Ci sono dettagli che restano per anni sotto gli occhi di tutti senza essere davvero visti. Una linea. Un’ombra. Una geometria sul pavimento. Poi qualcuno torna su quelle immagini, le osserva con uno sguardo diverso e quel particolare apparentemente marginale diventa una domanda. Nel caso di Garlasco, una di queste domande ha la forma di una “V”.
Luigi Grimaldi ci dice di averla individuata per la prima volta nel 2018 ma di non averla segnalata per una sorta di autocensura: «nessuno ne aveva mai parlato, credendo alla competenza dei RIs – racconta – mi sono fidato del loro prestigio come tanti altri». Poi il 28 dicembre 2025« a fronte degli innumerovoli e contraddittori errori emersi dalla analisi delle indagini del 2007» Grimaldi rianalizza le immagini della scena del crimine della villetta Poggi in modo critico e segnala per la prima volta questa faccenda spinosa della traccia a «V». Da allora quella geometria, descritta anche come una sorta di “coda di rondine”, è entrata in una discussione molto più ampia: può essere compatibile con la suola delle scarpe Lacoste indossate da Alberto Stasi quando, secondo il suo racconto, entrò nella villetta e scoprì il corpo di Chiara?
Il punto è delicatissimo.
Perché una parte del ragionamento utilizzato nella vicenda giudiziaria riguardava proprio l’assenza di tracce ematiche riconducibili alle scarpe con cui Stasi dichiarò di essere entrato nell’abitazione.
Oggi, secondo quanto ricostruito da Grimaldi, il RIS di Cagliari avrebbe rilevato che quelle geometrie ricordano le scolpiture delle Lacoste, pur ritenendo che le condizioni delle tracce non consentano una comparazione conclusiva. La Procura di Pavia, sempre secondo i documenti citati da Grimaldi, avrebbero attribuito a questa inconcludenza un valore dubitativo rispetto alla precedente affermazione dell’assenza di tracce. Una chiave che soddisferebbe sue condizioni utili per un processo di revisione: si tratta di un fatto nuovo del tutto (nessuna analisi in passato) e, in primis, questa lettura dubitativa mette in crisi il sillogismo giudiziario che escludeva in maniera assoluta la presenza di tracce del passaggio di Stasi scopritore.
Ma Grimaldi va oltre. Richiama lo studio del professor Mario Felici sulla compatibilità morfologica e soprattutto introduce un dato statistico: un Likelihood Ratio indicato nell’ordine di circa 19-20 milioni, calcolato assumendo come veri i dodici punti di corrispondenza individuati nello studio Felici.
Un numero impressionante. Ma che cosa significa davvero?
Significa che siamo davanti alla prova che quella traccia appartenga alle scarpe di Alberto Stasi? Oppure significa qualcosa di molto più circoscritto? E soprattutto: una traccia può davvero modificare la lettura di uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi vent’anni?
Ne parliamo direttamente con Luigi Grimaldi.

Luigi, partiamo dall’inizio. Quando hai visto per la prima volta quella “V”, hai immediatamente pensato alla suola delle Lacoste di Alberto Stasi?
Non parlerei di certezza immediata. Il punto di partenza è stato visivo: quella geometria mi ha colpito perché non sembrava semplicemente una macchia indistinta. Presentava una forma riconoscibile e ripetuta. Da lì nasce la domanda, non la risposta. Ho iniziato a confrontare ciò che vedevo con le caratteristiche della suola delle Lacoste indossate da Stasi e mi sono reso conto che esistevano elementi che meritavano un approfondimento. Il problema, secondo me, è che per molto tempo siamo stati abituati a ragionare partendo dall’affermazione: “le Lacoste non hanno lasciato tracce”. Io ho provato a rovesciare la prospettiva: siamo davvero sicuri che quelle tracce non esistano?
Perché questa eventuale traccia sarebbe così importante?
Perché tocca un punto molto delicato del ragionamento giudiziario. Semplificando molto: Stasi racconta di essere entrato nella villetta alle 13.50 e di aver scoperto il corpo di Chiara. Uno degli argomenti utilizzati contro il suo racconto è stato che chi attraversa una scena nella quale è presente sangue dovrebbe lasciare delle tracce. E le sue Lacoste, secondo quella ricostruzione, non le avrebbero lasciate. Quindi l’assenza delle tracce è diventata un elemento utilizzato per mettere in dubbio il racconto dello “Stasi scopritore”. Se però emerge una traccia potenzialmente compatibile con quelle scarpe, cambia almeno la domanda iniziale: possiamo continuare ad affermare con la stessa sicurezza che non abbia lasciato alcuna traccia?
Il RIS di Cagliari, però, non ha identificato quella “V” come impronta delle Lacoste di STasi, come si trattasse si una impronta digitale.
Assolutamente sì. Ed è fondamentale essere precisi. Il RIS non dice: “questa è l’impronta della scarpa di Alberto Stasi”.
Secondo quanto riportato nella documentazione, rileva che le geometrie a “V” ricordano le scolpiture delle Lacoste, ma che sovrapposizioni, incompletezza e incertezza dei margini (nel 2007 il Ris e la BPA di Garofano hanno semplicemente ignorato quella traccia come se non esostesse nonostante fosse nei pressi della zona rossa dell’aggressione – davanti alle scale della cantina) non permettono una comparazione conclusiva.
Ma è interessante anche ciò che viene dopo: i magistrati di Pavia considerano questa inconcludenza comunque capace, almeno in termini dubitativi, di mettere in discussione la premessa secondo cui Stasi non avrebbe lasciato tracce. Ed è esattamente qui che, secondo me, sta la rilevanza della questione.
Quindi non stiamo parlando di una prova di innocenza?
No. E credo che utilizzare espressioni del genere sarebbe sbagliato. Stiamo parlando di un elemento che potrebbe incidere sulla tenuta di un passaggio chiave della sentenza di condanna.
In un caso complesso come Garlasco bisogna evitare sia l’atteggiamento di chi vuole trasformare ogni novità nella “prova definitiva”, sia quello opposto di chi liquida qualsiasi elemento nuovo come irrilevante.
La domanda dovrebbe essere: questo elemento modifica ciò che credevamo di sapere?
Se la risposta è sì, la procura ne è convinta e lo ha messo nero su bianco nella relazione finale allegata alla chiousura delle indagini firmata da Rizza, De Stefano e Civardi.
Poi arriva lo studio del professor Mario Felici. Che cosa aggiunge?
Aggiunge un’analisi morfologica. Il punto di partenza è proprio il limite indicato dal RIS: l’immagine disponibile non è specifica è un ingrebdimento di un dettaglio tratto da una panoramica e non consente un’identificazione certa, una attribuzione.
Felici affronta però un’altra domanda: anche se non possiamo identificare quella traccia in maniera individualizzante, possiamo valutarne la compatibilità con quella determinata tipologia di suola?
Il procedimento descritto comprende il raddrizzamento prospettico della piastrella, l’aumento del contrasto, le misurazioni, il ribaltamento dell’immagine della scarpa destra e quindi la sovrapposizione in scala.
Da questa analisi emergerebbero 12 punti di compatibilità: la cosiddetta spina di pesce, la forma a V, il bordo laterale e altri particolari.
Arriviamo al numero che inevitabilmente colpisce: circa 20 milioni. Cosa significa?
È probabilmente il punto che deve essere spiegato con maggiore attenzione, perché un numero del genere rischia di essere interpretato male.
Nel calcolo riportato in un mio articolo si assumono come veri i dodici punti di corrispondenza individuati nella relazione Felici e si confrontano due ipotesi.
In estrema sintesi: quanto è più probabile che quella configurazione derivi dalla suola considerata rispetto all’ipotesi di una strisciata casuale?
Il Likelihood Ratio indicato è nell’ordine di 1,9 per 10 alla settima, quindi circa 19 milioni.
Ma attenzione: questo significa che, date le assunzioni utilizzate nel calcolo, quella configurazione risulterebbe enormemente più supportata dall’ipotesi della compatibilità con quel modello di suola rispetto all’ipotesi casuale considerata.
Quella precisazione “date le assunzioni” è fondamentale, però.
Fondamentale. Il calcolo assume come veri i dodici punti di corrispondenza della relazione Felici.
Quindi il dato statistico non può essere separato dalla validità delle condizioni di partenza. È esattamente così che dovrebbe funzionare il confronto scientifico: non innamorarsi del numero, ma verificare metodo, assunzioni, dati e possibilità di replicare il risultato.
Io sostengo che un dato del genere meriti di essere discusso e verificato, non liquidato con una battuta.
Il generale Luciano Garofano ha sollevato però un’obiezione molto intuitiva: se Stasi fosse passato sulla scena, perché troviamo così poche presunte impronte? “Le persone non volano”.
È un’obiezione intuitivamente molto efficace, ma mette a confronto due situazioni fisiche non confontabili.
L’assassino si muove sulla scena durante l’aggressione quando oggettivamente il sangue è fresco, purtroppoabbondante e facilmente trasferibile. Per questo troviamo una sequenza di impronte (in tutto solo 12)riconducibili alla suola cosiddetta “a pallini”.
Stasi, in base ai dati disponinili, può essere entrato a partire dalle 13.50. Ore dopo. Stando alla consulenza Cattaneo da un massimo di 3 ore e 50 munuti a un minimo di un’ora e 35 miniti più tardi.
Nel frattempo, il sangue ha modificato le sue caratteristiche fisiche e modificato viscosità e capacità di trasferimento. Non possiamo automaticamente aspettarci che una persona che attraversa una scena ore dopo produca la stessa quantità e la stessa qualità di impronte prodotte da chi si muove nel sangue fresco. In più la permanenza del killer dalle suole a pallini è stata come minimo 10 volte più lunga dei pochissimi minuti che Stasi può aver impiegato per la sua perlustrazione.
Però Garofano pone una domanda legittima: se c’è una “V”, perché non ce ne sono molte altre?
La domanda è legittima. È la conclusione automatica che contesto.
L’assenza di una sequenza completa non dimostra necessariamente che una traccia parziale non possa essere stata prodotta.
Bisogna considerare dove la persona cammina, quanto materiale trasferibile incontra, quanto sangue aderisce alla suola, quanto è asciutto e che tipo di movimento compie. Per questo ritengo più corretto chiedere agli esperti se, nelle condizioni specifiche della scena, sia fisicamente plausibile lasciare poche tracce parziali. È una domanda sperimentale, non retorica.
C’è un rischio di confirmation bias? Cioè: vediamo una V perché stiamo cercando proprio la V delle Lacoste?
È un’obiezione seria. Ogni analisi retrospettiva può essere esposta al rischio di vedere ciò che si sta cercando.
Se qualcuno dimostra scientificamente che quelle corrispondenze sono artefatti, coincidenze o conseguenza dell’elaborazione dell’immagine, bisognerà prenderne atto. Ma la stessa apertura deve esserci nell’altra direzione. Non possiamo dire che una cosa non esiste semplicemente perché mette in discussione una ricostruzione diversa.
Un’altra ipotesi avanzata è che quella forma possa derivare da una strisciata o persino dalle dita della vittima. Perché non ti convince?
Perché, secondo l’analisi che riporto, non bisogna guardare soltanto alla forma generale della V. Il problema è la combinazione dei particolari.
Le V annidate, l’angolo, il bordo laterale, la posizione di determinati elementi rispetto alla struttura della suola e gli altri punti indicati nell’analisi.
Una spiegazione alternativa dovrebbe riuscire a spiegare l’intera configurazione almeno altrettanto bene. Dire semplicemente “potrebbe essere una strisciata” a fronte di una analisi specifica non fatta quando si poteva fare, non basta.
Da psicoterapeuta e criminologa ti pongo una questione che considero centrale: quanto è pericoloso trasformare la compatibilità in identificazione?
Una caratteristica di classe può permetterci di dire che qualcosa è compatibile con un modello e una taglia, ma non necessariamente che appartenga a quella specifica scarpa indossata da quella specifica persona.
Il passaggio da “compatibile con” a “appartiene a” richiede un livello probatorio completamente diverso. Per questo la discussione dovrebbe rimanere molto rigorosa. Il fatto è che esiste una controprova: sono state repertate 26 paia si scarpe di persone intervenute sulla scena del crimine: nessuna di questa morfologicamente ha la minima compatibilità con le tracce a «V».
E allora che cosa dimostrerebbe davvero questa traccia, qualora la compatibilità venisse confermata?
Potrebbe dimostrare qualcosa di più limitato ma giudiziariamente molto interessante: che l’affermazione secondo cui non esisterebbero tracce compatibili con le Lacoste sulla scena potrebbe non essere più sostenibile in termini assoluti. E questo potrebbe incidere sulla valutazione del racconto dell’ingresso di Stasi. Non dimostrerebbe chi ha ucciso Chiara.
Non cancellerebbe automaticamente gli altri elementi processuali.
Ma potrebbe smontare il sillogismo giudiziario su cui è stata costruita a prova gravissima secondo cui Stasi conoscesse la scena del crimine in quanro assassino .
In fondo, Luigi, stai dicendo che il vero tema è verificare se una delle certezze utilizzate contro di lui sia ancora davvero una certezza.
Esattamente. È questo il punto che considero più importante.
La scienza forense non dovrebbe servire né per condannare né per assolvere mediaticamente qualcuno.
Dovrebbe aiutarci a capire meglio i fatti. Se per anni abbiamo detto “quella traccia non esiste” e oggi scopriamo che potrebbe esistere, dobbiamo studiarlapartendo dagli assunti della procura di Pavia e dalla analisi del Ris di Cagliari. Semplificando quando il colonnello Berti sottoscrive che non è possinile una «comparazione», attesta che se non si può affermare con certezza che quella traccia provenga certamente dalla calzatura di Stasi, parallelamente attesta che non si può neppure escludere con altrettanta certezza che non sia frutto di una stampa di quella suola.
Poi saranno gli esperti, i consulenti, i periti e soprattutto la magistratura a stabilirne il valore.
Dopo tutte le polemiche, qual è la domanda che rivolgeresti ai tuoi detrattori?
Non chiederei loro di credere alla mia interpretazione.
Chiederei qualcosa di molto più semplice: analizziamo quella traccia senza pregiudizi?
Se alla dine il risultato non regge, lo si dirà. Se regge, bisognerà accettarne le conseguenze. È così che dovrebbe funzionare una discussione seria.
Ultima domanda. Dopo quasi vent’anni dal delitto di Chiara Poggi, che cosa ci insegna questa vicenda?
Che nelle indagini non esistono dettagli troppo piccoli per essere guardati e che è incredibile che una traccia evidente non sia stata analizzata nonostante fosse in un punto chiave di ogni possibile ricostruzione e a pochi centrimentri dalla «zona rossa del delitto».
Resta una “V”.
Piccola. Incompleta. Controversa.
Che però pone una domanda.
Nella ricerca della verità le domande diventano importanti proprio quando incrinano ciò che consideravamo definitivamente acquisito.
Se quella geometria fosse realmente compatibile con la suola delle Lacoste indossate da Stasi, il problema non sarebbe soltanto aver trovato una possibile impronta.
Il problema sarebbe scoprire che per anni abbiamo pronunciato una frase troppo definitiva: “Quella traccia non c’è”.
Forse la vera questione, oggi, non è stabilire immediatamente a chi appartenga quella “V”.
Hanno e abbiamo guardato davvero tutto ciò che avevamo davanti?
Perché le scene del crimine non parlano. Restano immobili.
Siamo noi che, qualche volta, dobbiamo imparare a interrogarle meglio, con il rigore che la ricerca della verità impone.
Nel caso Garlasco, quasi vent’anni dopo la morte di Chiara Poggi, una piccola geometria sul pavimento torna a ricordarci una regola essenziale dell’indagine: il dubbio non è il nemico della verità.
È spesso il luogo dal quale la ricerca della verità ricomincia.
