Garlasco sale sul palco: Pino Rinaldi e il dovere di cercare la verità

Non è soltanto la storia di un delitto. È la storia di ciò che accade quando un delitto entra nelle nostre case, attraversa i tribunali, invade le televisioni e finisce per interrogare un intero Paese. Ci sono casi di cronaca che si chiudono dentro un fascicolo giudiziario. E ce ne sono altri che, invece, continuano a vivere nella coscienza collettiva.

Garlasco appartiene a questa seconda categoria.

Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi viene uccisa nella villetta di famiglia a Garlasco. Da quel momento comincia una vicenda giudiziaria, investigativa e mediatica destinata ad accompagnare l’Italia per anni.

Ma dietro ogni fotografia, ogni reperto, ogni perizia, ogni ricostruzione e ogni titolo di giornale resta una domanda tanto semplice quanto enorme: che cosa è accaduto davvero quella mattina?

È proprio da questa domanda che prende vita “Il Delitto di Garlasco: Indagini, processi e nuovi misteri”, l’evento-conferenza teatrale con cui Pino Rinaldi porta uno dei casi più controversi della cronaca nera italiana direttamente sul palcoscenico.

L’appuntamento è sabato 10 ottobre 2026 alle ore 21.15 al Teatro Manzoni di Massarosa, in provincia di Lucca.

Ma sarebbe riduttivo pensare a una semplice serata dedicata alla cronaca nera. Perché il punto centrale, questa volta, non è soltanto chiedersi chi abbia ucciso Chiara Poggi.

Il punto è interrogarsi sul nostro rapporto con la verità.

C’è una frase di Pino Rinaldi che racchiude perfettamente il senso dell’incontro: “la ricerca della verità viene prima di tutto. E soprattutto prima dello scoop”.

È una dichiarazione che dovrebbe sembrare scontata. E invece non lo è affatto. Chi si occupa di criminologia, psicologia e comunicazione sa quanto sia sottile il confine tra il diritto di raccontare e la tentazione di trasformare una tragedia in spettacolo.

Quando un delitto diventa mediatico, infatti, accade qualcosa di particolare: progressivamente le persone coinvolte rischiano di trasformarsi in personaggi.

La vittima diventa una fotografia.

L’indagato diventa un volto da analizzare.

I familiari diventano dichiarazioni.

Gli investigatori diventano protagonisti.

Gli esperti diventano opinionisti.

E il dolore, quasi senza accorgercene, può diventare contenuto.

È proprio qui che il giornalismo dovrebbe fermarsi per qualche secondo e ricordarsi una cosa essenziale: dietro ogni caso ci sono esseri umani.

Voler sapere non significa essere morbosi.

Rinaldi affronta anche un’altra questione che considero estremamente interessante: il bisogno del pubblico di conoscere la verità.

Secondo il giornalista, voler sapere che cosa sia realmente accaduto a Chiara Poggi non significa necessariamente essere mossi dalla morbosità o dal voyeurismo. Esiste nell’essere umano un bisogno profondo di comprendere, ricostruire, trovare una spiegazione. Ed è vero.

Il crimine ci inquieta proprio perché rompe l’ordine delle cose.

Quando accade qualcosa di incomprensibile, la nostra mente cerca una sequenza: prima, durante, dopo.

Cerchiamo un movente.

Cerchiamo una dinamica.

Cerchiamo una spiegazione.

Perché conoscere significa, almeno in parte, ridurre l’angoscia dell’incomprensibile.

Il problema nasce quando la ricerca della verità viene sostituita dalla ricerca di una verità che confermi ciò che abbiamo già deciso di credere.

Ed è allora che il processo rischia di trasferirsi dal tribunale alla piazza mediatica.

Quando l’indagato diventa colpevole prima della sentenza

La cronaca giudiziaria porta con sé una responsabilità enorme. Esiste un principio che dovrebbe essere scolpito nella mente di chiunque racconti un’indagine: la presunzione di innocenza. Eppure sappiamo quanto rapidamente possa accadere il contrario.

Un’indiscrezione diventa titolo.

Un sospetto diventa certezza.

Un comportamento viene interpretato.

Un’espressione del volto viene trasformata in prova psicologica.

Il silenzio diventa sospetto.

La parola diventa contraddizione.

E in poche ore può nascere quello che definirei un processo parallelo, nel quale non esistono più imputati ma colpevoli anticipati.

Rinaldi non risparmia critiche alla propria categoria. Parla di esempi giornalistici che considera «veramente vergognosi», richiama il rispetto della dignità delle persone e invita i giornalisti a un vero esame di coscienza. Ma allarga la riflessione anche a magistrati e investigatori. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti dell’incontro.

Garlasco diventa uno specchio.

Uno specchio nel quale devono guardarsi tutti.

Giornalisti.

Investigatori.

Magistrati.

Esperti.

E anche noi spettatori.

E se l’errore giudiziario capitasse a noi?

C’è poi una dichiarazione di Rinaldi particolarmente dura.

Parlando dell’ipotesi di essere incarcerato da innocente, il giornalista ha raccontato quanto per lui sarebbe terrificante perdere la libertà per qualcosa che non ha commesso.

Al di là della forza emotiva delle sue parole, quella dichiarazione ci costringe a porci una domanda che raramente vogliamo affrontare: e se dall’altra parte ci fossimo noi?

Se fossimo noi la persona indicata sui giornali?

Se fosse nostro figlio?

Nostra sorella?

Il nostro compagno?

Se improvvisamente dovessimo dimostrare non soltanto la nostra innocenza davanti alla giustizia, ma difenderci anche da migliaia di persone che hanno già pronunciato una sentenza attraverso uno schermo?

L’errore giudiziario non è un concetto astratto.

Quando accade, entra nella carne di una persona.

Porta via tempo, relazioni, lavoro, reputazione, fiducia.

E alcune cose, anche quando arriva un’assoluzione, non vengono restituite completamente.

Per questo garantismo non significa essere indulgenti verso il crimine.

Significa pretendere che la ricerca del colpevole sia rigorosa proprio perché la posta in gioco è enorme. La giustizia deve proteggere le vittime. Ma deve anche evitare di crearne altre.

Il caso Garlasco come laboratorio della nostra società

A distanza di tanti anni, il caso Garlasco continua quindi a interrogarci non soltanto dal punto di vista investigativo.

Ci interroga psicologicamente.

Criminologicamente.

Giuridicamente.

Mediaticamente.

Ci obbliga a domandarci quanto un’opinione pubblica possa influenzare la percezione di un’indagine. Quanto sia difficile distinguere un fatto da un’interpretazione.

Quanto una ricostruzione ripetuta centinaia di volte possa trasformarsi, nella nostra mente, in una certezza. E soprattutto ci ricorda una regola fondamentale: il dubbio non è il nemico della verità.

Talvolta è proprio il dubbio a proteggerla.

Dubitare significa continuare a verificare.

Significa non innamorarsi della propria ipotesi.

Significa avere il coraggio di cambiare idea davanti a un elemento nuovo.

Vale per gli investigatori.

Vale per i magistrati.

Vale per i giornalisti.

E vale anche per chi, come noi, osserva e cerca di comprendere.

Quarant’anni dentro la cronaca italiana

A condurre il pubblico dentro questo labirinto sarà un giornalista che ha attraversato quarant’anni di cronaca investigativa italiana.

Pino Rinaldi ha lavorato per 27 anni come inviato di “Chi l’ha visto?”, ha scritto e condotto documentari d’inchiesta e programmi crime Rai come Vertigo, Commissari e Detectives, questi ultimi realizzati con la Polizia di Stato. Sul Nove ha condotto Faking It e oggi è alla guida di Ignoto X, programma quotidiano collegato al Tg La7 diretto da Enrico Mentana.

Portare Garlasco in teatro significa allora fare qualcosa di diverso dalla televisione.

Significa eliminare il rumore.

Restare davanti alle persone.

Prendersi il tempo per raccontare.

Per ricostruire.

Per porre domande.

Forse anche per lasciare qualche domanda senza risposta.

Perché quando si parla di un omicidio reale, non abbiamo bisogno di una sceneggiatura perfetta.

Abbiamo bisogno di rigore.

Di rispetto.

Di memoria.

E soprattutto di quella parola tanto semplice quanto difficile da raggiungere: verità.

La verità per Chiara Poggi.

La verità per la sua famiglia.

La verità per chi è stato coinvolto nelle indagini.

La verità per chi crede nella giustizia.

Perché dietro il “caso Garlasco” non dovrebbe mai scomparire ciò da cui tutto è cominciato: una giovane donna che il 13 agosto 2007 ha perso la vita nella propria casa.

Prima degli scoop.

Prima delle audience.

Prima delle fazioni.

Prima dei processi televisivi.

C’era Chiara.

Ed è forse da lì che dovremmo sempre ricominciare.


PINO RINALDI – “Il Delitto di Garlasco: Indagini, processi e nuovi misteri”

📍 Teatro Manzoni – Massarosa (Lucca)

📅 Sabato 10 ottobre 2026

🕘 Ore 21.15 (Meglio di Ieri)

Per tutte le informazioni e per acquistare i biglietti:

Informazioni e biglietti – Pino Rinaldi, Il Delitto di Garlasco

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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