Quanto tempo racconta una pozza di sangue? Il nodo dell’essiccazione nella scena del crimine di Garlasco

Ci sono dettagli, sulla scena di un crimine, che sembrano immobili. Una macchia. Una traccia. Un’impronta. Eppure anche il sangue cambia nel tempo.

Coagula, aumenta la propria viscosità, perde acqua, forma una pellicola superficiale, modifica progressivamente la propria risposta al contatto con un corpo o con un oggetto.

Ed è proprio il tempo il protagonista dello studio realizzato da Davide Pollak sulla prima pozza ematica osservabile nella scena del delitto di Garlasco, dove il 13 agosto 2007 venne uccisa Chiara Poggi.

Pollak concentra l’attenzione su un particolare: alcuni segni visibili all’interno della pozza, interpretati nel suo studio come solchi prodotti dal passaggio di polpastrelli, nocche o altra parte anatomica.

La domanda dalla quale parte il suo lavoro è apparentemente semplice: in quale stato doveva trovarsi il sangue perché quei solchi potessero mantenersi così definiti?

Da questa domanda ne nasce immediatamente un’altra, molto più delicata: quanto tempo doveva essere trascorso dalla formazione della pozza al momento in cui quelle tracce furono prodotte?

Lo studio di Pollak prevede un intervallo indicativo di 30-70 minuti, individuando nei 40-50 minuti un valore che considera medio-realistico nelle condizioni prese come riferimento: circa 23,5 °C, umidità relativa del 50%, superficie sostanzialmente non assorbente e una quantità di sangue stimata nell’ordine di 50-75 ml.

“Ma proprio in virtù delle variabili in gioco, con particolare riferimento alla temperatura più alta del piano terra (circa 4°) e un necessario margine di errore nello stabilire lo spessore della pozza (valutato nello studio intorno ai 2mm nei punti di maggiore altezza), l’autore ha sempre preferito parlare pubblicamente di un range di 20-40 minuti che, comunque, sarebbe sempre più che sufficiente a escludere del tutto che l’aggressione potesse essere racchiusa nell’intervallo temporale 9,12-9,35 e che di conseguenza avrebbe tenuto Stasi abbondantemente al di fuori della scena del crimine, con particolare riferimento a quella tempistica” racconta Pollak.

Una conclusione che, se confermata sperimentalmente sulle specifiche condizioni della scena, potrebbe avere implicazioni interessanti sulla ricostruzione temporale. Ma proprio per questo occorre capire dove finiscono i dati scientifici disponibili e dove comincia l’interpretazione applicata al caso concreto. Ne parliamo direttamente con l’autore dello studio.

Se vuoi saperne di più oltre a leggere l’intervista vai al link della live YouTube di lunedì 10 agosto alle ore 21:00: https://www.youtube.com/live/h2K_m4hCYXU?is=jpi7lvrYvudVfRXx


Davide, partiamo dall’inizio. Che cosa ti ha colpito osservando la prima pozza ematica della scena del crimine di Garlasco?

Mi ha colpito soprattutto la morfologia di alcuni segni presenti all’interno della pozza. Appaiono come solchi molto definiti, nei quali il sangue sembra essere stato rimosso o dilavato dal passaggio di una parte anatomica senza poi tornare significativamente a occupare lo spazio lasciato libero. È proprio questa caratteristica che mi ha portato a pormi una domanda: un segno del genere è compatibile con sangue appena fuoriuscito e ancora pienamente fluido? La mia ipotesi è che non lo sia.

Perché ritieni così importante la nitidezza del solco?

Perché un liquido sufficientemente fluido tende a redistribuirsi. Se facciamo passare un dito attraverso una sostanza molto liquida, possiamo certamente creare un solco nell’istante del passaggio, ma subito dopo il materiale tende, almeno parzialmente, a tornare nello spazio liberato. Quando invece aumenta la viscosità e comincia a svilupparsi una struttura superficiale più stabile, il comportamento cambia. Il solco può rimanere impresso. Ed è questa permanenza che considero il punto interessante delle fotografie.

Quindi il cuore della tua tesi non è semplicemente che il sangue fosse “secco”.

Esatto. E questa distinzione è fondamentale. Non sto sostenendo che la pozza dovesse essere completamente essiccata. Tra sangue appena versato e sangue completamente secco esistono diversi stadi intermedi.

Il punto che mi interessa è individuare il momento in cui il sangue ha perso una quota sufficiente della propria fluidità da permettere la formazione di un solco stabile e ben definito.

Nel tuo studio richiami cinque fasi dell’essiccazione. Possiamo spiegarle in maniera semplice?

Possiamo schematizzarle. In una prima fase abbiamo la coagulazione iniziale: il sangue comincia a modificarsi, ma mantiene ancora una notevole fluidità. Successivamente aumenta la componente gelatinosa e viscosa. Poi comincia l’essiccazione periferica: il bordo della pozza tende ad asciugarsi prima del centro.

Con il procedere del fenomeno aumenta anche l’essiccazione centrale e la superficie diventa progressivamente più resistente.

Infine si arriva all’essiccazione avanzata o completa, con caratteristiche morfologiche molto diverse da quelle iniziali.

Il passaggio interessante per il mio studio è quello intermedio, quando la pozza non è ancora completamente secca ma non si comporta più come sangue liberamente fluido.

Ed è lì che collochi la possibile formazione dei solchi osservati?

Sì. La mia interpretazione è che quei segni siano maggiormente compatibili con uno stadio nel quale la viscosità sia già significativamente aumentata e la superficie abbia acquisito una certa stabilità.

Arriviamo allora al dato centrale. Quanto tempo sarebbe necessario?

Sulla base della letteratura che ho preso in considerazione e delle condizioni ambientali assunte nello studio, la mia stima è nell’ordine dei 30-70 minuti, con un valore medio-realistico intorno ai 40-50 minuti. Ma bisogna sottolineare una parola: stima. Non è un cronometro capace di stabilire il minuto esatto.

Quindi non possiamo guardare una fotografia e affermare: “questa traccia è stata prodotta esattamente 47 minuti dopo”?

Assolutamente no. Il comportamento del sangue dipende da moltissimi fattori: temperatura, umidità, ventilazione, volume, superficie di contatto, spessore della pozza, caratteristiche individuali del sangue, ematocrito e coagulazione. Per questo parlo di un intervallo e non di un momento preciso.

Nel tuo studio consideri una quantità di circa 50-75 millilitri. Perché il volume è importante?

Perché una piccola goccia e una pozza di decine di millilitri non si asciugano nello stesso modo.

Il rapporto tra volume e superficie esposta modifica la dinamica dell’evaporazione. Una pozza importante può mantenere più a lungo una componente umida interna, mentre il bordo e la superficie possono evolvere più rapidamente.

Per questo non sarebbe corretto trasferire automaticamente il tempo di essiccazione di una singola goccia a una pozza di grandi dimensioni.

E la superficie?

È altrettanto importante. Nel lavoro ho assunto il pavimento come sostanzialmente non assorbente o scarsamente assorbente. Su una superficie porosa intervengono fenomeni di assorbimento che modificano radicalmente la dinamica.

Su una superficie non assorbente, invece, la perdita di acqua avviene prevalentemente attraverso evaporazione.

Hai utilizzato come riferimento 23,5 °C e un’umidità relativa del 50%. Perché?

Ho scelto condizioni prudenti rispetto alla mia stessa ipotesi. Il valore di temperatura utilizzato deriva dalle condizioni prese come riferimento nella documentazione disponibile e, in particolare, da rilevazioni relative alla zona della scala/cantina.

Il punto importante è che al piano terra, in agosto, la temperatura avrebbe potuto essere anche superiore.

E una temperatura superiore che conseguenza avrebbe?

In linea generale, a parità delle altre condizioni, potrebbe accelerare l’evaporazione.

Proprio per questo ho preferito non costruire il ragionamento sulla temperatura più favorevole alla mia ipotesi. Ho utilizzato un parametro più conservativo.

Questo significa che i 30-70 minuti rappresentano certamente il tempo reale della scena?

No. E sarebbe scientificamente scorretto dirlo. Rappresentano un intervallo stimato attraverso il confronto con studi sperimentali e condizioni assunte come compatibili. Per trasformarlo in una conclusione forense specifica sul caso sarebbe auspicabile una validazione sperimentale costruita il più fedelmente possibile sulle condizioni originarie: stessa superficie, volume comparabile, temperatura, umidità, ventilazione e sangue con caratteristiche controllate.

Questo è un punto molto importante. Il tuo studio formula quindi un’ipotesi verificabile?

Esattamente. Il valore di un’ipotesi scientifica sta anche nella sua falsificabilità.

Se qualcuno ricostruisse sperimentalmente quelle condizioni e dimostrasse che solchi con quella morfologia possono prodursi stabilmente dopo cinque o dieci minuti, sarebbe un risultato da prendere in considerazione. Allo stesso modo, se gli esperimenti confermassero tempi nell’ordine delle decine di minuti, l’ipotesi ne uscirebbe rafforzata.

C’è poi un’altra questione delicata. Il generale Luciano Garofano sembra abbia riferito pubblicamente di un’osservazione attribuita all’allora brigadiere Pennini, secondo cui il sangue sarebbe stato ancora liquido all’arrivo dei primi carabinieri. Che problema potrebbe porre questa affermazione rispetto al tuo studio?

Pone un problema cronologico molto interessante. Se prendessimo alla lettera l’affermazione secondo cui, molte ore dopo la finestra temporale tradizionalmente considerata per l’omicidio, una quantità significativa di sangue fosse ancora realmente liquida, dovremmo domandarci come questo dato possa conciliarsi con le normali dinamiche di coagulazione ed essiccazione in quelle condizioni ambientali.

È proprio qui che bisogna chiarire che cosa si intendesse concretamente con la parola “liquido”.

Perché “liquido” può essere una descrizione troppo generica?

Certamente. Un conto è un’osservazione tecnica, documentata attraverso parametri e prove.

Un altro è un’impressione visiva. Una pozza può apparire lucida o mantenere zone umide senza essere per questo equivalente a sangue appena fuoriuscito e liberamente fluido.

Quindi sarebbe necessario conoscere esattamente che cosa Pennini avesse osservato e che cosa intendesse descrivere.

Nel testo del tuo lavoro sei molto netto: se il sangue fosse stato realmente liquido all’arrivo di Stasi intorno alle 13.50, questo potrebbe avere conseguenze importanti sulla cronologia del delitto.

Sì, ma il ragionamento va espresso correttamente.

Non possiamo prendere una singola dichiarazione e trasformarla automaticamente in una nuova ora della morte. Possiamo però evidenziare una possibile incompatibilità che merita di essere spiegata.

Se la pozza si fosse formata nella mattinata e diverse ore dopo fosse ancora nelle condizioni fisiche del sangue appena versato, bisognerebbe individuare una spiegazione scientificamente plausibile. In assenza di tale spiegazione, bisogna chiedersi se il termine “liquido” descrivesse davvero lo stato fisico del sangue in maniera tecnicamente corretta.

Quindi non stai dicendo: “questo studio dimostra che Alberto Stasi non può essere stato l’assassino”?

No. Sarebbe un salto logico che il mio studio, da solo, non può sostenere.

Il mio lavoro riguarda una questione specifica: la compatibilità morfologica di determinati segni con differenti stadi di essiccazione di una pozza ematica. Le responsabilità penali sono un’altra questione e devono essere valutate sull’insieme degli elementi processuali.

Però, se la tua ipotesi fosse confermata, potrebbe incidere sulla ricostruzione della sequenza degli eventi.

Questo sì. Se si riuscisse a dimostrare sperimentalmente che quei solchi richiedono necessariamente un intervallo significativo tra la formazione della pozza e il loro passaggio, avremmo un elemento temporale da integrare nella ricostruzione della scena.

Non direbbe automaticamente chi ha ucciso Chiara Poggi. Direbbe qualcosa sul quando è avvenuto un determinato passaggio all’interno di quella pozza. Ed è già un’informazione importante.

C’è poi la questione delle scarpe di Alberto Stasi. Nel tuo testo ipotizzi che uno stato più avanzato del sangue possa essere compatibile con il distacco relativamente rapido delle tracce ematiche dalle suole. Perché?

Perché sangue fresco e sangue parzialmente coagulato o essiccato possono avere comportamenti differenti nell’adesione e nel successivo trasferimento. La mia considerazione è che uno stato non completamente liquido potrebbe contribuire a spiegare determinate caratteristiche del trasferimento ematico.

Ma anche qui sarebbe necessario un esperimento specifico sulle suole, sui materiali e sulle condizioni effettive.

Quindi anche questo aspetto dovrebbe essere testato?

Assolutamente sì. In una questione forense non basta che una spiegazione sia intuitivamente convincente.

Deve essere riproducibile.

Bisognerebbe utilizzare calzature comparabili, stessa tipologia di pavimentazione, quantità e stato del sangue controllati e misurare progressivamente trasferimento e perdita della traccia durante il camminamento.

Quali sono gli studi scientifici principali sui quali hai costruito il lavoro?

Tra i riferimenti ci sono gli studi di Laan e collaboratori sulla morfologia e sulle dinamiche di essiccazione delle pozze di sangue, i lavori sull’influenza della coagulazione e quelli di Smith, Nicloux e Brutin sulla possibilità di utilizzare l’evoluzione delle pozze ematiche come strumento forense per una stima temporale.

Ho considerato anche gli studi di Ramsthaler e collaboratori sulle proprietà di essiccazione delle macchie ematiche su superfici comunemente presenti negli ambienti interni.

Da criminologa ti pongo però un problema metodologico: quanto possiamo trasferire i risultati ottenuti da uno studio a una scena del crimine avvenuta nel 2007?

È precisamente il limite da tenere presente. La letteratura fornisce modelli, intervalli e conoscenze sperimentali.

Una scena reale presenta però variabili che non possiamo ricostruire sempre perfettamente.

Per questo lo studio non dovrebbe essere letto come la pretesa di attribuire matematicamente un’ora alla pozza, ma come l’individuazione di una possibile incompatibilità fisica che meriterebbe un approfondimento sperimentale.

C’è un esperimento che vorresti vedere realizzato oggi?

Sì. Ricostruirei il più fedelmente possibile quella porzione della scena.

Utilizzerei piastrelle dello stesso materiale o con caratteristiche fisiche equivalenti, volumi differenti di sangue umano controllato, temperatura e umidità progressivamente variabili.

A intervalli regolari — per esempio 5, 10, 20, 30, 40, 50, 60 e 70 minuti — effettuerei passaggi standardizzati con una superficie anatomica o un simulante adeguato.

Poi confronterei morfologia, larghezza, profondità e tendenza alla richiusura dei solchi con le fotografie originali.

Una sorta di orologio sperimentale della pozza?

Esatto. Non un orologio perfetto, perché il sangue non è un cronometro. Ma una curva sperimentale di compatibilità. Potremmo dire: questa morfologia è altamente compatibile con determinati intervalli e poco compatibile con altri.

Questo sarebbe molto più rigoroso.

E se il risultato dicesse che quei solchi possono formarsi anche molto prima dei trenta minuti?

Bisognerebbe accettarlo. La scienza non serve a dimostrare una tesi precostituita. Serve a sottoporla a verifica.

E se invece confermasse che occorrono almeno trenta, quaranta o cinquanta minuti?

Allora avremmo un elemento nuovo da confrontare con la cronologia conosciuta della scena. E a quel punto sarebbe necessario chiedersi chi, quando e in quali circostanze abbia prodotto quelle tracce.

La domanda inevitabile diventa allora: quei solchi possono raccontare un passaggio avvenuto in un momento diverso da quello finora immaginato?

È la domanda dalla quale nasce tutto il lavoro. Non sostengo di avere una risposta definitiva.

Sostengo che la morfologia della pozza consenta di formulare quella domanda in termini scientifici.

Dopo tanti mesi di analisi sul caso Garlasco, perché un particolare apparentemente così piccolo può essere ancora importante?

Perché una scena del crimine è un sistema. Non esistono soltanto DNA, impronte digitali o grandi reperti. Esistono relazioni spaziali, trasferimenti, sovrapposizioni e trasformazioni della materia.

Una pozza di sangue non fotografa soltanto una ferita.

Fotografa anche il trascorrere del tempo. E se riusciamo a leggerne correttamente le trasformazioni, può aiutarci a ricostruire una sequenza.

Il punto più interessante dello studio di Davide Pollak, alla fine, forse non è un numero. Non sono necessariamente i trenta minuti.

Non sono i cinquanta. Non sono neppure i settanta.

Il punto è il tempo fisico della scena del crimine. Perché una ricostruzione investigativa deve necessariamente confrontarsi anche con le leggi della materia.

Il sangue coagula.

Il sangue evapora.

Il sangue cambia viscosità.

Interagisce con la temperatura, con l’umidità, con la superficie sulla quale cade e con ciò che successivamente lo attraversa.

E ogni trasformazione lascia una traccia.

Lo studio di Pollak propone che i solchi osservabili nella prima pozza ematica di Garlasco siano difficilmente compatibili con sangue appena fuoriuscito e completamente fluido e ipotizza, sulla base della letteratura presa in esame, un intervallo nell’ordine delle decine di minuti.

È una tesi. Non deve diventare una sentenza anticipata. Deve diventare, semmai, una domanda sperimentale.

Perché resta da stabilire se le condizioni studiate in laboratorio siano realmente sovrapponibili a quelle presenti nella villetta di via Pascoli il 13 agosto 2007; quale fosse il volume effettivo della pozza; quale la temperatura esatta in quel punto dell’abitazione; quale fosse il suo spessore; quando siano stati prodotti quei solchi e, prima ancora, che cosa li abbia realmente prodotti.

Ed esiste un’ulteriore domanda. Se qualcuno sostiene che diverse ore dopo il delitto il sangue fosse ancora “liquido”, che cosa significa esattamente quella parola?

Liquido come sangue appena versato?

Umido?

Lucido?

Parzialmente coagulato?

Con una componente centrale ancora fluida?

La differenza non è semantica. È forense. Ed è proprio qui che una vecchia fotografia può tornare a interrogarci. Perché forse la domanda più corretta non è:

«A che ora è stato versato quel sangue?».

Ma: «In quale momento della sua trasformazione qualcuno è passato attraverso quella pozza?».

E, soprattutto: chi è passato prima, chi è passato dopo e quale sequenza temporale ci raccontano davvero quelle tracce?

Nel caso Garlasco, diciannove anni dopo la morte di Chiara Poggi, anche una pozza di sangue può ancora porre domande alle quali la ricostruzione investigativa deve essere capace di rispondere.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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