Valentina Luporini: l’amore in scena, le radici nella voce

Una pianta da accudire, un amore che scompiglia le certezze, le canzoni di famiglia da riscoprire con una voce propria. Valentina Luporini porta al Teatro Trastevere Basilico & altri rimedi e Gaber sotto le stelle: due spettacoli che si incontrano sul terreno dei legami. In questa intervista racconta la vulnerabilità dell’innamoramento, il lavoro con suo padre Sandro e il coraggio di trasformare un’eredità artistica in una scelta personale.

Valentina, al Teatro Trastevere presenti due spettacoli: uno nasce dalla tua scrittura, l’altro dal repertorio di Gaber e di tuo padre. Perché hai scelto di portarli insieme e che cosa scopri di te passando dall’uno all’altro?

Credo che questi due spettacoli siano legati in maniera organica per due ragioni. La prima è l’amore: Basilico & altri rimedi è una storia d’amore, mentre Gaber sotto le stelle racconta il mio amore, profondo e complesso, per il repertorio di famiglia. La seconda è la collaborazione con mio padre. Basilico & altri rimedi è nato durante il lockdown, quando sono tornata a Viareggio dopo anni all’estero. L’ho scritto insieme a Duccio Nobili e Sandro ha seguito passo dopo passo la stesura del manoscritto, poi rielaborato teatralmente da Rose Marie Gatta. Anche Gaber sotto le stelle è cresciuto nel tempo con il suo accompagnamento. Portarli insieme mi sembra quindi il modo più naturale di presentarli: come un dittico, due spettacoli autonomi che dialogano fra loro. In fondo, entrambi raccontano il mio tentativo di trovare uno spazio personale fra ciò che ho ereditato e ciò che desidero creare. Per me, fare arte significa proprio questo: partire dalle proprie radici, allontanarsene quando necessario e trovare il modo di renderle davvero proprie.

In “Basilico & altri rimedi” una pianta diventa metafora della cura e dei legami. Da quale intuizione nasce questa immagine e che cosa ti permette di raccontare dell’amore?

Sono una persona che ha sempre riflettuto molto sulle proprie relazioni e che, in fondo, non ha legami particolarmente convenzionali. Una peculiarità che condivido con mio padre è che, una volta iniziata, una relazione non smette mai davvero di esistere: sono amica dei miei (e delle mie) ex e, generalmente, il rapporto si trasforma. Basilico & altri rimedi mette in scena una parentesi di questo percorso relazionale più ampio: il momento in cui ci innamoriamo e diventiamo fragili, vulnerabili, perché affidiamo a qualcun altro una parte di noi. Da qui nasce l’immagine della pianta. Io, per la verità, riesco a farle morire quasi tutte! Prendersene cura è complicato: bisogna capire di cosa hanno bisogno, imparare a riconoscere i segnali, trovare la giusta distanza fra il troppo e il troppo poco. Le piante, come gli innamorati, non sempre comunicano chiaramente ciò che serve loro per stare bene. E forse amare significa proprio questo: imparare ad ascoltare qualcosa che non sempre sappiamo interpretare, accettando anche la possibilità di sbagliare e fare un casino della madonna.

Nelle relazioni portiamo anche ciò che abbiamo vissuto prima di incontrarci. Come entrano i bagagli emotivi dei protagonisti nella vostra storia e quando diventano un ostacolo alla possibilità di amarsi?

I due protagonisti sono molto diversi. E quindi anche i loro bagagli (in senso anche letterale: sono diverse le valige che gli attori portano in scena). Agata è spavalda, sembra sapere sempre dove andare e come muoversi, ma dietro questo muro di difese nasconde qualcosa di molto fragile. Pietro, invece, è un insicuro cronico, un bambino che gioca, che vorrebbe essere all’altezza delle situazioni senza sapere bene come fare. Sono personaggi in un certo senso archetipali, che incarnano due modi diversi di stare al mondo e di proteggersi.

Quando si incontrano, questi due universi entrano in collisione: gli oggetti nelle valige si mescolano e ben presto, ciò che in un primo momento li attrae diventa ciò che li mette in difficoltà. Agata rischia di trasformare la propria forza in una corazza, Pietro di rifugiarsi nel suo essere infantile. I loro bagagli emotivi diventano un ostacolo quando impediscono loro di vedere davvero l’altro, al di là delle proprie paure e aspettative. Credo che innamorarsi significhi anche questo: incontrare qualcuno che, senza volerlo, mette in crisi il nostro sistema. La domanda è se siamo disposti a lasciare che accada, senza pretendere che l’altro diventi esattamente ciò di cui abbiamo bisogno.

Hai scelto di affrontare temi intimi attraverso l’ironia. Nel lavoro con Cristiano Arsì e la regista Rose Marie Gatta, come avete trovato l’equilibrio tra ciò che fa sorridere e ciò che può ferire?

Prendo il coraggio di dire che Pietro e Agata sono, almeno in parte, Cristiano e Valentina! Ho incontrato Cristiano a Roma, durante uno stage di clown, e ho capito subito che gli avrei chiesto di interpretare Pietro. Arsì è un attore tecnicamente impeccabile, ma soprattutto sa giocare, divertirsi e far divertire, nella vita come a teatro, che poi forse sono la stessa cosa. Credo che l’ironia nasca proprio da questa capacità di giocare anche con le cose più delicate.

Rose Marie Gatta è stata il pezzo decisivo del puzzle. È una professionista incredibile e la nostra è stata una collaborazione a 360 gradi: ha partecipato fin da subito alla riscrittura del testo e poi alla regia. Io ho un carattere piuttosto hitleriano quando si tratta delle mie creazioni e qualche mania di controllo. Lei ha saputo prendere in mano lo spettacolo senza mai tradirne il senso, ascoltando le mie esigenze e, a volte, riuscendo persino a farmi cambiare idea!  Un’altra persona essenziale è Duccio Nobili, con cui ho scritto il testo e che poi ha lavorato come aiuto regia, risolvendo anche molte situazioni pratiche complesse legate alla produzione in Italia di uno spettacolo firmato da una compagnia svizzera, il Collectif Humagine. Credo che l’equilibrio fra ironia e dolore nasca proprio da questo lavoro collettivo: potersi prendere gioco di sé, riconoscersi nelle fragilità dei personaggi e riderne, senza dimenticare mai che dietro una risata può esserci qualcosa che fa davvero male.

Essere figlia di Sandro Luporini significa avere un rapporto personale con un patrimonio che appartiene anche al pubblico. Quando quel mondo ha smesso di essere soltanto parte della tua storia familiare ed è diventato una tua scelta artistica?

Credo che ci abbia messo molto tempo. Fin da piccola ballavo e cantavo davanti allo specchio le canzoni di Gaber, e a quindici anni ho cantato C’è un’aria davanti a un gruppo di amici. Poi ho lasciato perdere quasi tutto, continuando a cantare soltanto ogni tanto. Ci sono voluti anni per riesumare questa parte di me. Avere un padre ingombrante come Sandro significa anche trovare il coraggio di allontanarsi per cercare una propria voce. Ho studiato in Belgio e in Germania e oggi vivo a Ginevra. L’occasione per tornare a quel repertorio è arrivata grazie a un’amica, Elena Panzera, che voleva organizzare un evento a Viareggio. Non avevo tempo di preparare altro, se non qualcosa che conoscevo davvero bene, quasi ancestralmente. L’occasione ha fatto l’uomo ladro! Con Gaber sotto le stelle ho trovato il modo di tenere insieme la mia partenza e le mie radici, il passato e il presente. Per me l’arte funziona così: non si butta via nulla, ma bisogna trasformare ciò che si eredita e renderlo autenticamente proprio. Lo spettacolo ha debuttato il 10 agosto 2024, la notte di San Lorenzo: la notte delle stelle cadenti e dei desideri. Mi piace pensare che questo spettacolo fosse un desiderio che aspettava da anni di essere espresso.

In “Gaber sotto le stelle” rileggi il Teatro Canzone attraverso percussioni brasiliane, elettronica e nuovi arrangiamenti curati con Diego Rodriguez. Che cosa ti guidava nella ricerca del suono e quali possibilità espressive hai scoperto nei brani?

Fin da subito ho sentito il bisogno di stravolgere il linguaggio musicale classico del Teatro Canzone di Gaber e Luporini. Volevo che passato e presente potessero convivere, accostando chitarra e voce, sonorità africane e, musica elettronica, fino ad arrivare alla trap. Il repertorio è lo stesso, ma cambia il modo di attraversarlo: cercavo una forma che mi permettesse di renderlo mio, senza perdere la complessità dei testi. In questa ricerca è stato fondamentale Diego Rodriguez, con cui ho curato gli arrangiamenti. Ha una capacità sorprendente di intuire ciò che cerco e di restituirmelo in forme musicali originali.

Gaber e Luporini hanno saputo mettere in discussione le nostre convinzioni, anche quelle più rassicuranti. Quale loro testo senti particolarmente vicino al presente e quale domanda vorresti che continuasse a porre agli spettatori?

È una domanda difficilissima, perché ce ne sarebbero tante, di canzoni da scegliere. Prendo Quando sarò capace di amare, che è anche una delle canzoni preferite di mio padre. L’ho inserita da poco nella scaletta di « Gaber sotto le stelle » e, la prima volta che l’ho suonata al pianoforte a Locarno, ero così emozionata che ho sbagliato praticamente tutti gli accordi! La scelgo perché mi sembra che oggi ci stiamo disabituando a una certa forma di amore incondizionato e naturale: la capacità di guardare davvero l’altro, di riconoscerne la fragilità e la bellezza senza però dover pensare che l’amore si debba praticare in un determinato modo specifico.  La domanda che vorrei restasse agli spettatori è proprio quella del titolo: quando saremo capaci di amare? Non intendo solo l’amore cosiddetto romantico, ma anche — e forse soprattutto — l’amore per l’Altro, inteso come diverso da noi. Credo che oggi sia una domanda più urgente che mai.

In “Gaber sotto le stelle” il pubblico partecipa alla dimensione scenica. Quanto sei disposta a lasciarti sorprendere da chi hai davanti e ricordi una reazione che abbia cambiato il tuo modo di vivere un brano?

Sono disposta a lasciarmi sorprendere al 100%, o quasi. Purché questo non comprometta la fruibilità dello spettacolo. Mi interessa profondamente la dimensione viva della musica e del teatro: in Gaber sotto le stelle il pubblico è un coprotagonista, e — spoiler alert — alcuni brani vengono persino ricomposti collettivamente.

Ricordo una replica a Vada, in prossimità dell’8 marzo. Avevo portato in scena delle mimose e, a un certo punto, ho deciso di distribuirle chiedendo chi fosse innamorato. Ne è nata una dichiarazione d’amore dal vivo: un uomo di 65 anni ha confessato i suoi sentimenti a una donna sua coetanea, con cui era migliore amico da una vita. Mi ha detto: «Non avevo mai avuto il coraggio, eppure era così semplice».

Chissà cosa è successo dopo! E chissà cosa succederà a Roma…

Nel racconto di Valentina, l’amore prende forme diverse: la cura imperfetta di una relazione, il dialogo con un padre, una canzone che cambia nell’incontro con il pubblico. E può accadere che il teatro dia a qualcuno il coraggio di pronunciare una dichiarazione rimasta in silenzio per anni. È forse qui che i due spettacoli si ritrovano: nella possibilità di esporsi, lasciarsi sorprendere e fare spazio all’altro.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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