trovare questo equilibrio tra realismo crudo e leggerezza poetica?

E’ un processo continuo di sviluppo e ascolto. Ritengo che un autore, una volta esaurita la sua grande cerca, debba chiarezza a sé stesso, dunque agli altri, su ciò che vuole raccontare. Altresì un attore ha l’obbligo di essere vivo in quel mondo, il che implica saper scombinare un po’ le carte messe in tavola dall’autore e dal regista. Soprendere e soprendersi, sempre. Ritengo che siamo sulla buona strada perché a volte hanno trovato leggerezza dove io vedevo crudeltà, e viceversa. Questa intelligenza attoriale sta rendendo il lavoro una vera opera collettiva.

Il cuore dello spettacolo sembra ruotare attorno a una domanda universale: è possibile sognare quando tutto sembra già scritto? Lei, personalmente, crede nel destino o nella ribellione ad esso?

Mi piace crederci come mi piace mangiare la cioccolata. Un piacere momentaneo a cui poi do la colpa. Quando mi accade qualcosa di magico, o di tragico, è perché era destino, ed eccomi subito al centro del mito. Un evasione che smorza la noia. E la miseria. La mia personale ribellione verso il destino è fare qualcosa quando non ne ho voglia. E spesso perdo.

Sebbene ambientata nel 1899, l’opera risuona profondamente contemporanea. Qual è il messaggio che desidera arrivi al pubblico di oggi, uscendo dal teatro dall’11 al 15 marzo?

Non ho un messaggio preciso. Non voglio gridare al pubblico di credere nei propri sogni. Vorrei che alla fine di tutto restasse la leggerezza. La leggerezza di poter andare avanti, ma anche di tornare indietro, senza paura di non rispettare il copione.

Il Novecento arriva senza fanfare.

Non c’è alcun dio che scenda dall’Olimpo, nessun eroe che trionfi, nessun villain che scompaia tra le fiamme. C’è solo un passaggio. Una soglia attraversata quasi distrattamente.

Bartolo resta uomo.

Peppe, Oreste, Cosimo restano fragili.

Roma resta Roma.

La miseria non sparisce. Cambia forma.

Il segreto non detto continua a vibrare nell’aria, ma non è più una superstizione. È una scelta. Taciere per paura o parlare per trasformarsi.

Forse il destino è solo una scusa elegante per non agire.

Forse la vera ribellione è la leggerezza.

Non quella superficiale, ma quella che permette di andare avanti.

E, se necessario, di tornare indietro.

Senza sentirsi traditori del copione.

Quando il pubblico esce dal teatro, tra l’11 e il 15 marzo, non porta con sé una morale. Porta una sensazione. Una possibilità.

Che anche nel punto più basso della miseria esista una crepa.

E che da quella crepa possa filtrare una prima alba.

Senza dirlo ad alta voce.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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