Cigno, cigno. Il teatro che attraversa il dolore: dialogo con Antonio sul massacro del Circeo

Ci sono storie che il tempo non riesce a archiviare. Vicende che restano sospese, come una ferita che non smette di pulsare sotto la pelle del Paese. Il massacro del Circeo è una di queste: un trauma collettivo, un’ombra lunga che continua a sovrapporsi al presente. Raccontarlo non è un esercizio di memoria, ma un atto civile. Un gesto che chiede coraggio, lucidità, responsabilità.

Antonio Monaco questo coraggio lo ha avuto. Ha scelto di attraversare il dolore attraverso il teatro, di guardarlo in faccia, di restituirgli una forma scenica che non ammicca, che non indulge, che non compiace.

Cigno, Cigno non è solo uno spettacolo: è un corpo a corpo con ciò che siamo stati e con ciò che, purtroppo, potremmo essere ancora. È una domanda che risuona tra platea e palcoscenico: cosa resta di un orrore quando lo porti a teatro? E cosa cambia, dentro di noi, quando siamo costretti a farci testimoni senza più lo schermo a proteggerci?

Questo incontro con Antonio Monaco è un viaggio dentro quella scelta artistica e umana. Una discesa nella storia, nel potere, nella violenza di genere, nella responsabilità del racconto. Ma anche uno sguardo verso la speranza – minima, fragile, necessaria – che il teatro possa ancora smuovere, disturbare, trasformare.

Antonio, da dove nasce l’urgenza di portare in scena una storia tanto terribile e reale come quella del massacro del Circeo? Cosa ti ha spinto, artisticamente e umanamente, a confrontarti con un dolore collettivo così profondo?

Amo il teatro di cronaca. E gli anni Settanta sono stati un decennio particolarmente ricco di spunti. Nel 2022 ho messo in scena un testo, Articolo 90, ispirato all’omicidio della vigilatrice carceraria Germana Stefanini, uccisa da un gruppo armato affiliato alle brigate rosse. È una vicenda poco conosciuta, che la memoria collettiva ha probabilmente dimenticato, che forse si è persa nel marasma degli omicidi che hanno caratterizzato quegli anni, e nel mio piccolo ho cercato di riportarla alla luce. Quando ho scelto di portare in scena il massacro del Circeo l’ho fatto con tutt’altro intento, perché questa è invece una vicenda che tutti conoscono, anche solo per sentito dire. È stato un fatto che ha avuto una risonanza mediatica spaventosa. È una ferita collettiva. Che fa ancora male, nonostante siano passati 50 anni. Non ha niente di anacronistico: è tutto ancora fin troppo attuale.

Il titolo “Cigno, Cigno” evoca grazia, ma anche fragilità e morte. Perché questa scelta? Qual è il significato simbolico del “cigno” in relazione alla violenza narrata nello spettacolo?

“Cigno, cigno. C’è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola” è il messaggio che fu diramato dai carabinieri per segnalare una macchina sospetta, quellanella quale poi sono state ritrovare Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, appunto. È un dettaglio davvero minuscolo, che però suscita sempre tantissima curiosità negli spettatori, che fino alla fine si domandano il perché di questo titolo. E lo spettacolo si conclude proprio con questa frase, sciogliendo definitivamente ogni dubbio. Poi è chiaro che, al di là del riferimento storico legato al massacro del Circeo, il cigno è una creatura così poetica, così delicata, che rappresenta il perfetto contraltare della bestialità che ha caratterizzato la vicenda.  

Hai scelto di raccontare un fatto di cronaca nera attraverso un atto unico teatrale. Quali difficoltà e responsabilità comporta tradurre un orrore reale in linguaggio scenico, senza scadere nella morbosità o nel voyeurismo?

La scelta del linguaggio teatrale è stata una sfida e un esperimento al tempo stesso. Sia la televisione che i social oggi sono pieni di contenuti true crime. Ma lo schermo, piccolo o grande che sia, rappresenta sempre e comunque un filtro, una distanza tra te che guardi e la tragedia che viene raccontata. Mi sono domandato: che cosa succederebbe se eliminassimo quella barriera? Se portiamo queste vicende su un palcoscenico, quella distanza non c’è più. E questo, a livello emotivo, fa tanta differenza. Poi chiaramente si è trattato di bilanciare quella crudeltà proprio per non cadere nella morbosità e nel voyeurismo. La maggior parte delle violenze avviene infatti fuori scena. È un qualcosa che viene suggerito, che viene evocato, non viene mai sbattuto in faccia allo spettatore. Poi sicuramente c’è chi avrebbe preferito qualcosa del genere: alcune persone hanno sostenuto che lo spettacolo fosse troppo “leggero”, quasi una favoletta.

Lo spettacolo è stato descritto come “disturbante”, ma necessario. Secondo te, oggi, il teatro deve ancora disturbare per smuovere coscienze? O può essere anche un luogo di elaborazione e catarsi?

Penso che il teatro possa e debba fare entrambe le cose: disturba perché ti costringe a esserci dentro a livello fisico, non c’è più quel filtro, quella barriera che oggi più che mai è sempre presente tra noi e il resto del mondo; allo stesso tempo, questo fatto di essere costretti a condividere un “qui e ora” con altre persone offre la possibilità di rielaborare emozioni collettive e anche traumi collettivi, come in questo caso. E non è detto che questi traumi debbano necessariamente essere elaborati con il magone. Magari c’è chi riesce a elaborarli con un po’ più di leggerezza. Ognuno utilizza il linguaggio che gli è più congeniale.

Nella messa in scena emerge una profonda riflessione sul potere, sul patriarcato e sulla violenza di genere. In che modo Cigno, Cigno dialoga con il presente e con le forme contemporanee di misoginia e sopraffazione?

Il massacro del Circeo è stato una delle manifestazioni più brutali e allo stesso tempo rappresentative di quella cultura patriarcale e di quella misoginia che, per quanto in forme diverse, ancora oggi sopravvivono. I media e i social sono pieni di narrazioni che colpevolizzano le vittime, perché chissà come erano vestite, perché si sono appartate con un uomo che non conoscevano, perché hanno alzato troppo il gomito, perché hanno cambiato idea all’ultimo minuto…  È un qualcosa di molto difficile da stradicare.

Il massacro del Circeo è un trauma collettivo che ancora oggi parla al nostro Paese. Come hai lavorato con gli attori per restituire non solo l’orrore, ma anche la dignità delle vittime e la disumanità dei carnefici?

Qui c’è da fare un discorso diverso per gli attori e per le attrici. Per i primi, la difficoltà più grande è stata sicuramente riuscire a sospendere la propria moralità per incarnare la crudeltà di quegli aguzzini. Non è facile, da essere umano, riuscire a disumanizzarsi. Con le attrici abbiamo invece lavorato non soltanto dal punto di vista emotivo ma anche dal punto di vista fisico, perché mettere il proprio corpo a disposizione di uno spettacolo di questo tipo è tutt’altro che banale.

Il tempo, in “Cigno, Cigno”, sembra sospeso tra passato e presente. È una scelta estetica o etica? Vuoi dirci qualcosa sul linguaggio visivo e sonoro che hai adottato per amplificare questo effetto?

Direi entrambe. Un elemento sonoro ricorrente è il ticchettio di un orologio, che scandisce lo scorrere del tempo. Donatella Colasanti e Rosaria Lopez hanno trascorso 36 ore a Villa Moresca. Un giorno e mezzo senza mangiare, senza sapere se sarebbero tornate a casa, senza sapere quale altro orrore avrebbero dovuto sopportare. Quelle 36 ore devono essere sembrate un’eternità, per quelle due ragazze. In generale, il linguaggio sonoro è per me qualcosa di fondamentale, quasi più di quello visivo, nell’estetica di uno spettacolo, perché riesce sempre ad aprire i giusti cassetti emotivi, e questo non soltanto per gli spettatori ma anche per gli attori. È capitato diverse volte, per motivi logistici, di fare le prove senza il supporto della musica: quel che veniva fuori aveva sempre un che di grottesco. La musica indirizza e fomenta potentemente l’emotività degli attori. E in uno spettacolo come Cigno, Cignol’emotività è un fattore fondamentale.

Se dovessi definire con una sola parola ciò che lo spettatore porta via dopo aver visto “Cigno, Cigno”, quale sarebbe? E cosa speri resti dentro, una volta calato il sipario?

Direi “consapevolezza”. Consapevolezza del fatto che questa vicenda è accaduta cinquant’anni fa ma potrebbe accadere oggi, e di fatto succede ancora oggi, perché ancora oggi esistono queste dinamiche di potere tra uomo e donna. Certo, col tempo le donne hanno imparato a proteggersi: l’abitudine di condividere la posizione con le amiche è figlia proprio di tragedie come quella di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Ma dobbiamo essere consapevoli che queste abitudini, per quanto necessarie, sono comunque una sconfitta, perché insegnare alle ragazze a proteggersi non può essere l’unica soluzione. È necessario costruire una cultura del rispetto.

Quando si chiude il sipario su Cigno, Cigno, ciò che rimane non è solo l’eco di una tragedia che il Paese non può dimenticare. Rimane una domanda silenziosa, una chiamata alla consapevolezza. Antonio Monaco lo dice con chiarezza: il Circeo non è un fantasma del passato. È uno specchio. Un monito. Una responsabilità condivisa.Nel suo spettacolo, non c’è compiacimento del male, non c’è morbosità, non c’è voyeurismo. C’è il peso della realtà. C’è la dignità delle vittime, custodita con pudore. C’è la disumanità dei carnefici, messa a nudo senza attenuanti. C’è un ticchettio – quello dell’orologio – che non appartiene solo alle 36 ore di Villa Moresca, ma al nostro tempo presente, che continua a scandire un’urgenza culturale irrisolta.

Lo spettatore esce forse turbato, forse commosso, forse arrabbiato. Ma mai indifferente. Ed è proprio in quella non-indifferenza che il teatro ritrova il suo senso più antico e più necessario: ricordarci che la violenza non è un fatto privato, ma un trauma sociale. E che costruire una cultura del rispetto non è un obiettivo astratto, ma un compito quotidiano.

Perché il Circeo appartiene alla memoria. Ma il rispetto appartiene al presente. E alla responsabilità di ciascuno di noi.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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