Tutti hanno bisogno di una fuga. Anche da sé stessi

Fuggire non è sempre un atto di codardia. A volte è il primo passo per ritrovarsi. Ma da cosa stiamo scappando davvero? E chi ci inseguirà, una volta chiusa la porta dietro di noi?

La parola “fuga” ha un suono che inquieta e attrae. Evoca immagini forti: qualcuno che corre, che lascia, che rompe un equilibrio. Fuggire è spesso visto come un errore, una scelta vigliacca, una mancanza di coraggio. Ma la verità è che tutti, almeno una volta nella vita, hanno bisogno di fuggire. Anche da sé stessi.

Sì, anche da noi. Dal nostro sguardo, dalle aspettative che ci siamo cuciti addosso, dalle versioni di noi che abbiamo mantenuto troppo a lungo per compiacere gli altri.

E l’estate, con la sua luce impietosa e il suo silenzio pieno, spesso ci mette di fronte a quella voglia scomoda ma vera: scappare.

Non sempre si fugge da un luogo. A volte si fugge da un’identità

Ci sono persone che lasciano una casa, un partner, un lavoro. E poi ci sono fughe più sottili: quelle interiori. Quelle in cui non cambi città, ma cambi pelle. In cui non sposti il corpo, ma sposti l’asse della tua esistenza.

Fuggire da sé stessi, in fondo, è cercare un momento di tregua. Dal giudizio. Dal controllo. Dalla pressione di essere sempre all’altezza. È dire: “Per un po’, non voglio sapere chi sono. Voglio solo respirare.”

E anche questo, se ascoltato con onestà, può essere un gesto di cura.

Da cosa stiamo davvero scappando?

A volte pensiamo di voler scappare da una persona. O da una relazione che non funziona più. Ma in realtà stiamo tentando di fuggire da una versione di noi che non ci rappresenta più.

Altre volte vogliamo scappare da una quotidianità che ci soffoca. Ma il peso che ci stringe il petto non è il lunedì mattina. È l’assenza di significato, il non sentire più un senso in ciò che facciamo.

E poi ci sono quei momenti in cui sentiamo il bisogno di sparire. Di dissolverci. Di non rispondere. Ma non perché vogliamo davvero allontanarci dagli altri. Vogliamo solo trovare uno spazio dove finalmente non dover fingere.

Le forme più comuni della fuga emotiva

Non sempre la fuga è fisica. Esistono fughe invisibili, che viviamo ogni giorno:

  • Restare in silenzio quando vorremmo urlare.
  • Dire “va tutto bene” mentre dentro tutto crolla.
  • Scrollare per ore senza ascoltare ciò che proviamo.
  • Occupare ogni minuto per non pensare.
  • Cambiare città credendo che cambierà anche il dolore.

Fuggire, così come restare, non è giusto o sbagliato. Dipende da come lo facciamo e da cosa vogliamo imparare. La fuga può essere una via di sopravvivenza. O una scorciatoia per non guardarci davvero.

Quando la fuga diventa guarigione

C’è una fuga che non è rottura, ma rinascita. È quella che fai per amore di te, non per paura dell’altro. È quando ti allontani da una dinamica che ti prosciuga. Da una maschera che ti soffoca. Da un ruolo che non ti appartiene più.

In questi casi, la fuga non è diserzione. È un atto rivoluzionario di autenticità.

È l’inizio del ritorno a casa. Una casa che non è fatta di mattoni, ma di scelte vere. Di spazi tuoi. Di silenzi che curano.

Ma poi… si torna?

Fuggire non significa scomparire. Prima o poi si torna. E il ritorno può essere dolce, maturo, più consapevole. Si torna quando siamo pronti. Quando abbiamo fatto spazio. Quando non abbiamo più bisogno di difenderci.

Ma attenzione: non si torna mai uguali. Se la fuga è stata autentica, ci ha trasformati. E nel tornare, potremmo scoprire che alcune porte non si aprono più. Ma non fa paura, perché forse abbiamo finalmente imparato ad aprirne di nuove.

 

Call to action finale:

Hai mai sentito il bisogno di fuggire da te stessa?
Scrivimi nei commenti: da cosa stavi scappando… e cosa hai trovato lungo la strada.

Se questo articolo ti ha toccato il cuore, condividilo con qualcuno che forse sta cercando un varco per respirare.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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