Roma, ferita e scena. Il Novecento come archivio vivente tra memoria, arti e comunità

Roma non conserva il Novecento nei musei soltanto.

Lo trattiene nei quartieri bombardati e ricostruiti, nei teatri popolari e nelle voci che hanno saputo trasformare il dolore in racconto, la censura in satira, la guerra in coscienza collettiva.

Pensare Roma come archivio vivente significa attraversarla non come sfondo, ma come corpo segnato, come scena che ancora oggi chiede di essere abitata, interrogata, performata.

Da questa consapevolezza nasce Roma Novecento – Forma et Performa, un progetto che intreccia formazione, teatro e memoria, restituendo alla città il suo ruolo di testimone attivo di un secolo breve e lacerante.

Il punto di partenza non può che essere una ferita: il bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio 1943. Un’immagine che non smette di parlare.

Roma come “archivio vivente” del Novecento: quando lavori su questo secolo attraverso la scena, qual è la prima immagine o ferita che ti viene incontro pensando alla città?Certamente il bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio del 1943.

Questo progetto intreccia formazione e performance. In che modo, secondo te, il lavoro pedagogico può diventare già di per sé un atto artistico e politico?Realizzare un progetto che prevede performance e percorsi formativi gratuiti ed intergenerazionali è un atto politico confermato e rafforzato dalla idea che memoria, conoscenza, partecipazione e arti possano/debbano favorire l’acquisizione di competenze che si riveleranno utili per proseguire e sviluppare questa progettualità.

Nel laboratorio affrontate temi come guerra, censura, ideologie, libertà. Che tipo di reazioni emotive vedi emergere oggi nei partecipanti, soprattutto nelle generazioni più giovani?

Le reazioni emotive sono forti quando si affrontano gli orrori del Novecento e molti dei partecipanti le confrontano con quanto oggi avviene nel Mondo. I giovani sottolineano l’esigenza inderogabile di un “richiamo alle arti” attraverso le quali si possono incentivare partecipazione e cittadinanza attiva.

Il Novecento è stato il secolo delle grandi maschere teatrali e popolari. Quanto Roma ha contribuito a costruire un modo tutto suo di stare in scena e nella vita?

Il secolo breve è stato raccontato, animato, vissuto (malgrado dittature e guerre) da Cinema, Teatro, Canzone, Musica, Arti visive. In questo quadro gli artisti romani o abitanti nella Capitale (Sordi, Fabrizi, Magnani, Vitti, Magni, Rossellini, Monicelli, Guttuso, De Gregori, Morricone…) e Roma hanno senz’altro contribuito ad una narrazione del Paese e ad una modalità di vivere gioie (poche) e dolori (tanti) ironica, satirica, antiretorica, leggera, mai egoistica e sempre artistica.

Dal café-chantant a Petrolini, da Garinei e Giovannini a Proietti: che cosa resta oggi di quella tradizione teatrale e musicale, e cosa invece rischiamo di perdere?

Il mondo si evolve, i temi e le problematiche cambiano (almeno così sembra) e quindi cambiano la narrazione, i bersagli della satira, la comicità, la scrittura, le produzioni, ma quegli artisti, autori, impresari rimangono scolpiti nella nostra tradizione e non si perderanno mai come non si perdono le radici italiane della Commedia dell’Arte o della Commedia musicale. Certo, artisti come Lina Cavalieri, Petrolini o Gigi Proietti possono ispirare altri artisti ma rimangono inimitabili. È evidente che per evitare la “dimenticanza” e la dispersione di questo nostro patrimonio è necessario l’impegno di artisti e operatori culturali.

Questo progetto è dichiaratamente intergenerazionale e inclusivo. Che valore ha, oggi, far dialogare età, esperienze e linguaggi diversi dentro uno spazio teatrale?

L’inclusione, la conoscenza, il dialogo intergenerazionale sono il motore del progetto. Se tutto ciò avviene in uno spazio teatrale i linguaggi, le esperienze diverse e i percorsi formativi diventano l’occasione per mettere in scena, attraverso le arti e la cultura, storie, memoria, scrittura, narrazione, arti ed artisti.

Nella performance finale la memoria diventa racconto corale. Quanto è importante, per te, che il teatro smetta di essere “monologo” e torni ad essere comunità?

In realtà, per me, il teatro non ha mai abbandonato la sua vocazione fondativa che è quella della condivisione di un pubblico etorogeneo che assiste come “comunione laica” ad uno spettacolo. Il problema è il progressivo allontanamento da questi momenti condivisi e collettivi. Compito di artisti, impresari, scuole, autori e istituzioni è quello di riattivare – anche attraverso incentivi – la partecipazione.


Se dovessi lasciare al pubblico una sola domanda dopo Roma Novecento – Forma et Performa, quale interrogativo vorresti che ognuno portasse con sé tornando a casa?

Non è una risposta semplice. Se abbiamo lavorato bene con il nostro progetto mi piacerebbe che ognuno uscisse da teatro e dai percorsi formativi con la domanda (e possibilmente con una idea di risposta): “Come posso contribuire a questa, inderogabile, esigenza di riattivare l’impegno culturale per contribuire – anche attraverso le Arti – al risveglio delle coscienze.

Alla fine, Roma Novecento non consegna risposte definitive.

Lascia invece una domanda sospesa, che vibra oltre la scena e accompagna il pubblico fuori dal teatro, dentro la città, prove­niente dal passato ma rivolta al presente.

In un tempo che rischia l’oblio, la frammentazione e il silenzio, il teatro torna ad essere ciò che è sempre stato nei momenti cruciali della storia: uno spazio di comunità, di coscienza e di responsabilità.

Non un monologo, ma un coro. Non una celebrazione nostalgica, ma un atto politico nel senso più profondo del termine.

Se Roma è davvero un archivio vivente del Novecento, allora la domanda finale non riguarda solo ciò che è stato, ma ciò che ciascuno di noi è disposto a fare oggi:

come riattivare, attraverso le arti, un impegno culturale capace di risvegliare le coscienze e restituire senso al nostro stare insieme.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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