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	<title>Barbara Fabbroni &#8211; Official Website</title>
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	<description>il sito web ufficiale di Barbara Fabbroni</description>
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	<title>Barbara Fabbroni &#8211; Official Website</title>
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		<title>Germogli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 07:39:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contenuti Esclusivi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un tempo in cui il teatro indipendente continua a confrontarsi con la scarsità di spazi, risorse e occasioni concrete di crescita, progetti come “Germogli” assumono un valore che va oltre la semplice programmazione artistica. Diventano luoghi di possibilità, laboratori di visione, territori fertili dove le idee possono prendere forma senza la pressione immediata del risultato. Nato sei anni fa all’interno del Teatro Trastevere, “Germogli” si propone come un progetto dedicato alle compagnie indipendenti, offrendo residenze creative, tempo di lavoro, confronto e strumenti utili per accompagnare gli artisti nel delicato passaggio dall’intuizione alla scena. In questa intervista entriamo nel cuore del progetto: dalla scelta di valorizzare il processo creativo alla necessità di sostenere i giovani artisti non solo sul piano attoriale, ma anche su quello tecnico, produttivo e relazionale. Cosa vi ha spinto, sei anni fa, a creare un progetto come “Germogli” dedicato alle compagnie indipendenti? Ci ha spinto la volontà di essere un teatro aperto e disponibile per quel che possiamo, alla creatività teatrale che ha bisogno di tempo e spazio per uscire fuori. In un momento storico in cui il teatro fatica spesso a trovare spazi e finanziamenti, quanto è importante offrire residenze creative gratuite agli artisti emergenti? È importante certamente a livello pratico, ma ancor di più come un segnale di possibilità, di disponibilità, di supporto al nuovi progetti in fieri. Avete parlato molto di “processo creativo” più che di spettacolo finito: perché avete scelto di valorizzare proprio il dietro le quinte della creazione artistica? Perchè è da lì che nasce qualcosa di diverso e di livello qualitativo migliore. Quando i processi diventano sbrigativi e contratti, gli spettacoli che ne escono fuori sono spesso al di sotto delle loro potenzialità. Un lungo processo ci permette di curare i dettagli che fanno la differenza. Quali caratteristiche cercate nei progetti che candidate a Germogli? Cosa può fare davvero la differenza nella selezione finale? Cerchiamo dei progetti che possano avere un futuro, progetti che nasvmcano con una prospettiva. Cerchiamo inoltre compagnie che sappiano abitare i luoghi come il teatro sfruttandone tutte le potenzialità. Quest’anno avete inserito anche workshop gratuiti su aspetti tecnici e produttivi del teatro indipendente: secondo te quali sono oggi le competenze che mancano maggiormente ai giovani artisti? Guardando molti spettacoli di Teatro indipendente, spesso le mancanze, qualora ci fossero, non sono mai attoriali, ma piuttosto riferite a quelle famose competenze trasversali che servono in teatro. Spesso per mancanza di risorse e competenze si trascurano alcuni aspetti della messinscena che porterebbero il proprio spettacolo sicuramente ad un livello più alto. Che rapporto vorreste costruire tra il Teatro Trastevere, gli artisti selezionati e il territorio di Trastevere attraverso questo progetto? Come abbiamo sempre detto ci piacerebbe essere un valore aggiunto per questo rione. I modi e le maniere vanno studiati passo dopo passo, persona dopo persona. “Germogli” racconta un’idea di teatro che non si limita a ospitare spettacoli, ma sceglie di accompagnare percorsi. Un teatro che apre le porte alla fragilità delle prime intuizioni, alla fatica della ricerca, al tempo necessario perché un progetto possa davvero maturare. In un panorama culturale spesso segnato dall’urgenza, dalla precarietà e dalla mancanza di risorse, il Teatro Trastevere prova a costruire uno spazio di fiducia: per gli artisti, per le compagnie indipendenti e per il territorio che lo accoglie. Perché ogni spettacolo, prima di arrivare davanti al pubblico, è stato un’idea fragile. Un seme. Un germoglio, appunto.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/germogli-3/">Germogli</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">In un tempo in cui il teatro indipendente continua a confrontarsi con la scarsità di spazi, risorse e occasioni concrete di crescita, progetti come “Germogli” assumono un valore che va oltre la semplice programmazione artistica. Diventano luoghi di possibilità, laboratori di visione, territori fertili dove le idee possono prendere forma senza la pressione immediata del risultato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nato sei anni fa all’interno del Teatro Trastevere, “Germogli” si propone come un progetto dedicato alle compagnie indipendenti, offrendo residenze creative, tempo di lavoro, confronto e strumenti utili per accompagnare gli artisti nel delicato passaggio dall’intuizione alla scena.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questa intervista entriamo nel cuore del progetto: dalla scelta di valorizzare il processo creativo alla necessità di sostenere i giovani artisti non solo sul piano attoriale, ma anche su quello tecnico, produttivo e relazionale.</span></p>
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<p class="p1"><strong><span class="s2">Cosa vi ha spinto, sei anni fa, a creare un progetto come “Germogli” dedicato alle compagnie indipendenti?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Ci ha spinto la volontà di essere un teatro aperto e disponibile per quel che possiamo, alla creatività teatrale che ha bisogno di tempo e spazio per uscire fuori.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s2">In un momento storico in cui il teatro fatica spesso a trovare spazi e finanziamenti, quanto è importante offrire residenze creative gratuite agli artisti emergenti?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">È importante certamente a livello pratico, ma ancor di più come un segnale di possibilità, di disponibilità, di supporto al nuovi progetti in fieri.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s2">Avete parlato molto di “processo creativo” più che di spettacolo finito: perché avete scelto di valorizzare proprio il dietro le quinte della creazione artistica?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Perchè è da lì che nasce qualcosa di diverso e di livello qualitativo migliore. Quando i processi diventano sbrigativi e contratti, gli spettacoli che ne escono fuori sono spesso al di sotto delle loro potenzialità. Un lungo processo ci permette di curare i dettagli che fanno la differenza.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s2">Quali caratteristiche cercate nei progetti che candidate a Germogli? Cosa può fare davvero la differenza nella selezione finale?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Cerchiamo dei progetti che possano avere un futuro, progetti che nasvmcano con una prospettiva. Cerchiamo inoltre compagnie che sappiano abitare i luoghi come il teatro sfruttandone tutte le potenzialità.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s2">Quest’anno avete inserito anche workshop gratuiti su aspetti tecnici e produttivi del teatro indipendente: secondo te quali sono oggi le competenze che mancano maggiormente ai giovani artisti?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Guardando molti spettacoli di Teatro indipendente, spesso le mancanze, qualora ci fossero, non sono mai attoriali, ma piuttosto riferite a quelle famose competenze trasversali che servono in teatro. Spesso per mancanza di risorse e competenze si trascurano alcuni aspetti della messinscena che porterebbero il proprio spettacolo sicuramente ad un livello più alto.</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10979" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/e84285e3-6ba0-41c8-a5e2-5fa60d383a0d.jpeg" alt="" width="1079" height="720" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/e84285e3-6ba0-41c8-a5e2-5fa60d383a0d.jpeg 1079w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/e84285e3-6ba0-41c8-a5e2-5fa60d383a0d-300x200.jpeg 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/e84285e3-6ba0-41c8-a5e2-5fa60d383a0d-1024x683.jpeg 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/e84285e3-6ba0-41c8-a5e2-5fa60d383a0d-770x514.jpeg 770w" sizes="(max-width: 1079px) 100vw, 1079px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s2">Che rapporto vorreste costruire tra il Teatro Trastevere, gli artisti selezionati e il territorio di Trastevere attraverso questo progetto?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Come abbiamo sempre detto ci piacerebbe essere un valore aggiunto per questo rione. I modi e le maniere vanno studiati passo dopo passo, persona dopo persona.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Germogli” racconta un’idea di teatro che non si limita a ospitare spettacoli, ma sceglie di accompagnare percorsi. Un teatro che apre le porte alla fragilità delle prime intuizioni, alla fatica della ricerca, al tempo necessario perché un progetto possa davvero maturare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In un panorama culturale spesso segnato dall’urgenza, dalla precarietà e dalla mancanza di risorse, il Teatro Trastevere prova a costruire uno spazio di fiducia: per gli artisti, per le compagnie indipendenti e per il territorio che lo accoglie.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché ogni spettacolo, prima di arrivare davanti al pubblico, è stato un’idea fragile. Un seme. Un germoglio, appunto.</span></p>
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		<title>Like a Man</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 14:37:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contenuti Esclusivi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’arte, quando riesce davvero a parlare all’anima, non ha bisogno di urlare. Può scegliere il linguaggio dell’ironia, del colore, persino della leggerezza apparente, per raccontare invece le ferite più profonde del nostro tempo. In questa intervista entriamo nell’universo creativo di un artista che trasforma gli animali in simboli emotivi, specchi silenziosi delle nostre fragilità, delle nostre contraddizioni e della distanza crescente tra l’uomo e la natura. Attraverso la mostra Like a Man, il suo sguardo diventa una riflessione poetica e insieme potente sul senso dell’essere umani oggi: tra perdita di identità, crisi ambientale e bisogno urgente di ritrovare empatia, misura e appartenenza. Intervista a Davide Cocozza. Nelle sue opere gli animali assumono posture, emozioni e fragilità profondamente umane. Secondo lei, oggi siamo noi a somigliare agli animali… o gli animali stanno diventando lo specchio delle nostre contraddizioni? Gli animali non sono caricature dell’uomo: sono specchi più puri. Nelle mie opere ci ricordano ciò che abbiamo perduto: misura, grazia, rispetto per la Terra. Il titolo Like a Man sembra quasi una provocazione filosofica. Che cosa significa davvero “essere umani” nel mondo contemporaneo? E quanto, invece, stiamo perdendo il contatto con la nostra natura più autentica? Like a Man domanda se l’uomo meriti ancora il proprio nome. Essere umani oggi significa custodire, non dominare. Lei utilizza un linguaggio pop, ironico e apparentemente leggero per affrontare temi durissimi come l’inquinamento, la plastica e la trasformazione degli ecosistemi. Crede che l’arte debba ancora scuotere le coscienze oppure oggi debba soprattutto creare empatia? Uso il pop per catturare uno sguardo distratto e trasformarlo in coscienza. L’arte deve scuotere, ma con empatia. Il critico Luca Oscuro la definisce “un alchimista dell’arte”, capace di mutare forma come gli animali che dipinge. Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori? Quale animale sente piùvicino alla sua personalità in questo momento della sua vita? Ogni animale è un mio autoritratto simbolico. Oggi mi sento tartaruga e koala: fragile, resistente, in cerca di casa. Nelle sue opere non c’è mai una condanna aggressiva dell’essere umano, ma quasi una comprensione delle sue debolezze. È più difficile oggi giudicare il mondo… o continuare ad amarlo nonostante tutto? Giudicare il mondo è facile; continuare ad amarlo è l’atto più difficile. Io non lancio bombe visive: provo a lanciare semi. In un’epoca in cui tutto corre veloce e persino l’indignazione sembra consumarsi in pochi istanti, le opere di questo artista ci invitano invece a fermarci, osservare e sentire. Non c’è rabbia distruttiva nel suo messaggio, ma una forma rara di resistenza gentile: quella che sceglie di seminare coscienza anziché condanna. E forse è proprio qui il cuore più autentico di Like a Man: ricordarci che la vera umanità non coincide con il dominio, ma con la capacità di custodire, comprendere e amare il mondo nonostante le sue imperfezioni. Perché, come accade davanti ai suoi animali dagli occhi profondamente umani, a volte siamo noi a sentirci finalmente osservati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/like-a-man/">Like a Man</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">L’arte, quando riesce davvero a parlare all’anima, non ha bisogno di urlare. Può scegliere il linguaggio dell’ironia, del colore, persino della leggerezza apparente, per raccontare invece le ferite più profonde del nostro tempo. In questa intervista entriamo nell’universo creativo di un artista che trasforma gli animali in simboli emotivi, specchi silenziosi delle nostre fragilità, delle nostre contraddizioni e della distanza crescente tra l’uomo e la natura.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Attraverso la mostra </span><span class="s2">Like a Man</span><span class="s1">, il suo sguardo diventa una riflessione poetica e insieme potente sul senso dell’essere umani oggi: tra perdita di identità, crisi ambientale e bisogno urgente di ritrovare empatia, misura e appartenenza. Intervista a Davide Cocozza.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10963" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/d8bb87b2-1900-4426-a095-117df7d4a093.jpeg" alt="" width="1122" height="1402" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/d8bb87b2-1900-4426-a095-117df7d4a093.jpeg 1122w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/d8bb87b2-1900-4426-a095-117df7d4a093-240x300.jpeg 240w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/d8bb87b2-1900-4426-a095-117df7d4a093-819x1024.jpeg 819w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/d8bb87b2-1900-4426-a095-117df7d4a093-770x962.jpeg 770w" sizes="(max-width: 1122px) 100vw, 1122px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Nelle sue opere gli animali assumono posture, emozioni e fragilità profondamente umane. Secondo lei, oggi siamo noi a somigliare agli animali… o gli animali stanno diventando lo specchio delle nostre contraddizioni?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Gli animali non sono caricature dell’uomo: sono specchi più puri. Nelle mie opere ci ricordano ciò che abbiamo perduto: misura, grazia, rispetto per la Terra.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Il titolo Like a Man sembra quasi una provocazione filosofica. Che cosa significa davvero “essere umani” nel mondo contemporaneo? E quanto, invece, stiamo perdendo il contatto con la nostra natura più autentica?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Like a Man domanda se l’uomo meriti ancora il proprio nome. Essere umani oggi significa custodire, non dominare.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Lei utilizza un linguaggio pop, ironico e apparentemente leggero per affrontare temi durissimi come l’inquinamento, la plastica e la trasformazione degli ecosistemi. Crede che l’arte debba ancora scuotere le coscienze oppure oggi debba soprattutto creare empatia?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Uso il pop per catturare uno sguardo distratto e trasformarlo in coscienza. L’arte deve scuotere, ma con empatia.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Il critico Luca Oscuro la definisce “un alchimista dell’arte”, capace di mutare forma come gli animali che dipinge. Quanto c’è di autobiografico nei suoi lavori? Quale animale sente piùvicino alla sua personalità in questo momento della sua vita?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ogni animale è un mio autoritratto simbolico. Oggi mi sento tartaruga e koala: fragile, resistente, in cerca di casa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Nelle sue opere non c’è mai una condanna aggressiva dell’essere umano, ma quasi una comprensione delle sue debolezze. È più difficile oggi giudicare il mondo… o continuare ad amarlo nonostante tutto?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giudicare il mondo è facile; continuare ad amarlo è l’atto più difficile. Io non lancio bombe visive: provo a lanciare semi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In un’epoca in cui tutto corre veloce e persino l’indignazione sembra consumarsi in pochi istanti, le opere di questo artista ci invitano invece a fermarci, osservare e sentire. Non c’è rabbia distruttiva nel suo messaggio, ma una forma rara di resistenza gentile: quella che sceglie di seminare coscienza anziché condanna.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10966 aligncenter" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/image004.png" alt="" width="285" height="288" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/image004.png 285w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/image004-100x100.png 100w" sizes="(max-width: 285px) 100vw, 285px" /></p>
<p class="p1"><span class="s1">E forse è proprio qui il cuore più autentico di </span><span class="s2">Like a Man</span><span class="s1">: ricordarci che la vera umanità non coincide con il dominio, ma con la capacità di custodire, comprendere e amare il mondo nonostante le sue imperfezioni. Perché, come accade davanti ai suoi animali dagli occhi profondamente umani, a volte siamo noi a sentirci finalmente osservati.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/like-a-man/">Like a Man</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Talk: “Cara frustrazione, ho bisogno di te!”</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/talk-cara-frustrazione-ho-bisogno-di-te/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 10:44:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contenuti Esclusivi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere all’altezza: più veloci, più brillanti, più performanti. Un tempo in cui il fallimento viene nascosto, la fragilità censurata, la frustrazione vissuta quasi come una colpa personale. Eppure è proprio dentro quei momenti di arresto, di dolore, di limite, che spesso nasce la possibilità più autentica di crescere. In questa intervista si affrontano temi urgenti e profondamente contemporanei: il rapporto tra giovani e sofferenza emotiva, il peso della cultura della performance, il ruolo degli adulti, dei social, dell’arte e dell’ascolto. Un dialogo che invita a guardare la frustrazione non come un nemico da eliminare, ma come un passaggio necessario per diventare sé stessi. Perché educare non significa evitare ai ragazzi ogni caduta, ma insegnare loro ad attraversarla senza sentirsi sbagliati. Ne parliamo con l&#8217;ideatrice del talk la giornalista Gaia Terzulli. Nel talk si parla della frustrazione come di un’emozione necessaria alla crescita. Secondo lei quando abbiamo iniziato culturalmente a considerare il limite come qualcosa da eliminare invece che da attraversare? Il superamento del limite è una tensione connaturata all’essere umano dagli albori della storia. Pensiamo al mito, che per gli antichi interpretava la realtà e i suoi fenomeni come oggi fanno filosofi, sociologi e analisti: per fuggire dal labirinto di Creta, Icaro e il padre Dedalo fabbricano delle ali e utilizzano la cera per attaccarle ai propri corpi. Dedalo mette in guardia il figlio dal non volare troppo vicino al sole, ma Icaro è accecato dalla hybris – che in italiano traduciamo con “superbia” – e trasgredisce. Le sue ali si sciolgono e precipita in mare, morendo. Questa tensione a violare i confini della nostra stessa specie ha sfidato i millenni. Con la rivoluzione scientifica del XVII secolo e poi l’Illuminismo, l’uomo non guardava più la natura come entità sacra e inviolabile, ma cominciava a dominarla attraverso la tecnica. Un processo che, mutatis mutandis, vediamo anche oggi nell’era digitale. Il progressivo travaso del reale nel virtuale ci ha resi sempre più “spettatori” delle vite altrui anziché artefici delle nostre. Ecco quindi il confronto continuo, l’ossessione imitativa che i social e gli algoritmi hanno saputo intercettare, deviando la nostra inclinazione naturale a emulare verso il performare a tutti i costi. Illudendoci di poterlo davvero fare. Non esiste prestazione che non sia nata tentativo, errore. È quello che chiunque di noi ha imparato a scuola e nello sport, dove il brutto voto o la gara andata male sono fondamentali per capire su cosa lavorare. La cultura della performance ha stravolto tutto questo e noi adulti abbiamo il dovere di tornare a parlare dei limitie degli errori come di benedizioni per i nostri ragazzi. Quanto l’arte può diventare uno spazio sicuro in cui i giovani imparano a dare un nome alla rabbia, al fallimento e alla paura? L’arte può essere la salvezza per i ragazzi, purché li riporti alla vita, non al suo liofilizzato che sono i social. Penso al teatro, che finalmente è entrato nelle scuole di ogni ordine e grado: rappresentare storie di altri, chiedere ai ragazzi di incarnare i drammi di personaggi della storia o della letteratura può aiutarli a ri-conoscersi e a liberarsi dall’ansia di un fardello senza nome, come la frustrazione. Personalmente faccio il tifo perché i giovani tornino a scrivere a mano, a inventare storie, a sublimare le emozioni che nella scrittura trovano una casa accogliente, uno spazio privo di giudizio e pieno di luce che dica loro “Tu esisti, sei necessaria, anche quando fai male”. Decisamente troppo. Oggi assistiamo all’imporsi quasi incontrastato del paradigma: “esisto in quanto sono performante”, cioè del fare, pur di apparire. Ma tutto questo ci sta allontanando dall’essere, che è la nostra vera ricchezza. Platone lo dice chiaramente nell’Apologia di Socrate: “Non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di nessun’altra cosa prima e con maggiore impegno che dell’anima, in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, in privato e in pubblico”. Quanto può diventare pericoloso un dolore che non trova parole né adulti disposti ad ascoltarlo davvero? Può diventare molto pericoloso. Lo vediamo ormai quotidianamente. La violenza è diventata un linguaggio per i giovani e questo anche perché noi adulti non siamo stati capaci di dare loro dei limiti. Ecco il senso del sottotitolo del talk, “Imparare a stare tra impulso e limite”: se non impariamo a governare gli istinti, a tenere il timone delle emozioni, facciamo del male a noi stessi prima che agli altri. Un impulso non contenuto diventa aggressione, un desiderio non allenato all’attesa è ossessione. Non bastano le famiglie per insegnarlo ai ragazzi: occorre che si alleino con scuole, educatori e terapeuti, perché la psiche è come un giardino: fecondo, quando ne abbiamo cura, infesto se lo lasciamo divorare dalle erbacce. Lei crede che gli adulti abbiano perso autorevolezza o piuttosto la capacità di entrare autenticamente in relazione con il mondo emotivo degli adolescenti? Credo che abbiano smesso di esercitare entrambe. L’autorità è preziosa – non dimentichiamoci che la parola deriva dal latino augeo, “far crescere”, che non ha nulla a che fare con l’imposizione della forza – perché disciplina gli istinti e li incanala in un tracciato chiaro, che diventa, appunto, il nostro percorso di crescita. L’autorità va difesa, a tutti i livelli, e uno dei drammi del nostro tempo è che i suoi presìdi sono costantemente sotto attacco. Pensiamo alla scuola: gli insegnanti non sono più liberi di esercitare il loro ruolo, valutare, perché c’è sempre un genitore pronto a battere i pugni fuori dall’aula. I ragazzi lo vedono e imparano a imitarlo. D’altro canto, gli adulti hanno sempre meno tempo e voglia di stare con i ragazzi. C’è una disabitudine alla condivisione di parole, stati d’animo, momenti, che amplia il divario generazionale e produce estraneità perfino tra genitori e figli. Paradossalmente, una madre sa in tempo reale se un figlio ha preso un brutto voto a scuola e</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/talk-cara-frustrazione-ho-bisogno-di-te/">Talk: “Cara frustrazione, ho bisogno di te!”</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere all’altezza: più veloci, più brillanti, più performanti. Un tempo in cui il fallimento viene nascosto, la fragilità censurata, la frustrazione vissuta quasi come una colpa personale. Eppure è proprio dentro quei momenti di arresto, di dolore, di limite, che spesso nasce la possibilità più autentica di crescere.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questa intervista si affrontano temi urgenti e profondamente contemporanei: il rapporto tra giovani e sofferenza emotiva, il peso della cultura della performance, il ruolo degli adulti, dei social, dell’arte e dell’ascolto. Un dialogo che invita a guardare la frustrazione non come un nemico da eliminare, ma come un passaggio necessario per diventare sé stessi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché educare non significa evitare ai ragazzi ogni caduta, ma insegnare loro ad attraversarla senza sentirsi sbagliati.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ne parliamo con l&#8217;ideatrice del talk la giornalista Gaia Terzulli.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10954" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Gaia-Terzulli2.jpeg" alt="" width="1068" height="1600" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Gaia-Terzulli2.jpeg 1068w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Gaia-Terzulli2-200x300.jpeg 200w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Gaia-Terzulli2-684x1024.jpeg 684w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Gaia-Terzulli2-770x1154.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Gaia-Terzulli2-1025x1536.jpeg 1025w" sizes="(max-width: 1068px) 100vw, 1068px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Nel talk si parla della frustrazione come di un’emozione necessaria alla crescita. Secondo lei quando abbiamo iniziato culturalmente a considerare il limite come qualcosa da eliminare invece che da attraversare?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Il superamento del limite è una tensione connaturata all’essere umano dagli albori della storia. Pensiamo al mito, che per gli antichi interpretava la realtà e i suoi fenomeni come oggi fanno filosofi, sociologi e analisti: per fuggire dal labirinto di Creta, Icaro e il padre Dedalo fabbricano delle ali e utilizzano la cera per attaccarle ai propri corpi. Dedalo mette in guardia il figlio dal non volare troppo vicino al sole, ma Icaro è accecato dalla </span><span class="s3">hybris</span><span class="s2"> – che in italiano traduciamo con “superbia” – e trasgredisce. Le sue ali si sciolgono e precipita in mare, morendo. </span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Questa tensione a violare i confini della nostra stessa specie ha sfidato i millenni. Con la rivoluzione scientifica del XVII secolo e poi l’Illuminismo, l’uomo non guardava più la natura come entità sacra e inviolabile, ma cominciava a dominarla attraverso la tecnica. Un processo che</span><span class="s3">, mutatis mutandis</span><span class="s2">, vediamo anche oggi nell’era digitale. Il progressivo travaso del reale nel virtuale ci ha resi sempre più “spettatori” delle vite altrui anziché artefici delle nostre. Ecco quindi il confronto continuo, l’ossessione imitativa che i social e gli algoritmi hanno saputo intercettare, deviando la nostra inclinazione naturale a emulare verso il </span><span class="s3">performare</span><span class="s2"> a tutti i costi. Illudendoci di poterlo davvero fare. </span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Non esiste prestazione che non sia nata tentativo, errore. È quello che chiunque di noi ha imparato a scuola e nello sport, dove il brutto voto o la gara andata male sono fondamentali per capire su cosa lavorare. La cultura della </span><span class="s3">performance</span><span class="s2"> ha stravolto tutto questo e noi adulti abbiamo il dovere di tornare a parlare dei limitie degli errori come di </span><span class="s3">benedizioni</span><span class="s2"> per i nostri ragazzi. </span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Quanto l’arte può diventare uno spazio sicuro in cui i giovani imparano a dare un nome alla rabbia, al fallimento e alla paura?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">L’arte può essere la salvezza per i ragazzi, purché li riporti alla vita, non al suo liofilizzato che sono i social. Penso al teatro, che finalmente è entrato nelle scuole di ogni ordine e grado: rappresentare storie di altri, chiedere ai ragazzi di incarnare i drammi di personaggi della storia o della letteratura può aiutarli a ri-conoscersi e a liberarsi dall’ansia di un fardello senza nome, come la frustrazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Personalmente faccio il tifo perché i giovani tornino a scrivere a mano, a inventare storie, a sublimare le emozioni che nella scrittura trovano una casa accogliente, uno spazio privo di giudizio e pieno di luce che dica loro “Tu esisti, sei necessaria, anche quando fai male”.</span></p>
<figure id="attachment_10956" aria-describedby="caption-attachment-10956" style="width: 1320px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10956" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5131.jpeg" alt="" width="1320" height="1971" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5131.jpeg 1320w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5131-201x300.jpeg 201w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5131-686x1024.jpeg 686w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5131-770x1150.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5131-1029x1536.jpeg 1029w" sizes="(max-width: 1320px) 100vw, 1320px" /><figcaption id="caption-attachment-10956" class="wp-caption-text"><strong style="font-size: 16px;"><span class="s1">Molti ragazzi oggi sembrano vivere una profonda paura di non essere abbastanza. Quanto pesa, secondo lei, il bisogno continuo di performare e mostrarsi, soprattutto nell’epoca dei social?</span></strong></figcaption></figure>
<p class="p1"><span class="s2">Decisamente troppo. Oggi assistiamo all’imporsi quasi incontrastato del paradigma: “esisto in quanto sono performante”, cioè del fare, pur di apparire. Ma tutto questo ci sta allontanando dall’</span><span class="s3">essere</span><span class="s2">, che è la nostra vera ricchezza. Platone lo dice chiaramente nell’</span><span class="s3">Apologia di Socrate</span><span class="s2">: “Non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di nessun’altra cosa prima e con maggiore impegno che dell’anima, in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini, in privato e in pubblico”. </span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Quanto può diventare pericoloso un dolore che non trova parole né adulti disposti ad ascoltarlo davvero?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Può diventare molto pericoloso. Lo vediamo ormai quotidianamente. La violenza è diventata un linguaggio per i giovani e questo anche perché noi adulti non siamo stati capaci di dare loro dei limiti. Ecco il senso del sottotitolo del talk, “</span><span class="s3">Imparare a stare tra impulso e limite”</span><span class="s2">: se non impariamo a governare gli istinti, a tenere il timone delle emozioni, facciamo del male a noi stessi prima che agli altri. Un impulso non contenuto diventa aggressione, un desiderio non allenato all’attesa è ossessione. Non bastano le famiglie per insegnarlo ai ragazzi: occorre che si alleino con scuole, educatori e terapeuti, perché la </span><span class="s3">psiche</span><span class="s2"> è come un giardino: fecondo, quando ne abbiamo cura, infesto se lo lasciamo divorare dalle erbacce. </span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Lei crede che gli adulti abbiano perso autorevolezza o piuttosto la capacità di entrare autenticamente in relazione con il mondo emotivo degli adolescenti?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Credo che abbiano smesso di esercitare entrambe. L’autorità è preziosa – non dimentichiamoci che la parola deriva dal latino </span><span class="s3">augeo</span><span class="s2">, “far crescere”, che non ha nulla a che fare con l’imposizione della forza – perché disciplina gli istinti e li incanala in un tracciato chiaro, che diventa, appunto, il nostro percorso di crescita. L’autorità va difesa, a tutti i livelli, e uno dei drammi del nostro tempo è che i suoi presìdi sono costantemente sotto attacco. Pensiamo alla scuola: gli insegnanti non sono più liberi di esercitare il loro ruolo, valutare, perché c’è sempre un genitore pronto a battere i pugni fuori dall’aula. I ragazzi lo vedono e imparano a imitarlo. </span></p>
<p class="p1"><span class="s2">D’altro canto, gli adulti hanno sempre meno tempo e voglia di </span><span class="s3">stare</span><span class="s2"> con i ragazzi. C’è una disabitudine alla condivisione di parole, stati d’animo, momenti, che amplia il divario generazionale e produce </span><span class="s3">estraneità</span><span class="s2"> perfino tra genitori e figli. Paradossalmente, una madre sa in tempo reale se un figlio ha preso un brutto voto a scuola e ha il cronoprogramma di tutti i suoi pomeriggi, ma ignora che il ragazzo si confidi con un Chatbot, anziché con un amico.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Se dovesse lasciare un messaggio ai ragazzi che vivono la frustrazione come una sconfitta personale e non come una tappa della crescita, quale sarebbe?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s2">Direi: “Innamoratevi delle vostre ferite”, perché sono la misura degli sforzi che state facendo per arrivare al traguardo. E ricordatevi che la frustrazione non è mai vana: vi ri-genera, vi riporta alla vita con uno slancio nuovo. Abbiate la pazienza di attraversarla. Tenete in mano le sue spine per il tempo necessario. Imparerete a non aver paura di soffrire e a riconoscere la Bellezza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><br />
<strong>Considerazioni finali</strong></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Concludendo l’intervista potremmo riflettere sul fatto che, forse, il vero problema del nostro tempo non è che i ragazzi soffrano, ma che siano sempre più soli nel dare un senso a quella sofferenza. Abbiamo costruito una società che celebra il risultato e teme l’attesa, che espone continuamente alla competizione ma educa sempre meno alla resilienza emotiva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eppure la crescita passa inevitabilmente attraverso il limite, l’errore, la delusione. Nessuna identità si forma senza attraversare il dubbio, nessuna maturità nasce evitando il dolore. Per questo servono adulti presenti, autorevoli, capaci di ascoltare senza giudicare e di restare accanto anche quando le emozioni fanno paura.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ai ragazzi forse andrebbe detto proprio questo: non siete sbagliati perché soffrite. Le ferite non sono il contrario della forza, ma spesso il luogo da cui la forza nasce. E imparare a stare dentro la frustrazione, senza esserne travolti, è una delle forme più profonde di libertà.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p class="p1"><span class="s1">Credit photo by Augusto Lucignani</span></p>
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		<title>Viviana Bazzani: “Falcone ci insegnò a riconoscere il male anche nelle parole”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 15:45:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contenuti Esclusivi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono vite che sembrano attraversare più esistenze insieme. Quella di Viviana Bazzani è una di queste. Donna di spettacolo, volto televisivo, poliziotta, servitrice dello Stato, testimone diretta degli anni più drammatici della lotta alla mafia e, soprattutto, donna che ha trasformato il dolore e le ferite personali in impegno civile. La sua recente dichiarazione social dedicata al giudice Giovanni Falcone non è soltanto un ricordo privato. È una testimonianza viva, potente, quasi un’eredità morale affidata alle nuove generazioni. Parole che arrivano da chi Falcone lo ha guardato negli occhi, lo ha protetto, lo ha accompagnato fino all’ultima partenza verso Palermo, poco prima della strage di Capaci. “Lo vidi partire con l’aereo direzione Palermo”, racconta Viviana Bazzani. “E di lui ho un bellissimo ricordo. Ci insegnò ad osservare con gli occhi e ad ascoltare attentamente le parole, anche quelle più sibilline e pericolose”. Un insegnamento che oggi, a distanza di oltre trent’anni, assume un valore quasi profetico. Viviana, cosa rappresenta oggi per lei quel ricordo di Falcone? “Rappresenta tutto. Rappresenta la dignità dello Stato. Io facevo parte della scorta romana da sei anni e ricordo perfettamente il suo modo di parlare, di osservare, di capire le persone. Falcone non era soltanto un magistrato straordinario: era un uomo capace di insegnare anche il silenzio, anche la prudenza. Ci spiegava che il male spesso non si manifesta apertamente, ma si nasconde nelle sfumature, nelle parole ambigue, nei messaggi lanciati sottovoce”. Nel suo messaggio social lei parla di “frasi sibilline e pericolose” ascoltate durante i processi di mafia. Cosa intende? “Intendo dire che Falcone ci aveva insegnato a cogliere i dettagli. Alcuni avvocati, alcuni soggetti vicini a certi ambienti, usavano parole apparentemente normali ma cariche di minaccia. Lui capiva immediatamente il peso di certe espressioni e ci trasmetteva questa capacità di osservazione. Era un uomo attentissimo ai comportamenti umani”. Poi arriva una frase molto forte nel suo post: “Chi infanga le procure viene da una cultura fortemente mafiosa”, vuole spiegarci? “Sì, e lo penso ancora oggi. Falcone ci insegnò che delegittimare continuamente chi combatte la criminalità significa indebolire lo Stato. La mafia non agisce soltanto con le armi. Agisce insinuando dubbi, screditando, creando sfiducia nelle istituzioni. È una lezione che io non ho mai dimenticato”. La sua vita è stata un continuo intreccio tra forza e fragilità cucita in una tela di esperirne significative fino a giungere alla Polizia di Stato, una vita piena? “Sono stata cinque anni in brefotrofio a Monza. Quando venni adottata non parlavo ancora. La mia famiglia mi ha insegnato la vita, l’amore, la comunicazione. Credo che tutto quello che ho fatto dopo nasca proprio da lì: dalla consapevolezza del dolore e dell’abbandono”. Nel 1986 supera uno storico concorso: il primo della Polizia di Stato aperto alle donne, un bel traguardo? “All’epoca non era semplice. Eravamo guardate con diffidenza. Ma io avevo una determinazione enorme. Venivo anche dal mondo dello spettacolo, dai concorsi di bellezza, dalle pubblicità televisive. Avevo fatto Miss Cinema Liguria, avevo lavorato in televisione. Ma sentivo che la mia strada fosse un’altra”. E quella strada la porta prima sulle volanti, poi accanto a Giovanni Falcone? “Sì. E quello è stato uno dei momenti più importanti della mia vita professionale. Servire lo Stato accanto a uomini che rischiavano ogni giorno la vita ti cambia profondamente”. Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio decide di trasformare il dolore in memoria attiva? “Scrissi ‘Il nostro zoo senza la piovra’, dedicato ai caduti nella lotta alla mafia. E fondammo un comitato dedicato a Emanuela Loi. Sentivamo il dovere di raccontare ai giovani cosa fosse davvero successo in quegli anni”. Lei ha lavorato anche nei settori più delicati: minori, violenza sulle donne, degrado familiare? “Perché dietro ogni violenza c’è quasi sempre una sofferenza mai ascoltata. A Pescara mi occupai molto di bambini e donne vittime di abusi. Ero l’unica agente con il semplice grado di poliziotto indicata dal Ministero come responsabile dell’Ufficio Minori. Ne sono stata orgogliosa”. Nel 1997 viene ferita durante un intervento. “Sì, durante una rapina tra bande di extracomunitari. Ho perso quasi completamente l’uso dell’occhio sinistro. Ma sono rientrata in servizio comunque. Perché quella divisa per me non era un lavoro. Era una missione”. Poi arriva la televisione, l’“Isola dei Famosi”, il ruolo di opinionista. Due mondi apparentemente lontani? “In realtà no. Io sono sempre rimasta me stessa. Anche in televisione ho cercato di portare autenticità, esperienza, verità”. Oggi, guardando il clima sociale attuale, cosa pensa direbbe Falcone? “Direbbe di stare attenti. Di osservare. Di non fermarsi alla superficie. Falcone ci ha insegnato che il male non sempre urla. A volte parla sottovoce. E chi vuole davvero difendere la legalità deve imparare ad ascoltare”. Nelle parole di Viviana Bazzani non c’è nostalgia celebrativa. C’è piuttosto la lucidità di chi ha attraversato anni durissimi e sa che la memoria non è un esercizio retorico, ma una responsabilità collettiva. La sua testimonianza su Giovanni Falcone colpisce proprio per questo: non costruisce un mito distante, ma restituisce il volto umano di un magistrato che insegnava ai suoi uomini a leggere il linguaggio del potere, della paura e dell’omertà. E forse il cuore della sua riflessione sta proprio lì: nella necessità, oggi più che mai, di imparare a riconoscere il male anche quando si presenta con parole educate, con attacchi insinuanti, con il lento veleno della delegittimazione. Perché certe lezioni, quando arrivano da chi ha visto partire Falcone per l’ultima volta, non appartengono solo al passato. Appartengono al presente di tutti noi.  </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Ci sono vite che sembrano attraversare più esistenze insieme. Quella di Viviana Bazzani è una di queste. Donna di spettacolo, volto televisivo, poliziotta, servitrice dello Stato, testimone diretta degli anni più drammatici della lotta alla mafia e, soprattutto, donna che ha trasformato il dolore e le ferite personali in impegno civile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sua recente dichiarazione social dedicata al giudice Giovanni Falcone non è soltanto un ricordo privato. È una testimonianza viva, potente, quasi un’eredità morale affidata alle nuove generazioni. Parole che arrivano da chi Falcone lo ha guardato negli occhi, lo ha protetto, lo ha accompagnato fino all’ultima partenza verso Palermo, poco prima della strage di Capaci.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Lo vidi partire con l’aereo direzione Palermo”, racconta Viviana Bazzani. “E di lui ho un bellissimo ricordo. Ci insegnò ad osservare con gli occhi e ad ascoltare attentamente le parole, anche quelle più sibilline e pericolose”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un insegnamento che oggi, a distanza di oltre trent’anni, assume un valore quasi profetico.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10943" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/20fb6821-bb90-445a-b04c-eab8d136a5fc.jpeg" alt="" width="647" height="960" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/20fb6821-bb90-445a-b04c-eab8d136a5fc.jpeg 647w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/20fb6821-bb90-445a-b04c-eab8d136a5fc-202x300.jpeg 202w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Viviana, cosa rappresenta oggi per lei quel ricordo di Falcone?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Rappresenta tutto. Rappresenta la dignità dello Stato. Io facevo parte della scorta romana da sei anni e ricordo perfettamente il suo modo di parlare, di osservare, di capire le persone. Falcone non era soltanto un magistrato straordinario: era un uomo capace di insegnare anche il silenzio, anche la prudenza. Ci spiegava che il male spesso non si manifesta apertamente, ma si nasconde nelle sfumature, nelle parole ambigue, nei messaggi lanciati sottovoce”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Nel suo messaggio social lei parla di “frasi sibilline e pericolose” ascoltate durante i processi di mafia. Cosa intende?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Intendo dire che Falcone ci aveva insegnato a cogliere i dettagli. Alcuni avvocati, alcuni soggetti vicini a certi ambienti, usavano parole apparentemente normali ma cariche di minaccia. Lui capiva immediatamente il peso di certe espressioni e ci trasmetteva questa capacità di osservazione. Era un uomo attentissimo ai comportamenti umani”.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10944" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/701f8a6e-78d9-4340-8557-650e31ea103f.jpeg" alt="" width="720" height="529" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/701f8a6e-78d9-4340-8557-650e31ea103f.jpeg 720w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/701f8a6e-78d9-4340-8557-650e31ea103f-300x220.jpeg 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Poi arriva una frase molto forte nel suo post: “Chi infanga le procure viene da una cultura fortemente mafiosa”, vuole spiegarci?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Sì, e lo penso ancora oggi. Falcone ci insegnò che delegittimare continuamente chi combatte la criminalità significa indebolire lo Stato. La mafia non agisce soltanto con le armi. Agisce insinuando dubbi, screditando, creando sfiducia nelle istituzioni. È una lezione che io non ho mai dimenticato”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">La sua vita è stata un continuo intreccio tra forza e fragilità cucita in una tela di esperirne significative fino a giungere alla Polizia di Stato, una vita piena?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Sono stata cinque anni in brefotrofio a Monza. Quando venni adottata non parlavo ancora. La mia famiglia mi ha insegnato la vita, l’amore, la comunicazione. Credo che tutto quello che ho fatto dopo nasca proprio da lì: dalla consapevolezza del dolore e dell’abbandono”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Nel 1986 supera uno storico concorso: il primo della Polizia di Stato aperto alle donne, un bel traguardo?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“All’epoca non era semplice. Eravamo guardate con diffidenza. Ma io avevo una determinazione enorme. Venivo anche dal mondo dello spettacolo, dai concorsi di bellezza, dalle pubblicità televisive. Avevo fatto Miss Cinema Liguria, avevo lavorato in televisione. Ma sentivo che la mia strada fosse un’altra”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">E quella strada la porta prima sulle volanti, poi accanto a Giovanni Falcone?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Sì. E quello è stato uno dei momenti più importanti della mia vita professionale. Servire lo Stato accanto a uomini che rischiavano ogni giorno la vita ti cambia profondamente”.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10949" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5114.jpeg" alt="" width="386" height="347" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5114.jpeg 386w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5114-300x270.jpeg 300w" sizes="(max-width: 386px) 100vw, 386px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio decide di trasformare il dolore in memoria attiva?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Scrissi ‘Il nostro zoo senza la piovra’, dedicato ai caduti nella lotta alla mafia. E fondammo un comitato dedicato a Emanuela Loi. Sentivamo il dovere di raccontare ai giovani cosa fosse davvero successo in quegli anni”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Lei ha lavorato anche nei settori più delicati: minori, violenza sulle donne, degrado familiare?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Perché dietro ogni violenza c’è quasi sempre una sofferenza mai ascoltata. A Pescara mi occupai molto di bambini e donne vittime di abusi. Ero l’unica agente con il semplice grado di poliziotto indicata dal Ministero come responsabile dell’Ufficio Minori. Ne sono stata orgogliosa”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Nel 1997 viene ferita durante un intervento.</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Sì, durante una rapina tra bande di extracomunitari. Ho perso quasi completamente l’uso dell’occhio sinistro. Ma sono rientrata in servizio comunque. Perché quella divisa per me non era un lavoro. Era una missione”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Poi arriva la televisione, l’“Isola dei Famosi”, il ruolo di opinionista. Due mondi apparentemente lontani?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“In realtà no. Io sono sempre rimasta me stessa. Anche in televisione ho cercato di portare autenticità, esperienza, verità”.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Oggi, guardando il clima sociale attuale, cosa pensa direbbe Falcone?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Direbbe di stare attenti. Di osservare. Di non fermarsi alla superficie. Falcone ci ha insegnato che il male non sempre urla. A volte parla sottovoce. E chi vuole davvero difendere la legalità deve imparare ad ascoltare”.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10947" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5112.jpeg" alt="" width="1000" height="750" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5112.jpeg 1000w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5112-300x225.jpeg 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_5112-770x578.jpeg 770w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nelle parole di Viviana Bazzani non c’è nostalgia celebrativa. C’è piuttosto la lucidità di chi ha attraversato anni durissimi e sa che la memoria non è un esercizio retorico, ma una responsabilità collettiva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sua testimonianza su Giovanni Falcone colpisce proprio per questo: non costruisce un mito distante, ma restituisce il volto umano di un magistrato che insegnava ai suoi uomini a leggere il linguaggio del potere, della paura e dell’omertà.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E forse il cuore della sua riflessione sta proprio lì: nella necessità, oggi più che mai, di imparare a riconoscere il male anche quando si presenta con parole educate, con attacchi insinuanti, con il lento veleno della delegittimazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché certe lezioni, quando arrivano da chi ha visto partire Falcone per l’ultima volta, non appartengono solo al passato. Appartengono al presente di tutti noi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/viviana-bazzani-falcone-ci-insegno-a-riconoscere-il-male-anche-nelle-parole/">Viviana Bazzani: “Falcone ci insegnò a riconoscere il male anche nelle parole”</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Interplay</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/interplay/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 10:05:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contenuti Esclusivi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel panorama del jazz mondiale, Charlie Parker resta una figura quasi mitologica: genio assoluto, uomo fragile, artista capace di trasformare il dolore in linguaggio universale. Con Interplay, spettacolo intenso e visionario, l’autore ci accompagna dentro l’anima inquieta di “Bird”, esplorando non solo la rivoluzione musicale del bebop, ma anche il conflitto eterno tra istinto e ragione, creazione e spiegazione, libertà e autodistruzione. In questa intervista, si attraversano i temi più profondi dell’opera: il mistero del talento, la sofferenza trasformata in arte, la forza emotiva della musica e quella ricerca disperata di libertà che ha reso Charlie Parker una delle figure più affascinanti e indecifrabili del Novecento. In “Interplay” Charlie Parker non è solo un musicista, ma quasi una forza irrazionale, indomabile. Cosa l’ha affascinata di più della sua figura umana oltre che artistica? Direi che di lui mi ha colpito la grande capacità empatica. È la sua empatia a renderlo artista e creatore. Le sue composizioni non sono il frutto di uno studio accademico, di regole che pure conosceva, ma di un suo vissuto, di eventi che lo avevano segnato sin dall’infanzia, come la povertà estrema vissuta con la madre dopo l’abbandono del padre quando lui era un bambino, desideroso eppur privo di tante cose. La musica lo ha aiutato a sopravvivere a dolori e stenti, nella prima parte della sua vita è stata una salvezza. Ma oltre al vissuto, la sua grande capacità di osservazione, l’amore per la natura, la pietà e la considerazione nei confronti degli esseri umani ai margini della società, come i neri ma anche gli indiani nativi, gli hanno fornito un’infinita fonte di ispirazione. Così l’osservazione del volo degli uccelli, e per certe partiture sincopate che fanno pensare proprio a questo, è stato soprannominato “The bird”. Inoltre non tutti sanno che da autodidatta, ascoltava anche la musica classica, amava la poesia, e persino l’opera lirica italiana. Tutto questo non può essere soggetto a spiegazioni razionali, ma lasciato all’ambito sensazionale. Nel testo emerge il conflitto tra chi crea e chi tenta di spiegare la creazione artistica. Crede che il talento autentico resti sempre, almeno in parte, indecifrabile? Per le ragioni che ho detto prima si. Il talento è certamente qualcosa di innato, si nasce con un preciso talento, che poi può essere perfezionato con lo studio e l’esperienza su campo, ma non è ascrivibile a spiegazioni razionali. Charlie Parker viene raccontato come un uomo divorato dagli eccessi e dalla propria fragilità. Quanto pensa che genialità e autodistruzione, nella nostra società, vengano ancora romanticizzate? Non è detto che le personalità geniali debbano necessariamente essere portate all’autodistruzione. Tuttavia è vero che un vissuto di problemi, dolore e sofferenza, possono sfociare in qualcosa di estremamente significativo, se veicolati in determinate forme artistiche. In tutte le arti, molti hanno saputo trarre dalle loro sofferenze persino capolavori grandiosi, parlo di Mozart, Dostoevskij, Van Gogh, Marina Czetaeva, Frida Kahlo, e tanti altri. Forse questo accade perché attraverso l’arte il dolore viene in qualche modo esorcizzato. Non a caso Denis Diderot diceva: “Anche il dolore una volta scritto, diventa felicità”. La sua scrittura restituisce una Roma teatrale dell’anima, ma qui entra nel cuore del jazz americano e del bebop. Quanto la musica ha influenzato la costruzione emotiva e narrativa dello spettacolo? Veramente l’ispirazione più che dalla musica è scaturita dalla letteratura. Avevo letto tempo fa un racconto dello scrittore argentino Julio Cortazar: “Il persecutore”, chiaramente ispirato alla vita di Charlie Parker, che mi aveva talmente colpito e commosso da farmi decidere a scriverne qualcosa di teatralizzabile. Così mi sono tuffata nel mondo di un personaggio fatto soprattutto di musica, ma anche di tanta umanità. Per gli scrittori americani influenzati dal be-bop il processo è stato l’opposto: loro sono partiti dall’ascolto – anche perché hanno avuto la fortuna di ascoltare quel genio dal vivo – e hanno cercato di portare nella letteratura un ritmo che potesse avvicinarsi a quello musicale. Questo è evidente nei romanzi di Kerouac, nelle poesie di Ginzberg e Gregory Corso, e altri di quella generazione. Nel rapporto tra Charlie Parker e Bruno Werner si scontrano emozione e razionalità, istinto e controllo. È anche una metafora del nostro tempo, sempre più ossessionato dal bisogno di spiegare tutto? Il rapporto tra Parker e Bruno, il giornalista critico “persecutore”, si presta a molte letture. Qui ci ho visto come paragone l’eterna diatriba tra istinto e ragione, un po&#8217; come quello che è stato fra Mozart e Salieri, con le dovute differenze. E debbo dire che gli interpreti di Interplay: Ennio Coltorti e Massimo Napoli, incarnano perfettamente questo concetto. Lei scrive che “gli uccelli, piuttosto che rassegnarsi alle gabbie, preferiscono volare via”. Secondo lei Charlie Parker stava cercando libertà, fuga o salvezza? La libertà senz’altro: libertà dalla sofferenza, dalle regole costrittive di una società ingiusta, soprattutto per le minoranze, libertà dalla morte, inaccettabile per Charlie Parker – come può un padre accettare la morte di una figlia di due anni ? – La libertà rappresentata dagli uccelli…in volo. Attraverso le parole dell’autore, Interplay si rivela molto più di un omaggio teatrale a Charlie Parker. È una riflessione sull’arte come necessità vitale, sulla genialità come territorio non completamente spiegabile, e sul dolore come possibile origine della bellezza. Parker emerge così non soltanto come musicista rivoluzionario, ma come simbolo universale di chi tenta, attraverso la creazione, di liberarsi dalle proprie gabbie interiori. Come gli uccelli evocati nello spettacolo, anche lui sembra aver inseguito fino all’ultimo un’unica, irriducibile aspirazione: il volo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/interplay/">Interplay</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Nel panorama del jazz mondiale, </span><span class="s2">Charlie Parker</span><span class="s1"> resta una figura quasi mitologica: genio assoluto, uomo fragile, artista capace di trasformare il dolore in linguaggio universale. Con </span><span class="s3">Interplay</span><span class="s1">, spettacolo intenso e visionario, l’autore ci accompagna dentro l’anima inquieta di “Bird”, esplorando non solo la rivoluzione musicale del bebop, ma anche il conflitto eterno tra istinto e ragione, creazione e spiegazione, libertà e autodistruzione. In questa intervista, si attraversano i temi più profondi dell’opera: il mistero del talento, la sofferenza trasformata in arte, la forza emotiva della musica e quella ricerca disperata di libertà che ha reso Charlie Parker una delle figure più affascinanti e indecifrabili del Novecento.</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">In “Interplay” Charlie Parker non è solo un musicista, ma quasi una forza irrazionale, indomabile. Cosa l’ha affascinata di più della sua figura umana oltre che artistica?</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Direi che di lui mi ha colpito la grande capacità empatica. È la sua empatia a renderlo artista e creatore. Le sue composizioni non sono il frutto di uno studio accademico, di regole che pure conosceva, ma di un suo vissuto, di eventi che lo avevano segnato sin dall’infanzia, come la povertà estrema vissuta con la madre dopo l’abbandono del padre quando lui era un bambino, desideroso eppur privo di tante cose. La musica lo ha aiutato a sopravvivere a dolori e stenti, nella prima parte della sua vita è stata una salvezza. Ma oltre al vissuto, la sua grande capacità di osservazione, l’amore per la natura, la pietà e la considerazione nei confronti degli esseri umani ai margini della società, come i neri ma anche gli indiani nativi, gli hanno fornito un’infinita fonte di ispirazione. Così l’osservazione del volo degli uccelli, e per certe partiture sincopate che fanno pensare proprio a questo, è stato soprannominato “The bird”. Inoltre non tutti sanno che da autodidatta, ascoltava anche la musica classica, amava la poesia, e persino l’opera lirica italiana. Tutto questo non può essere soggetto a spiegazioni razionali, ma lasciato all’ambito sensazionale.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10938" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Alma-Daddario.jpeg" alt="" width="1290" height="1600" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Alma-Daddario.jpeg 1290w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Alma-Daddario-242x300.jpeg 242w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Alma-Daddario-826x1024.jpeg 826w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Alma-Daddario-770x955.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/Alma-Daddario-1238x1536.jpeg 1238w" sizes="(max-width: 1290px) 100vw, 1290px" /></p>
<p class="p1"><span class="s4">Nel testo emerge il conflitto tra chi crea e chi tenta di spiegare la creazione artistica. Crede che il talento autentico resti sempre, almeno in parte, indecifrabile?</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Per le ragioni che ho detto prima si. Il talento è certamente qualcosa di innato, si nasce con un preciso talento, che poi può essere perfezionato con lo studio e l’esperienza su campo, ma non è ascrivibile a spiegazioni razionali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Charlie Parker viene raccontato come un uomo divorato dagli eccessi e dalla propria fragilità. Quanto pensa che genialità e autodistruzione, nella nostra società, vengano ancora romanticizzate?</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Non è detto che le personalità geniali debbano necessariamente essere portate all’autodistruzione. Tuttavia è vero che un vissuto di problemi, dolore e sofferenza, possono sfociare in qualcosa di estremamente significativo, se veicolati in determinate forme artistiche. In tutte le arti, molti hanno saputo trarre dalle loro sofferenze persino capolavori grandiosi, parlo di Mozart, Dostoevskij, Van Gogh, Marina Czetaeva, Frida Kahlo, e tanti altri. Forse questo accade perché attraverso l’arte il dolore viene in qualche modo esorcizzato. Non a caso Denis Diderot diceva: “Anche il dolore una volta scritto, diventa felicità”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">La sua scrittura restituisce una Roma teatrale dell’anima, ma qui entra nel cuore del jazz americano e del bebop. Quanto la musica ha influenzato la costruzione emotiva e narrativa dello spettacolo?</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Veramente l’ispirazione più che dalla musica è scaturita dalla letteratura. Avevo letto tempo fa un racconto dello scrittore argentino Julio Cortazar: “Il persecutore”, chiaramente ispirato alla vita di Charlie Parker, che mi aveva talmente colpito e commosso da farmi decidere a scriverne qualcosa di teatralizzabile. Così mi sono tuffata nel mondo di un personaggio fatto soprattutto di musica, ma anche di tanta umanità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Per gli scrittori americani influenzati dal be-bop il processo è stato l’opposto: loro sono partiti dall’ascolto – anche perché hanno avuto la fortuna di ascoltare quel genio dal vivo – e hanno cercato di portare nella letteratura un ritmo che potesse avvicinarsi a quello musicale. Questo è evidente nei romanzi di Kerouac, nelle poesie di Ginzberg e Gregory Corso, e altri di quella generazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Nel rapporto tra Charlie Parker e Bruno Werner si scontrano emozione e razionalità, istinto e controllo. È anche una metafora del nostro tempo, sempre più ossessionato dal bisogno di spiegare tutto?</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Il rapporto tra Parker e Bruno, il giornalista critico “persecutore”, si presta a molte letture. Qui ci ho visto come paragone l’eterna diatriba tra istinto e ragione, un po&#8217; come quello che è stato fra Mozart e Salieri, con le dovute differenze. E debbo dire che gli interpreti di Interplay: Ennio Coltorti e Massimo Napoli, incarnano perfettamente questo concetto. </span></p>
<p class="p1"><span class="s4">Lei scrive che “gli uccelli, piuttosto che rassegnarsi alle gabbie, preferiscono volare via”. Secondo lei Charlie Parker stava cercando libertà, fuga o salvezza?</span></p>
<p class="p1"><span class="s4">La libertà senz’altro: libertà dalla sofferenza, dalle regole costrittive di una società ingiusta, soprattutto per le minoranze, libertà dalla morte, inaccettabile per Charlie Parker – come può un padre accettare la morte di una figlia di due anni ? – La libertà rappresentata dagli uccelli…in volo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Attraverso le parole dell’autore, </span><span class="s3">Interplay</span><span class="s1"> si rivela molto più di un omaggio teatrale a Charlie Parker. È una riflessione sull’arte come necessità vitale, sulla genialità come territorio non completamente spiegabile, e sul dolore come possibile origine della bellezza. Parker emerge così non soltanto come musicista rivoluzionario, ma come simbolo universale di chi tenta, attraverso la creazione, di liberarsi dalle proprie gabbie interiori. Come gli uccelli evocati nello spettacolo, anche lui sembra aver inseguito fino all’ultimo un’unica, irriducibile aspirazione: il volo.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/interplay/">Interplay</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title> Il Conciaossa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 16:05:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contenuti Esclusivi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel panorama del noir contemporaneo ci sono romanzi che raccontano il male, e altri che raccontano la fame. Fame di amore, di riconoscimento, di esistenza. Il Conciaossa, sesto capitolo dell’eptalogia dedicata ai sette vizi capitali, appartiene a questa seconda categoria: un romanzo duro, periferico, profondamente umano, dove la gola non è soltanto un vizio, ma una ferita emotiva che si trasforma in linguaggio del corpo e dell’anima. Attraverso il personaggio di Michele Miluzzi — uomo invisibile, fragile, marginale ma attraversato da un’intensa vita interiore — l’autrice ci accompagna in una borgata romana che diventa specchio di solitudini, desideri e sopravvivenze emotive. Una periferia viva, quasi pasoliniana, fatta di cemento, malinconia, umanità e bisogno disperato di essere visti. In questa intervista entriamo dentro il cuore del romanzo: la costruzione psicologica del protagonista, il rapporto tra fame fisica e fame affettiva, il senso dell’invisibilità sociale, il bisogno di appartenenza e quell’amore impossibile che, pur nascendo nella rinuncia, riesce comunque a sfiorare la grazia. “Il Conciaossa” è il sesto capitolo della sua eptalogia sui sette vizi capitali: perché ha scelto proprio la Gola come motore narrativo di questa storia così cupa, solitaria e periferica? Tra i vizi capitali quello della gola è sicuramente il più solitario, si consuma cioè al di là dei rapporti di relazione e si autoalimenta senza bisogno dell’altro. Mi è venuto dunque spontaneo costruire un personaggio che vive la solitudine, pur essendo immerso in un contesto di borgata dove tutti si conoscono, ma dove una persona sensibile, però dall’aspetto sgradevole, fatica a essere visto per come egli, interiormente, si percepisce. Per Michele Miluzzi, il protagonista, mangiare è un dispositivo esistenziale, mentre cucinare (per i vicini della malavita o per i carabinieri che fanno le retate, indifferentemente), è un tentativo di relazione, di contatto con l’altro. Michele Miluzzi è un personaggio marginale, invisibile, quasi respinto dalla società, eppure profondamente umano. Come è nato? Da quale immagine, ferita o intuizione? È uno stereotipo pensare che le persone ai margini non siano capaci di sentimenti profondi. Conosco molte persone di borgata, e spesso mi hanno colpito per la loro intelligenza e il loro acume. Certo, magari hanno modalità di approccio alla vita da cui si coglie la durezza dell’ambiente in cui vivono. Possiedono un senso pratico, disincantato. Ma hanno anche qualcosa che brilla, una vitalità che resiste nonostante tutto. Michele è un personaggio inventato, ma è anche la somma di persone con cui sono entrata in contatto. Un personaggio nato forse come omaggio e riscatto per certi invisibili che avrebbero molto da raccontare. Nel romanzo il cibo non è solo nutrimento, ma diventa compulsione, linguaggio del vuoto, segnale, richiesta d’amore. Che rapporto c’è tra fame fisica e fame emotiva nel suo protagonista? Se ci pensi bene la lussuria e la gola sono vizi che hanno molto in comune. Con la bocca si bacia, e si mangia. Entrambi i vizi danno una soddisfazione temporanea. C’è certamente sia una fame fisica cheemotiva nel protagonista, egli è consapevole che può sublimare solo con il cibo l’altra fame &#8211; quella di tenerezza e amore e appartenenza. L’aspetto interessante di Michele è che egli riconosce i propri limiti, e pur aspirando a qualcosa o a qualcuno che non potrà mai avere, pur con tutti gli errori che commette, c’è in lui un’indole è incrollabile checommuove: sa riconoscere la bellezza e la grazia. Lo si comprende dal finale del libro. La periferia romana che racconta ha qualcosa di pasoliniano: degrado, durezza, poesia, corpi soli dentro palazzi decadenti. Quanto è importante per lei il luogo come personaggio della storia? La periferia che racconto è descritta abbastanza fedelmente, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista delle dinamiche sociali. Una borgata raccontata, però, più che con la lingua (funzione del dialetto nei romanzi di Pasolini) con descrizioni sinestesiche (visive e uditive). La periferia è personaggio nella trama quanto Michele, e infatti Michele fuori da quel mondo non esiste o è nudo, indifeso, spaurito. Michele ha doti sensitive e le usa per farsi vedere, per uscire dall’invisibilità. Quanto pesa, nel romanzo, il bisogno umano di essere riconosciuti, anche quando questo porta a scelte pericolose? Credo che il desiderio di essere visti, riconosciuti, è comune a tutti gli esseri umani. Conosciamo tutti abbastanza bene i meccanismi, basta pensare all’uso dei social. Diciamo che Michele è più un tipo analogico, e soprattutto, esprime un bisogno profondo e non velleitario di comunanza con gli altri. Lui sa bene di non esistere al di fuori della borgata. Solo lì può esistere, agire, essere visto. Diventare conciaossa gli permette di entrare in contatto fisico con l’altro, predire il futuro gli calma certe ansie ed esprime il desiderio di affabulare. Ma come capirà chi leggerà il romanzo, si paga un prezzo per tentare di uscire dall’insignificanza di una vita già segnata. Non altissimo, ma comunque un prezzo.   Matilde è osservata da Michele come una figura malinconica, quasi uno specchio della sua solitudine. Che tipo di amore racconta “Il Conciaossa”: un amore possibile, deformato, salvifico o perduto in partenza? Sì, Matilde reagisce in maniera diversa alla solitudine, ma è speculare: laddove Michele vuole farsi notare, Matilde vuole restare invisibile, laddove lui vuole dimostrare qualcosa al mondo, lei nella rinuncia ha trovato il suo posto. E senza fare rumore. È un amore impossibile ma al contempo salvifico, perché Michele riconosce in fondo i propri limiti, e questo gli permette di vedere in lei la grazia e la bellezza, e saperla riconoscere nell’altro è come esserne toccati. Il Conciaossa non è soltanto un romanzo sulla marginalità o sulla periferia. È una riflessione profonda su ciò che accade quando un essere umano smette di sentirsi guardato, riconosciuto, amato. Michele Miluzzi resta addosso al lettore perché incarna una fragilità universale: il bisogno di esistere agli occhi degli altri, anche quando il mondo sembra aver già deciso di ignorarti. Attraverso una scrittura intensa, sensoriale e profondamente emotiva, il romanzo trasforma il degrado in poesia e la solitudine in materia narrativa viva. E forse è proprio qui la sua</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/il-conciaossa/"> Il Conciaossa</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Nel panorama del noir contemporaneo ci sono romanzi che raccontano il male, e altri che raccontano la fame. Fame di amore, di riconoscimento, di esistenza. </span><span class="s2">Il Conciaossa</span><span class="s1">, sesto capitolo dell’eptalogia dedicata ai sette vizi capitali, appartiene a questa seconda categoria: un romanzo duro, periferico, profondamente umano, dove la gola non è soltanto un vizio, ma una ferita emotiva che si trasforma in linguaggio del corpo e dell’anima.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Attraverso il personaggio di Michele Miluzzi — uomo invisibile, fragile, marginale ma attraversato da un’intensa vita interiore — l’autrice ci accompagna in una borgata romana che diventa specchio di solitudini, desideri e sopravvivenze emotive. Una periferia viva, quasi pasoliniana, fatta di cemento, malinconia, umanità e bisogno disperato di essere visti.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10934" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/coverConciaossa.jpeg" alt="" width="826" height="1240" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/coverConciaossa.jpeg 826w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/coverConciaossa-200x300.jpeg 200w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/coverConciaossa-682x1024.jpeg 682w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/coverConciaossa-770x1156.jpeg 770w" sizes="(max-width: 826px) 100vw, 826px" /></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questa intervista entriamo dentro il cuore del romanzo: la costruzione psicologica del protagonista, il rapporto tra fame fisica e fame affettiva, il senso dell’invisibilità sociale, il bisogno di appartenenza e quell’amore impossibile che, pur nascendo nella rinuncia, riesce comunque a sfiorare la grazia.</span><span class="s3"><br />
“Il Conciaossa” è il sesto capitolo della sua eptalogia sui sette vizi capitali: perché ha scelto proprio la Gola come motore narrativo di questa storia così cupa, solitaria e periferica?</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Tra i vizi capitali quello della gola è sicuramente il più solitario, si consuma cioè al di là dei rapporti di relazione e si autoalimenta senza bisogno dell’altro. Mi è venuto dunque spontaneo costruire un personaggio che vive la solitudine, pur essendo immerso in un contesto di borgata dove tutti si conoscono, ma dove una persona sensibile, però dall’aspetto sgradevole, fatica a essere visto per come egli, interiormente, si percepisce. Per Michele Miluzzi, il protagonista, mangiare è un dispositivo esistenziale, mentre cucinare (per i vicini della malavita o per i carabinieri che fanno le retate, indifferentemente), è un tentativo di relazione, di contatto con l’altro.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Michele Miluzzi è un personaggio marginale, invisibile, quasi respinto dalla società, eppure profondamente umano. Come è nato? Da quale immagine, ferita o intuizione?</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">È uno stereotipo pensare che le persone ai margini non siano capaci di sentimenti profondi. Conosco molte persone di borgata, e spesso mi hanno colpito per la loro intelligenza e il loro acume. Certo, magari hanno modalità di approccio alla vita da cui si coglie la durezza dell’ambiente in cui vivono. Possiedono un senso pratico, disincantato. Ma hanno anche qualcosa che brilla, una vitalità che resiste nonostante tutto. Michele è un personaggio inventato, ma è anche la somma di persone con cui sono entrata in contatto. Un personaggio nato forse come omaggio e riscatto per certi invisibili che avrebbero molto da raccontare.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10935" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/PAOLA-MUSA-SHOOT-2026-4-scaled.jpeg" alt="" width="2560" height="2309" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/PAOLA-MUSA-SHOOT-2026-4-scaled.jpeg 2560w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/PAOLA-MUSA-SHOOT-2026-4-300x271.jpeg 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/PAOLA-MUSA-SHOOT-2026-4-1024x924.jpeg 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/PAOLA-MUSA-SHOOT-2026-4-770x694.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/PAOLA-MUSA-SHOOT-2026-4-1536x1385.jpeg 1536w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/PAOLA-MUSA-SHOOT-2026-4-2048x1847.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p class="p1"><span class="s3">Nel romanzo il cibo non è solo nutrimento, ma diventa compulsione, linguaggio del vuoto, segnale, richiesta d’amore. Che rapporto c’è tra fame fisica e fame emotiva nel suo protagonista?</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Se ci pensi bene la lussuria e la gola sono vizi che hanno molto in comune. Con la bocca si bacia, e si mangia. Entrambi i vizi danno una soddisfazione temporanea. C’è certamente sia una fame fisica cheemotiva nel protagonista, egli è consapevole che può sublimare solo con il cibo l’altra fame &#8211; quella di tenerezza e amore e appartenenza. L’aspetto interessante di Michele è che egli riconosce i propri limiti, e pur aspirando a qualcosa o a qualcuno che non potrà mai avere, pur con tutti gli errori che commette, c’è in lui un’indole è incrollabile checommuove: sa riconoscere la bellezza e la grazia. Lo si comprende dal finale del libro.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">La periferia romana che racconta ha qualcosa di pasoliniano: degrado, durezza, poesia, corpi soli dentro palazzi decadenti. Quanto è importante per lei il luogo come personaggio della storia?</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">La periferia che racconto è descritta abbastanza fedelmente, sia dal punto di vista urbanistico che dal punto di vista delle dinamiche sociali. Una borgata raccontata, però, più che con la lingua (funzione del dialetto nei romanzi di Pasolini) con descrizioni sinestesiche (visive e uditive). La periferia è personaggio nella trama quanto Michele, e infatti Michele fuori da quel mondo non esiste o è nudo, indifeso, spaurito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Michele ha doti sensitive e le usa per farsi vedere, per uscire dall’invisibilità. Quanto pesa, nel romanzo, il bisogno umano di essere riconosciuti, anche quando questo porta a scelte pericolose?</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Credo che il desiderio di essere visti, riconosciuti, è comune a tutti gli esseri umani. Conosciamo tutti abbastanza bene i meccanismi, basta pensare all’uso dei social. Diciamo che Michele è più un tipo analogico, e soprattutto, esprime un bisogno profondo e non velleitario di comunanza con gli altri. Lui sa bene di non esistere al di fuori della borgata. Solo lì può esistere, agire, essere visto. Diventare conciaossa gli permette di entrare in contatto fisico con l’altro, predire il futuro gli calma certe ansie ed esprime il desiderio di affabulare. Ma come capirà chi leggerà il romanzo, si paga un prezzo per tentare di uscire dall’insignificanza di una vita già segnata. Non altissimo, ma comunque un prezzo.  </span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Matilde è osservata da Michele come una figura malinconica, quasi uno specchio della sua solitudine. Che tipo di amore racconta “Il Conciaossa”: un amore possibile, deformato, salvifico o perduto in partenza?</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Sì, Matilde reagisce in maniera diversa alla solitudine, ma è speculare: laddove Michele vuole farsi notare, Matilde vuole restare invisibile, laddove lui vuole dimostrare qualcosa al mondo, lei nella rinuncia ha trovato il suo posto. E senza fare rumore. È un amore impossibile ma al contempo salvifico, perché Michele riconosce in fondo i propri limiti, e questo gli permette di vedere in lei la grazia e la bellezza, e saperla riconoscere nell’altro è come esserne toccati.</span></p>
<p class="p1"><span class="s5">Il Conciaossa</span><span class="s3"> non è soltanto un romanzo sulla marginalità o sulla periferia. È una riflessione profonda su ciò che accade quando un essere umano smette di sentirsi guardato, riconosciuto, amato. Michele Miluzzi resta addosso al lettore perché incarna una fragilità universale: il bisogno di esistere agli occhi degli altri, anche quando il mondo sembra aver già deciso di ignorarti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Attraverso una scrittura intensa, sensoriale e profondamente emotiva, il romanzo trasforma il degrado in poesia e la solitudine in materia narrativa viva. E forse è proprio qui la sua forza più grande: ricordarci che anche gli invisibili custodiscono mondi interiori immensi, desideri struggenti e una disperata capacità di riconoscere la bellezza.</span></p>
<p class="p3"><span class="s4">Un libro cupo e tenero insieme, che parla di fame, ma soprattutto di umanità.</span></p>
<p class="p3"><span class="s4"> </span></p>
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		<title>Annone Supremo di Pantheon Roma: il profumo del potere, della seduzione e dell’eccesso elegante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 15:36:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mood & Stile di Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intenso, opulento e magnetico. Con Annone Supremo, Pantheon Roma trasforma la profumeria artistica in un racconto di lusso e fascino rinascimentale, dove ogni nota lascia un segno indelebile. Nel panorama della profumeria artistica italiana, Pantheon Roma è uno dei marchi che negli ultimi anni ha saputo distinguersi con maggiore personalità. La maison romana ha costruito il proprio universo creativo attorno alla storia del Rinascimento italiano, trasformando figure, passioni e simboli storici in fragranze contemporanee dal forte impatto emotivo. Ogni creazione del brand racconta un frammento di storia, reinterpretato attraverso un linguaggio olfattivo moderno, intenso e sofisticato. Ed è proprio in questa dimensione che si inserisce Annone Supremo, una fragranza che incarna potere, eleganza e seduzione in modo spettacolare. Il nome richiama immediatamente qualcosa di maestoso. “Supremo” non è soltanto un termine evocativo, ma una dichiarazione d’intenti. Questa fragranza nasce per essere protagonista, per lasciare una scia importante e per trasmettere una presenza forte e memorabile. Fin dal primo spruzzo, Annone Supremo mostra una personalità ricca e avvolgente. L’apertura è intensa, luminosa e immediatamente seducente, con una costruzione che punta sull’impatto senza mai perdere eleganza. È uno di quei profumi che riescono a catturare l’attenzione fin dai primi secondi, ma che continuano a evolversi nel tempo rivelando nuove sfumature. Immagine creata con AI La firma olfattiva della fragranza ruota attorno a un equilibrio tra dolcezza, profondità e sensualità. Le note gourmand si intrecciano a sfumature calde e resinose, creando una composizione opulenta ma perfettamente controllata. Nulla appare eccessivo o caotico: ogni elemento è costruito per creare armonia e carattere. Ciò che rende particolarmente interessante Annone Supremo è la sua capacità di unire modernità e classicismo. Da un lato troviamo la ricchezza tipica della profumeria orientale contemporanea, dall’altro una raffinatezza quasi aristocratica che richiama il lusso italiano più autentico. La fragranza si sviluppa lentamente sulla pelle, diventando sempre più morbida e avvolgente con il passare delle ore. È un profumo che cambia, che respira, che crea profondità senza perdere definizione. Uno degli aspetti più riusciti della creazione è la sensazione tattile che lascia. Annone Supremo non è soltanto un profumo da sentire, ma quasi da percepire fisicamente. Ha una texture cremosa, vellutata, capace di creare una presenza elegante ma estremamente intensa. Nel mondo della profumeria artistica contemporanea, dove spesso si cerca di stupire attraverso accordi estremi o provocatori, Pantheon Roma sceglie invece una strada più sofisticata: quella dell’opulenza controllata. Ed è proprio questo equilibrio a rendere la fragranza così coinvolgente. Anche il flacone riflette perfettamente l’identità del brand. Il design elegante e monumentale richiama immediatamente il lusso italiano e la grande tradizione artistica romana. Oro, dettagli preziosi e linee raffinate trasformano il profumo in un vero oggetto da collezione. Dal punto di vista commerciale, Annone Supremo rappresenta perfettamente ciò che oggi molti appassionati cercano nella profumeria di nicchia: una fragranza riconoscibile, intensa, con grande performance ma anche con una forte identità stilistica. È il tipo di profumo che conquista chi ama lasciare il segno. Chi cerca una scia importante, ma raffinata. Chi vuole indossare qualcosa che comunichi presenza, sicurezza e fascino. Pantheon Roma, con questa creazione, dimostra ancora una volta come la profumeria artistica italiana stia vivendo un momento di grande evoluzione creativa. Una profumeria capace di unire cultura, emozione e lusso contemporaneo. Perché Annone Supremo non è soltanto una fragranza. È un’esperienza di carattere. Un profumo che entra nella stanza prima ancora di essere raccontato. Che seduce senza bisogno di eccessi. Che trasforma la pelle in una firma olfattiva intensa e memorabile. E quando un profumo riesce a trasmettere tutto questo, capisci che non stai semplicemente indossando una fragranza. Stai indossando una presenza.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em>Intenso, opulento e magnetico. Con Annone Supremo, Pantheon Roma trasforma la profumeria artistica in un racconto di lusso e fascino rinascimentale, dove ogni nota lascia un segno indelebile.</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel panorama della profumeria artistica italiana, Pantheon Roma è uno dei marchi che negli ultimi anni ha saputo distinguersi con maggiore personalità. La maison romana ha costruito il proprio universo creativo attorno alla storia del Rinascimento italiano, trasformando figure, passioni e simboli storici in fragranze contemporanee dal forte impatto emotivo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ogni creazione del brand racconta un frammento di storia, reinterpretato attraverso un linguaggio olfattivo moderno, intenso e sofisticato. Ed è proprio in questa dimensione che si inserisce Annone Supremo, una fragranza che incarna potere, eleganza e seduzione in modo spettacolare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il nome richiama immediatamente qualcosa di maestoso. “Supremo” non è soltanto un termine evocativo, ma una dichiarazione d’intenti. Questa fragranza nasce per essere protagonista, per lasciare una scia importante e per trasmettere una presenza forte e memorabile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Fin dal primo spruzzo, Annone Supremo mostra una personalità ricca e avvolgente. L’apertura è intensa, luminosa e immediatamente seducente, con una costruzione che punta sull’impatto senza mai perdere eleganza. È uno di quei profumi che riescono a catturare l’attenzione fin dai primi secondi, ma che continuano a evolversi nel tempo rivelando nuove sfumature.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10925" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_30_03.png" alt="" width="1536" height="1024" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_30_03.png 1536w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_30_03-300x200.png 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_30_03-1024x683.png 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_30_03-770x513.png 770w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p style="text-align: center;">Immagine creata con AI</p>
<p style="font-weight: 400;">La firma olfattiva della fragranza ruota attorno a un equilibrio tra dolcezza, profondità e sensualità. Le note gourmand si intrecciano a sfumature calde e resinose, creando una composizione opulenta ma perfettamente controllata. Nulla appare eccessivo o caotico: ogni elemento è costruito per creare armonia e carattere.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ciò che rende particolarmente interessante Annone Supremo è la sua capacità di unire modernità e classicismo. Da un lato troviamo la ricchezza tipica della profumeria orientale contemporanea, dall’altro una raffinatezza quasi aristocratica che richiama il lusso italiano più autentico.</p>
<p style="font-weight: 400;">La fragranza si sviluppa lentamente sulla pelle, diventando sempre più morbida e avvolgente con il passare delle ore. È un profumo che cambia, che respira, che crea profondità senza perdere definizione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Uno degli aspetti più riusciti della creazione è la sensazione tattile che lascia. Annone Supremo non è soltanto un profumo da sentire, ma quasi da percepire fisicamente. Ha una texture cremosa, vellutata, capace di creare una presenza elegante ma estremamente intensa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel mondo della profumeria artistica contemporanea, dove spesso si cerca di stupire attraverso accordi estremi o provocatori, Pantheon Roma sceglie invece una strada più sofisticata: quella dell’opulenza controllata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ed è proprio questo equilibrio a rendere la fragranza così coinvolgente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche il flacone riflette perfettamente l’identità del brand. Il design elegante e monumentale richiama immediatamente il lusso italiano e la grande tradizione artistica romana. Oro, dettagli preziosi e linee raffinate trasformano il profumo in un vero oggetto da collezione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dal punto di vista commerciale, Annone Supremo rappresenta perfettamente ciò che oggi molti appassionati cercano nella profumeria di nicchia: una fragranza riconoscibile, intensa, con grande performance ma anche con una forte identità stilistica.</p>
<p style="font-weight: 400;">È il tipo di profumo che conquista chi ama lasciare il segno. Chi cerca una scia importante, ma raffinata. Chi vuole indossare qualcosa che comunichi presenza, sicurezza e fascino.</p>
<p style="font-weight: 400;">Pantheon Roma, con questa creazione, dimostra ancora una volta come la profumeria artistica italiana stia vivendo un momento di grande evoluzione creativa. Una profumeria capace di unire cultura, emozione e lusso contemporaneo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Perché Annone Supremo non è soltanto una fragranza.<br />
È un’esperienza di carattere.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un profumo che entra nella stanza prima ancora di essere raccontato.<br />
Che seduce senza bisogno di eccessi.<br />
Che trasforma la pelle in una firma olfattiva intensa e memorabile.</p>
<p style="font-weight: 400;">E quando un profumo riesce a trasmettere tutto questo, capisci che non stai semplicemente indossando una fragranza.<br />
Stai indossando una presenza.</p>
<p style="font-weight: 400;">
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/annone-supremo-di-pantheon-roma-il-profumo-del-potere-della-seduzione-e-delleccesso-elegante/">Annone Supremo di Pantheon Roma: il profumo del potere, della seduzione e dell’eccesso elegante</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Musc Nurasana di Maison Crivelli: il muschio diventa emozione pura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 15:34:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mood & Stile di Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Morbido, luminoso e sorprendentemente avvolgente. Con Musc Nurasana, Maison Crivelli continua il suo viaggio sensoriale fuori dagli schemi, trasformando il muschio in una fragranza intensa, moderna e profondamente emotiva. Nel panorama della profumeria artistica contemporanea, Maison Crivelli è diventato uno dei marchi più interessanti e riconoscibili degli ultimi anni. La maison fondata da Thibaud Crivelli ha costruito il proprio successo su un’idea precisa: creare profumi che nascano da esperienze sensoriali vissute in modo inatteso. Ogni fragranza del brand racconta infatti un contrasto, un’emozione fuori contesto, una percezione sorprendente. Ed è proprio questa filosofia che torna protagonista nella nuova creazione della maison: Musc Nurasana. Con questa uscita, Maison Crivelli esplora uno degli ingredienti più affascinanti e complessi della profumeria moderna: il muschio. Ma lo fa in modo completamente personale, lontano dai classici muschi puliti e trasparenti che dominano gran parte del mercato contemporaneo. Musc Nurasana è una fragranza che punta sull’emozione prima ancora che sulla struttura tecnica. Fin dal primo spruzzo emerge una sensazione vellutata, luminosa, quasi tattile. Il profumo avvolge la pelle con delicatezza, ma allo stesso tempo lascia una presenza chiara e riconoscibile. Ciò che colpisce immediatamente è l’equilibrio tra morbidezza e intensità. Non si tratta di un muschio etereo o minimalista, ma di una composizione ricca di sfumature, capace di evolvere continuamente. Immagine realizzata con AI Maison Crivelli riesce ancora una volta a trasformare una materia prima conosciuta in qualcosa di inaspettato. Il muschio qui assume un carattere caldo, sensuale, quasi cremoso, accompagnato da sfaccettature luminose e moderne che rendono la fragranza estremamente contemporanea. La costruzione olfattiva appare fluida, dinamica, mai statica. La fragranza si apre con una luminosità raffinata, per poi svilupparsi gradualmente in una texture più avvolgente e profonda. È un profumo che si scopre lentamente, lasciando emergere dettagli diversi nel corso delle ore. Uno degli aspetti più interessanti di Musc Nurasana è la sua capacità di creare una sensualità elegante, mai eccessiva. In un momento storico in cui molte fragranze puntano sulla forza e sull’impatto immediato, Maison Crivelli sceglie invece un approccio più sofisticato e sottile. La sensualità qui non nasce dall’opulenza, ma dalla texture del profumo sulla pelle. Da quella sensazione quasi “second skin” che rende la fragranza profondamente personale. Ed è proprio questo uno dei grandi punti di forza della maison: la capacità di costruire esperienze sensoriali immersive. Le fragranze di Maison Crivelli non si limitano a essere belle da annusare. Vogliono trasmettere sensazioni, evocare immagini, creare connessioni emotive. Anche con Musc Nurasana il brand mantiene questa identità creativa fortissima. La fragranza non segue formule prevedibili, ma costruisce un percorso olfattivo che sorprende per equilibrio e modernità. Dal punto di vista stilistico, questa uscita sembra perfettamente in linea con l’evoluzione della profumeria artistica contemporanea. Negli ultimi anni, infatti, il pubblico sta mostrando un interesse crescente verso fragranze più intime, avvolgenti e raffinate. Profumi che non dominano l’ambiente, ma creano una presenza elegante e memorabile. Musc Nurasana intercetta perfettamente questa sensibilità. È una fragranza versatile, sofisticata, capace di adattarsi a diverse situazioni mantenendo sempre una forte identità. Anche il flacone segue l’estetica essenziale e moderna tipica di Maison Crivelli. Linee pulite, design elegante e dettagli ricercati accompagnano una creazione che punta tutto sull’esperienza sensoriale. Dal punto di vista commerciale, Musc Nurasana potrebbe diventare una delle uscite più interessanti del brand. È un profumo che riesce a parlare sia agli appassionati esperti sia a chi desidera avvicinarsi alla profumeria artistica attraverso una fragranza moderna, emozionale e facilmente indossabile. In un mercato spesso dominato dagli eccessi, Maison Crivelli dimostra ancora una volta che la vera innovazione può nascere anche dalla delicatezza. Perché Musc Nurasana non cerca di imporsi. Cerca di avvolgere. Di creare una connessione silenziosa tra pelle ed emozione. Di trasformare il muschio in qualcosa di profondamente umano. E forse è proprio questo il suo fascino più grande: non voler essere semplicemente un profumo, ma una sensazione da vivere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/musc-nurasana-di-maison-crivelli-il-muschio-diventa-emozione-pura/">Musc Nurasana di Maison Crivelli: il muschio diventa emozione pura</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><i>Morbido, luminoso e sorprendentemente avvolgente. Con Musc Nurasana, Maison Crivelli continua il suo viaggio sensoriale fuori dagli schemi, trasformando il muschio in una fragranza intensa, moderna e profondamente emotiva.</i></p>
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<p>Nel panorama della profumeria artistica contemporanea, Maison Crivelli è diventato uno dei marchi più interessanti e riconoscibili degli ultimi anni. La maison fondata da Thibaud Crivelli ha costruito il proprio successo su un’idea precisa: creare profumi che nascano da esperienze sensoriali vissute in modo inatteso.</p>
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<p>Ogni fragranza del brand racconta infatti un contrasto, un’emozione fuori contesto, una percezione sorprendente. Ed è proprio questa filosofia che torna protagonista nella nuova creazione della maison: Musc Nurasana.</p>
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<p>Con questa uscita, Maison Crivelli esplora uno degli ingredienti più affascinanti e complessi della profumeria moderna: il muschio. Ma lo fa in modo completamente personale, lontano dai classici muschi puliti e trasparenti che dominano gran parte del mercato contemporaneo.</p>
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<p>Musc Nurasana è una fragranza che punta sull’emozione prima ancora che sulla struttura tecnica. Fin dal primo spruzzo emerge una sensazione vellutata, luminosa, quasi tattile. Il profumo avvolge la pelle con delicatezza, ma allo stesso tempo lascia una presenza chiara e riconoscibile.</p>
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<p>Ciò che colpisce immediatamente è l’equilibrio tra morbidezza e intensità. Non si tratta di un muschio etereo o minimalista, ma di una composizione ricca di sfumature, capace di evolvere continuamente.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10926" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_28_11.png" alt="" width="1536" height="1024" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_28_11.png 1536w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_28_11-300x200.png 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_28_11-1024x683.png 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_28_11-770x513.png 770w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
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<p style="text-align: center;">Immagine realizzata con AI</p>
<p>Maison Crivelli riesce ancora una volta a trasformare una materia prima conosciuta in qualcosa di inaspettato. Il muschio qui assume un carattere caldo, sensuale, quasi cremoso, accompagnato da sfaccettature luminose e moderne che rendono la fragranza estremamente contemporanea.</p>
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<p>La costruzione olfattiva appare fluida, dinamica, mai statica. La fragranza si apre con una luminosità raffinata, per poi svilupparsi gradualmente in una texture più avvolgente e profonda. È un profumo che si scopre lentamente, lasciando emergere dettagli diversi nel corso delle ore.</p>
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<p>Uno degli aspetti più interessanti di Musc Nurasana è la sua capacità di creare una sensualità elegante, mai eccessiva. In un momento storico in cui molte fragranze puntano sulla forza e sull’impatto immediato, Maison Crivelli sceglie invece un approccio più sofisticato e sottile.</p>
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<p>La sensualità qui non nasce dall’opulenza, ma dalla texture del profumo sulla pelle. Da quella sensazione quasi “second skin” che rende la fragranza profondamente personale.</p>
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<p>Ed è proprio questo uno dei grandi punti di forza della maison: la capacità di costruire esperienze sensoriali immersive. Le fragranze di Maison Crivelli non si limitano a essere belle da annusare. Vogliono trasmettere sensazioni, evocare immagini, creare connessioni emotive.</p>
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<p>Anche con Musc Nurasana il brand mantiene questa identità creativa fortissima. La fragranza non segue formule prevedibili, ma costruisce un percorso olfattivo che sorprende per equilibrio e modernità.</p>
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<p>Dal punto di vista stilistico, questa uscita sembra perfettamente in linea con l’evoluzione della profumeria artistica contemporanea. Negli ultimi anni, infatti, il pubblico sta mostrando un interesse crescente verso fragranze più intime, avvolgenti e raffinate. Profumi che non dominano l’ambiente, ma creano una presenza elegante e memorabile.</p>
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<p>Musc Nurasana intercetta perfettamente questa sensibilità. È una fragranza versatile, sofisticata, capace di adattarsi a diverse situazioni mantenendo sempre una forte identità.</p>
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<p>Anche il flacone segue l’estetica essenziale e moderna tipica di Maison Crivelli. Linee pulite, design elegante e dettagli ricercati accompagnano una creazione che punta tutto sull’esperienza sensoriale.</p>
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<p>Dal punto di vista commerciale, Musc Nurasana potrebbe diventare una delle uscite più interessanti del brand. È un profumo che riesce a parlare sia agli appassionati esperti sia a chi desidera avvicinarsi alla profumeria artistica attraverso una fragranza moderna, emozionale e facilmente indossabile.</p>
</div>
<div>
<p>In un mercato spesso dominato dagli eccessi, Maison Crivelli dimostra ancora una volta che la vera innovazione può nascere anche dalla delicatezza.</p>
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<p>Perché Musc Nurasana non cerca di imporsi.<br />
Cerca di avvolgere.</p>
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<p>Di creare una connessione silenziosa tra pelle ed emozione.<br />
Di trasformare il muschio in qualcosa di profondamente umano.</p>
</div>
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<p>E forse è proprio questo il suo fascino più grande:<br />
non voler essere semplicemente un profumo,<br />
ma una sensazione da vivere.</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/musc-nurasana-di-maison-crivelli-il-muschio-diventa-emozione-pura/">Musc Nurasana di Maison Crivelli: il muschio diventa emozione pura</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Creed presenta Wild Vetiver: il lato più libero ed elegante del vetiver contemporaneo</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/creed-presenta-wild-vetiver-il-lato-piu-libero-ed-elegante-del-vetiver-contemporaneo/</link>
					<comments>https://www.barbarafabbroni.it/creed-presenta-wild-vetiver-il-lato-piu-libero-ed-elegante-del-vetiver-contemporaneo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 15:32:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mood & Stile di Vita]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.barbarafabbroni.it/?p=10924</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fresco, raffinato e sorprendentemente moderno. Con Wild Vetiver, Creed riscrive uno dei grandi classici della profumeria artistica, trasformando il vetiver in un’esperienza luminosa e sofisticata. Nel mondo della profumeria artistica esistono materie prime che attraversano le epoche senza perdere fascino. Il vetiver è una di queste. Elegante, verde, terroso, raffinato: una nota che da sempre rappresenta equilibrio e carattere. Oggi, però, Creed decide di reinterpretarla in chiave contemporanea con una nuova creazione destinata a far parlare di sé: Wild Vetiver. L’ultima uscita della storica maison inglese non è semplicemente un nuovo profumo al vetiver. È una reinterpretazione moderna di questa materia prima iconica, pensata per chi cerca freschezza, stile e personalità in una fragranza sofisticata ma estremamente portabile. Secondo la maison, Wild Vetiver nasce dall’idea di un giardino inglese elegante che lentamente si fonde con la natura più libera e spontanea. Un contrasto tra ordine e istinto, tra raffinatezza e libertà. Immagine realizzata con AI Fin dal primo spruzzo, la fragranza mostra immediatamente un volto più luminoso e dinamico rispetto ai classici vetiver tradizionali. L’apertura è costruita su bergamotto, pepe rosa e timur berry, ingredienti che regalano una freschezza vibrante, leggermente speziata e molto moderna. Ma è nel cuore che Wild Vetiver sorprende davvero. Accanto alla struttura verde e aromatica emergono rosa centifolia, geranio e ribes nero, elementi che donano una sfumatura elegante e contemporanea alla composizione. Non è un vetiver secco e austero, ma un profumo più fluido, arioso, quasi vellutato sulla pelle. Nel fondo, naturalmente, arriva il protagonista: il vetiver. Accompagnato da amberwood e legno di cedro, crea una base pulita, raffinata e persistente, senza mai risultare pesante. Ciò che rende interessante questa nuova uscita è proprio il suo equilibrio. Wild Vetiver mantiene la classe tipica delle fragranze Creed, ma introduce una maggiore leggerezza e versatilità. È un profumo che riesce a essere elegante senza diventare rigido, fresco senza risultare banale. Molti appassionati hanno immediatamente notato il legame con Original Vetiver, una delle fragranze più amate della maison. Tuttavia, Wild Vetiver non appare come una semplice variazione, ma come una nuova interpretazione più contemporanea e luminosa della stessa famiglia olfattiva. Anche le prime impressioni della community online sono state molto positive. Su Reddit, diversi appassionati hanno definito Wild Vetiver come un ritorno allo stile Creed più classico: pulito, elegante e naturale. Alcuni utenti parlano di una fragranza “solare”, fresca ma raffinata, ideale per la stagione calda. Dal punto di vista stilistico, questa uscita sembra intercettare perfettamente il gusto contemporaneo. Negli ultimi anni, infatti, il pubblico si sta orientando verso fragranze più luminose, versatili e sofisticate, capaci di trasmettere lusso senza eccessi. Wild Vetiver si inserisce esattamente in questa direzione. È un profumo che non cerca di impressionare con forza o opulenza, ma con equilibrio, qualità e naturalezza. Anche il flacone segue questa filosofia. Il classico design Creed si veste di un verde intenso ed elegante, richiamando immediatamente il carattere botanico e raffinato della fragranza. Un’estetica pulita e riconoscibile, perfettamente coerente con il messaggio del profumo. Dal punto di vista commerciale, Wild Vetiver potrebbe diventare una delle uscite più interessanti della maison negli ultimi anni. È una fragranza trasversale, facile da indossare ma con una firma ben precisa. Perfetta sia per gli amanti storici del vetiver sia per chi desidera avvicinarsi a questa nota in modo più moderno e accessibile. In un mercato dove spesso si punta sull’eccesso, Creed sceglie invece una strada diversa: quella dell’eleganza spontanea. E forse è proprio questo il vero fascino di Wild Vetiver: non voler stupire a tutti i costi, ma lasciare una sensazione di lusso naturale, discreto e autentico.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/creed-presenta-wild-vetiver-il-lato-piu-libero-ed-elegante-del-vetiver-contemporaneo/">Creed presenta Wild Vetiver: il lato più libero ed elegante del vetiver contemporaneo</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em>Fresco, raffinato e sorprendentemente moderno. Con Wild Vetiver, Creed riscrive uno dei grandi classici della profumeria artistica, trasformando il vetiver in un’esperienza luminosa e sofisticata.</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Nel mondo della profumeria artistica esistono materie prime che attraversano le epoche senza perdere fascino. Il vetiver è una di queste. Elegante, verde, terroso, raffinato: una nota che da sempre rappresenta equilibrio e carattere. Oggi, però, Creed decide di reinterpretarla in chiave contemporanea con una nuova creazione destinata a far parlare di sé: Wild Vetiver.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’ultima uscita della storica maison inglese non è semplicemente un nuovo profumo al vetiver. È una reinterpretazione moderna di questa materia prima iconica, pensata per chi cerca freschezza, stile e personalità in una fragranza sofisticata ma estremamente portabile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Secondo la maison, Wild Vetiver nasce dall’idea di un giardino inglese elegante che lentamente si fonde con la natura più libera e spontanea. Un contrasto tra ordine e istinto, tra raffinatezza e libertà.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10927" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_27_07.png" alt="" width="1536" height="1024" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_27_07.png 1536w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_27_07-300x200.png 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_27_07-1024x683.png 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-19-mag-2026-17_27_07-770x513.png 770w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p style="text-align: center;">Immagine realizzata con AI</p>
<p style="font-weight: 400;">Fin dal primo spruzzo, la fragranza mostra immediatamente un volto più luminoso e dinamico rispetto ai classici vetiver tradizionali. L’apertura è costruita su bergamotto, pepe rosa e timur berry, ingredienti che regalano una freschezza vibrante, leggermente speziata e molto moderna.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma è nel cuore che Wild Vetiver sorprende davvero. Accanto alla struttura verde e aromatica emergono rosa centifolia, geranio e ribes nero, elementi che donano una sfumatura elegante e contemporanea alla composizione. Non è un vetiver secco e austero, ma un profumo più fluido, arioso, quasi vellutato sulla pelle.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel fondo, naturalmente, arriva il protagonista: il vetiver. Accompagnato da amberwood e legno di cedro, crea una base pulita, raffinata e persistente, senza mai risultare pesante.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ciò che rende interessante questa nuova uscita è proprio il suo equilibrio. Wild Vetiver mantiene la classe tipica delle fragranze Creed, ma introduce una maggiore leggerezza e versatilità. È un profumo che riesce a essere elegante senza diventare rigido, fresco senza risultare banale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Molti appassionati hanno immediatamente notato il legame con Original Vetiver, una delle fragranze più amate della maison. Tuttavia, Wild Vetiver non appare come una semplice variazione, ma come una nuova interpretazione più contemporanea e luminosa della stessa famiglia olfattiva.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche le prime impressioni della community online sono state molto positive. Su Reddit, diversi appassionati hanno definito Wild Vetiver come un ritorno allo stile Creed più classico: pulito, elegante e naturale. Alcuni utenti parlano di una fragranza “solare”, fresca ma raffinata, ideale per la stagione calda.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dal punto di vista stilistico, questa uscita sembra intercettare perfettamente il gusto contemporaneo. Negli ultimi anni, infatti, il pubblico si sta orientando verso fragranze più luminose, versatili e sofisticate, capaci di trasmettere lusso senza eccessi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Wild Vetiver si inserisce esattamente in questa direzione. È un profumo che non cerca di impressionare con forza o opulenza, ma con equilibrio, qualità e naturalezza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche il flacone segue questa filosofia. Il classico design Creed si veste di un verde intenso ed elegante, richiamando immediatamente il carattere botanico e raffinato della fragranza. Un’estetica pulita e riconoscibile, perfettamente coerente con il messaggio del profumo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dal punto di vista commerciale, Wild Vetiver potrebbe diventare una delle uscite più interessanti della maison negli ultimi anni. È una fragranza trasversale, facile da indossare ma con una firma ben precisa. Perfetta sia per gli amanti storici del vetiver sia per chi desidera avvicinarsi a questa nota in modo più moderno e accessibile.</p>
<p style="font-weight: 400;">In un mercato dove spesso si punta sull’eccesso, Creed sceglie invece una strada diversa: quella dell’eleganza spontanea.</p>
<p style="font-weight: 400;">E forse è proprio questo il vero fascino di Wild Vetiver:<br />
non voler stupire a tutti i costi,<br />
ma lasciare una sensazione di lusso naturale, discreto e autentico.</p>
<p style="font-weight: 400;">
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/creed-presenta-wild-vetiver-il-lato-piu-libero-ed-elegante-del-vetiver-contemporaneo/">Creed presenta Wild Vetiver: il lato più libero ed elegante del vetiver contemporaneo</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<item>
		<title>Perché sempre più persone scelgono la profumeria di nicchia invece di quella commerciale</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/perche-sempre-piu-persone-scelgono-la-profumeria-di-nicchia-invece-di-quella-commerciale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 18:07:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mood & Stile di Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fragranze uniche, emozioni autentiche e desiderio di distinguersi: la profumeria di nicchia conquista un pubblico sempre più ampio, trasformando il profumo da semplice accessorio a vera espressione personale. Per molti anni il profumo è stato soprattutto un prodotto di massa. Grandi campagne pubblicitarie, testimonial famosi e fragranze pensate per piacere al maggior numero di persone possibile hanno dominato il mercato. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Sempre più consumatori scelgono la profumeria di nicchia, attratti da un mondo fatto di ricerca, qualità e identità. Una trasformazione che non riguarda soltanto il gusto olfattivo, ma un diverso modo di vivere il profumo. La prima grande differenza tra profumeria commerciale e artistica sta nell’approccio creativo. I profumi commerciali sono spesso progettati seguendo logiche di mercato molto precise: devono essere immediati, facilmente riconoscibili e adatti a un pubblico ampio. La profumeria di nicchia, invece, nasce da una filosofia diversa. Qui il profumiere ha maggiore libertà espressiva. Non deve necessariamente creare qualcosa che piaccia a tutti, ma qualcosa che abbia carattere, personalità e una storia da raccontare. Questo si traduce in fragranze più originali, meno prevedibili e spesso più emozionali. Un altro elemento che spinge sempre più persone verso la nicchia è il desiderio di unicità. In un mondo dove tutto tende a uniformarsi, il profumo diventa uno degli ultimi strumenti realmente personali. Molti clienti non vogliono più indossare fragranze percepite ovunque, ma cercano qualcosa che li rappresenti davvero. Una firma olfattiva distintiva, capace di lasciare un ricordo. La profumeria artistica risponde perfettamente a questa esigenza. I brand di nicchia producono spesso quantità più limitate e propongono composizioni meno convenzionali, lontane dagli standard del mercato mainstream. Anche la qualità delle materie prime gioca un ruolo fondamentale. Nella profumeria di nicchia si presta grande attenzione alla selezione degli ingredienti e alla costruzione della fragranza. Le composizioni risultano spesso più ricche, sfaccettate e persistenti. Questo non significa necessariamente che ogni profumo di nicchia sia “migliore” di uno commerciale, ma che offre un’esperienza diversa. Più personale, più ricercata, più coinvolgente. Molti consumatori iniziano ad avvicinarsi alla nicchia proprio dopo aver percepito una certa somiglianza tra le fragranze commerciali. Nel tentativo di piacere a un pubblico vasto, infatti, molti profumi finiscono per condividere strutture olfattive simili. La profumeria artistica rompe questa dinamica, proponendo accordi insoliti, combinazioni più audaci e interpretazioni creative delle materie prime. C’è poi un aspetto emotivo sempre più importante: il bisogno di autenticità. Oggi il consumatore non compra soltanto un prodotto, ma una storia, un’esperienza, un’identità. I brand di nicchia raccontano spesso il lavoro del profumiere, l’ispirazione dietro la fragranza, il percorso creativo. Questo crea un legame più forte tra il cliente e il profumo. Anche il rituale della scelta cambia. Nella profumeria artistica non si acquista in fretta. Si prova, si aspetta, si lascia evolvere la fragranza sulla pelle. È un’esperienza più lenta e consapevole, che trasforma l’acquisto in un momento personale. Negli ultimi anni, inoltre, i social network hanno contribuito alla diffusione della cultura olfattiva. Recensioni, storytelling e contenuti dedicati hanno avvicinato sempre più persone a questo mondo, rendendo la profumeria di nicchia meno distante e più accessibile. Ma il vero motivo del suo successo forse è un altro: la capacità di emozionare. La profumeria artistica non cerca soltanto di profumare bene. Cerca di evocare ricordi, sensazioni, atmosfere. Vuole creare una connessione emotiva con chi la indossa. Ed è proprio questo che oggi molte persone stanno cercando: qualcosa che vada oltre il prodotto. Perché scegliere un profumo di nicchia significa scegliere una parte di sé. Un dettaglio invisibile, ma profondamente personale. In un’epoca in cui tutto corre veloce, la profumeria artistica invita a fermarsi, ad ascoltare, a sentire davvero. E forse è proprio questa autenticità il vero lusso contemporaneo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/perche-sempre-piu-persone-scelgono-la-profumeria-di-nicchia-invece-di-quella-commerciale/">Perché sempre più persone scelgono la profumeria di nicchia invece di quella commerciale</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><i>Fragranze uniche, emozioni autentiche e desiderio di distinguersi: la profumeria di nicchia conquista un pubblico sempre più ampio, trasformando il profumo da semplice accessorio a vera espressione personale.</i></p>
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<p>Per molti anni il profumo è stato soprattutto un prodotto di massa. Grandi campagne pubblicitarie, testimonial famosi e fragranze pensate per piacere al maggior numero di persone possibile hanno dominato il mercato. Oggi, però, qualcosa sta cambiando.</p>
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<p>Sempre più consumatori scelgono la profumeria di nicchia, attratti da un mondo fatto di ricerca, qualità e identità. Una trasformazione che non riguarda soltanto il gusto olfattivo, ma un diverso modo di vivere il profumo.</p>
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<p><span lang="EN-US">La prima grande differenza tra profumeria commerciale e artistica sta nell’approccio creativo. I profumi commerciali sono spesso progettati seguendo logiche di mercato molto precise: devono essere immediati, facilmente riconoscibili e adatti a un pubblico ampio.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">La profumeria di nicchia, invece, nasce da una filosofia diversa. Qui il profumiere ha maggiore libertà espressiva. Non deve necessariamente creare qualcosa che piaccia a tutti, ma qualcosa che abbia carattere, personalità e una storia da raccontare.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10914" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-14-mag-2026-20_00_57.png" alt="" width="1536" height="1024" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-14-mag-2026-20_00_57.png 1536w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-14-mag-2026-20_00_57-300x200.png 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-14-mag-2026-20_00_57-1024x683.png 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/05/ChatGPT-Image-14-mag-2026-20_00_57-770x513.png 770w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
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<p><span lang="EN-US">Questo si traduce in fragranze più originali, meno prevedibili e spesso più emozionali.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Un altro elemento che spinge sempre più persone verso la nicchia è il desiderio di unicità. In un mondo dove tutto tende a uniformarsi, il profumo diventa uno degli ultimi strumenti realmente personali.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Molti clienti non vogliono più indossare fragranze percepite ovunque, ma cercano qualcosa che li rappresenti davvero. Una firma olfattiva distintiva, capace di lasciare un ricordo.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">La profumeria artistica risponde perfettamente a questa esigenza. I brand di nicchia producono spesso quantità più limitate e propongono composizioni meno convenzionali, lontane dagli standard del mercato mainstream.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Anche la qualità delle materie prime gioca un ruolo fondamentale. Nella profumeria di nicchia si presta grande attenzione alla selezione degli ingredienti e alla costruzione della fragranza. Le composizioni risultano spesso più ricche, sfaccettate e persistenti.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Questo non significa necessariamente che ogni profumo di nicchia sia “migliore” di uno commerciale, ma che offre un’esperienza diversa. Più personale, più ricercata, più coinvolgente.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Molti consumatori iniziano ad avvicinarsi alla nicchia proprio dopo aver percepito una certa somiglianza tra le fragranze commerciali. Nel tentativo di piacere a un pubblico vasto, infatti, molti profumi finiscono per condividere strutture olfattive simili.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">La profumeria artistica rompe questa dinamica, proponendo accordi insoliti, combinazioni più audaci e interpretazioni creative delle materie prime.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">C’è poi un aspetto emotivo sempre più importante: il bisogno di autenticità. Oggi il consumatore non compra soltanto un prodotto, ma una storia, un’esperienza, un’identità.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">I brand di nicchia raccontano spesso il lavoro del profumiere, l’ispirazione dietro la fragranza, il percorso creativo. Questo crea un legame più forte tra il cliente e il profumo.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Anche il rituale della scelta cambia. Nella profumeria artistica non si acquista in fretta. Si prova, si aspetta, si lascia evolvere la fragranza sulla pelle. È un’esperienza più lenta e consapevole, che trasforma l’acquisto in un momento personale.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Negli ultimi anni, inoltre, i social network hanno contribuito alla diffusione della cultura olfattiva. Recensioni, storytelling e contenuti dedicati hanno avvicinato sempre più persone a questo mondo, rendendo la profumeria di nicchia meno distante e più accessibile.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Ma il vero motivo del suo successo forse è un altro: la capacità di emozionare.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">La profumeria artistica non cerca soltanto di profumare bene. Cerca di evocare ricordi, sensazioni, atmosfere. Vuole creare una connessione emotiva con chi la indossa.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Ed è proprio questo che oggi molte persone stanno cercando: qualcosa che vada oltre il prodotto.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">Perché scegliere un profumo di nicchia significa scegliere una parte di sé.<br />
Un dettaglio invisibile, ma profondamente personale.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">In un’epoca in cui tutto corre veloce, la profumeria artistica invita a fermarsi, ad ascoltare, a sentire davvero.</span></p>
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<p><span lang="EN-US">E forse è proprio questa autenticità il vero lusso contemporaneo. </span></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/perche-sempre-piu-persone-scelgono-la-profumeria-di-nicchia-invece-di-quella-commerciale/">Perché sempre più persone scelgono la profumeria di nicchia invece di quella commerciale</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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