Il Mostro dagli Occhi Verdi. Francesca Bruni e il teatro che dà voce al silenzio

Ci sono spettacoli che nascono come intrattenimento, e altri che germogliano da una ferita, da un’urgenza che non lascia tregua. “Il Mostro dagli Occhi Verdi” appartiene alla seconda categoria. Dopo aver attraversato i destini storici di Maria Antonietta e l’amore tragico di Paolo e Francesca, la Bruni torna a teatro con un’opera che parla al presente, che mette a nudo le zone d’ombra delle relazioni e la violenza invisibile che troppo spesso si annida tra le mura domestiche. Un viaggio teatrale che è insieme personale e collettivo, intimo e universale, e che porta lo spettatore davanti a uno specchio scomodo ma necessario.

Francesca, dopo il successo di “Maria Antonietta” e “Paolo & Francesca”, torni con un lavoro molto diverso. Da dove nasce l’urgenza di scrivere e portare in scena Il Mostro dagli Occhi Verdi?

Nasce da un grido silenzioso che troppo spesso rimane intrappolato nelle case, nei cuori, nei sussurri che nessuno vuole ascoltare. Dopo aver dato voce a grandi figure del passato, ho sentito la necessità di raccontare qualcosa che brucia nel presente: la violenza invisibile, quella che ti consuma piano, senza lasciare lividi, ma solo ombre dentro. Era un’urgenza, non una scelta: se non l’avessi fatto, mi sarei sentita complice del silenzio viste le continue notizie di cronaca.

Otto personaggi interpretati da una sola attrice: come hai lavorato sulla costruzione delle voci, dei corpi e delle psicologie per renderli distinti e riconoscibili?

Ho ascoltato le loro voci dentro di me, come fantasmi che chiedevano di emergere. Avendo anche scritto il testo ho potuto immaginarli già in fase di scrittura. Ognuno di loro aveva un ritmo, una postura, un accento e un respiro diverso. Ho camminato con i loro corpi, ho pianto e ho riso con le loro anime, fino a quando non li ho sentiti indipendenti da me, come creature autonome. Sul palco, li lascio liberi di manifestarsi: sono io a prestare il corpo, ma sono loro a vivere.

Lo spettacolo affronta il tema della violenza psicologica e delle relazioni tossiche. Quanto c’è di personale in questo progetto e quanto di osservazione collettiva?

C’è molto di me, delle mie ferite, dei miei incontri, ma non è un’autobiografia. È un coro, un mosaico di voci che ho raccolto ascoltando donne, uomini, amiche, sconosciuti. È personale e universale insieme. Il dolore, purtroppo, non ha confini: mi limito a dargli una forma scenica.

Il titolo richiama Shakespeare e il “mostro” della gelosia. Ma tu allarghi il campo: controllo, umiliazione, perdita di sé. Come hai scelto di tradurre questi concetti sulla scena teatrale?

Il “mostro” non è un’ombra lontana, è un compagno che ti siede accanto, ti stringe la mano e intanto ti prosciuga. Ho scelto di renderlo palpabile attraverso le parole che diventano lame, i silenzi che diventano prigioni, i gesti che sembrano carezze ma sono catene. Il teatro è carne viva: lì, il concetto si fa respiro, il pensiero diventa ferita.

Il pubblico è chiamato a “comporre il puzzle” insieme a te. Credi che il teatro, più di altri linguaggi, abbia il potere di mettere lo spettatore dentro al conflitto interiore dei personaggi?

Sì. Il teatro non ti permette di stare comodo: non hai uno schermo che ti protegge, non puoi mettere in pausa. Sei lì, a pochi metri da un’anima che si squarcia davanti a te, e non puoi far altro che respirare insieme. È questo che amo: il teatro ti obbliga a sentire, a entrare dentro la vertigine. Anche per questo nei miei spettacoli scelgo spesso di rompere la quarta parete. All’inizio il pubblico reagisce con sorpresa, a volte anche con un po’ di timore, ma poi è sempre ciò che ricordano con più piacere. Non capita tutti i giorni di vedere la regina Maria Antonietta che ti parla dei suoi traumi guardandoti dritto negli occhi.

Il monologo alterna ironia, sarcasmo e dolore. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra leggerezza e drammaticità, evitando sia la retorica sia la pesantezza?

È stato come camminare su un filo teso. Il dolore, se lo carichi troppo, rischia di schiacciare lo spettatore. Ho cercato l’ironia come un contrappeso, un respiro, una fessura da cui entrare in un tema altrimenti insopportabile. L’umorismo non cancella la ferita, ma la rende più visibile, più vera.

Lo spettacolo debutta a Roma dopo l’anteprima internazionale di Ginevra. Hai percepito differenze nella ricezione del pubblico straniero rispetto a quello italiano?

A Ginevra ho visto uno sguardo straniero stupito, che coglieva il dramma con empatia sincera. Nonostante lo spettacolo fosse in italiano, con i sottotitoli in inglese e francese, ogni sera ho avuto l’onore di ricevere una standing ovation. Devo ammettere che mi ha sorpresa: non importa la lingua, il teatro sa arrivare dritto al cuore quando si toccano certe corde. In Italia mi aspetto qualcosa di diverso: lì il pubblico potrà specchiarsi nei miei personaggi, riconoscersi nei dialetti che uso, nelle sfumature che un non italofono inevitabilmente perde. E proprio questo, credo, renderà la connessione ancora più profonda e sincera.

In più occasioni hai dichiarato di voler raccontare il lato oscuro delle donne, senza retorica. Cosa speri che lo spettatore porti con sé, uscendo dalla sala, dopo aver incontrato “il mostro dagli occhi verdi”?

Spero che porti con sé la consapevolezza che il buio esiste e che bisogna nominarlo, guardarlo, spezzarne il potere. Vorrei che ognuno uscisse con un piccolo seme: il coraggio di riconoscere un “mostro” nella propria vita, e di non voltarsi dall’altra parte quando lo incontriamo negli occhi di chi amiamo o se scopriamo, ahimè, di averlo dentro.

“Il Mostro dagli Occhi Verdi” non è solo uno spettacolo: è un atto di resistenza, un invito a rompere il silenzio. Attraverso otto voci e infinite sfumature emotive, Francesca Bruni restituisce al pubblico la possibilità di guardare in faccia ciò che normalmente si evita: il controllo, la gelosia, la perdita di sé. Uscendo dalla sala, resta un senso di inquietudine, ma anche di forza: quella di poter riconoscere il “mostro”, dargli un nome e, finalmente, sottrargli potere. Perché il teatro, quando è vivo, non si limita a raccontare: cambia lo sguardo di chi ascolta.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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