Ci sono miti che sembrano appartenere per sempre al passato, eppure continuano a parlarci con sorprendente attualità. “Ero. L’ultima luce” nasce proprio da questa tensione: riportare alla luce una figura femminile troppo a lungo rimasta nell’ombra e trasformare una celebre storia d’amore in una riflessione sul desiderio, sull’attesa, sulla perdita e sul significato più profondo delle relazioni umane. Attraverso una scrittura che intreccia filosofia, poesia e teatro, l’autore ci accompagna in un viaggio dove il mito diventa specchio del presente e invita il pubblico a sostare, ad ascoltare e a interrogarsi. Ne abbiamo parlato con Alessandro Pertosa in questa intervista.

“In Ero. L’ultima luce” lei restituisce voce a un personaggio femminile che il mito ha spesso relegato sullo sfondo. Cosa l’ha spinta a scegliere Ero e quale messaggio desidera consegnare al pubblico attraverso la sua voce?
La scelta di Ero nasce dal mio desiderio di riportare al centro una figura che il mito ha spesso lasciato in ombra, l’ha in qualche modo coperta con un velo intendendola come una eco funzionale alla storia di Leandro. E invece a me interessava ascoltare quella voce interrotta, sospesa, la voce che non ha avuto un grande spazio di parola, la voce di quella ragazza che attende ogni sera l’arrivo del suo amato, che attende nonostante tutto e che continua ad attendere anche dopo che Leandro è morto. Volevo raccontare la figura di una donna fragile che desidera ciò che gli manca, ovvero il suo amato e lo attende nonostante tutto.
Lei definisce questo testo “un’invocazione, una preghiera, un rito”. In un’epoca in cui le relazioni sembrano sempre più veloci e fragili, pensa che il teatro possa ancora educarci alla profondità dell’amore e dell’attesa?
Credo e spero di sì ma il teatro non educa nel senso didattico del termine: la parola “teatro” deriva da “theatron” che in greco significa “il luogo dello sguardo”: è il luogo in cui lo spettatore pone uno sguardo concentrato. Il teatro ti costringe a sostare, a rallentare, a restare dentro un tempo che oggi noi tendiamo a evitare, il tempo presente, il tempo della riflessione. Il teatro ti costringe a fermarti e uno spettacolo può ancora restituire profondità all’amore e all’attesa, ma lo fa soltanto se accettiamo di essere spettatori non distratti, soltanto se accettiamo di essere disposti a lasciarci attraversare da ciò che non è immediatamente consumabile.
Nelle sue opere convivono filosofia, poesia e teatro. Come dialogano queste tre dimensioni durante il processo creativo e quanto la sua attività di filosofo influenza la scrittura drammaturgica?
Filosofia, poesia e teatro per me non sono separati, ma sono modi diversi di interrogare la medesima materia, ovvero l’esperienza umana. La filosofia entra nel mio lavoro come una esigenza di precisione nel porsi la domanda, la questione, ogni mia opera poetica o teatrale nasce sempre da una domanda. La poesia si presenta come apertura dell’immagine della lingua, come torsione della lingua, e il teatro è il luogo in cui la domanda della filosofia e la torsione della linguasi incarnano e si fondono, diventano corpo e voce. La mia scrittura drammaturgica in questo senso cerca disperatamente sempre di stare in un equilibrio instabile tra pensiero e incarnazione, tra idea e ferita.

L’amore di Ero e Leandro non viene raccontato come un sentimento rassicurante, ma come un atto radicale, capace di mettere in discussione identità, fede e perfino la vita. Crede che oggi siamo ancora disposti ad amare con questa intensità o abbiamo paura dell’assoluto?
Credo non esista niente di assoluto che ci riguardi: “absolutus” ciò che è sciolto dal legame. Noi siamo, invece, inevitabilmente consegnati al legame, alla relazione e quindi anche l’amore non può essere assoluto. La storia di Ero e Leandro mette in scena un amore che eccede ogni misura e proprio per questo diventa ai nostri occhi inquietante. Non so se siamo ancora disposti oggi ad accettare un’intensità di questo tipo, però credo che in qualche modo ne sentiamo la nostalgia anche quando la respingiamo. L’amore di Ero e Leandro è un po’ come l’amore di Paolo e Francesca, come l’amore di Giulietta e Romeo: a Dante e Shakespeare non interessava raccontare un amore che si dà appuntamento in un tempo lineare, bensì un amore che vive in una sfasatura temporale, un amore che si dà appuntamento all’infinito, ed è per questo che i miti Ero e Leandro, Romeo e Giulietta, Paolo e Francesca sono inesauribili. Ne continuiamo a parlare proprio perché ci presentano un amore che è impossibile qui su questa terra, quindi non è che non siamo più capaci di un amore assoluto, è che l’amore assoluto su questa terra non esiste e proprio per questo ci affascina e potremmo considerarlo come l’orizzonte utopico verso cui ognuno di noi tende quotidianamente.
Lo spettacolo riunisce tre personalità artistiche molto forti: la regia di Graziano Piazza, l’interpretazione di Melania Fiore e la sua scrittura. Come si è sviluppato questo dialogo creativo e cosa hanno aggiunto i due artisti alla sua visione originaria dell’opera?
Graziano Piazza è una figura importantissima nel panorama teatrale italiano, e non solo. Sono felice e orgoglioso che Graziano abbia accettato di mettere in scena il mio spettacolo. Con Melania il rapporto è di lunga data, lavoriamo assieme da diversi anni, Melania ha messo in scena diversi miei testi teatrali e c’è una relazione artistica e amicale di lungo corso. Spero che “Ero” sia l’inizio di un lungo percorso tutti e tre insieme.

Se il pubblico, uscendo dal teatro, dovesse portare con sé una sola immagine, una sola emozione o una sola domanda lasciata da “Ero. L’ultima luce” quale vorrebbe che fosse?
Mi piacerebbe che restasse l’immagine dell’attesa: l’amore è essenzialmente questo, l’amore erotico vive nel desiderio, de-sidera è composto da “de”, la particella che in latino esprime il senso di lontananza, e da “sidera”, stelle: avvertire il senso di lontananza dalle stelle. Il senso dell’attesa, di qualcosa che nel caso di Ero e Leandro non può più avvenire perché Leandro è morto. Vorrei che il pubblico andasse a casa con l’eco del rapporto tra amore e morte come nel Cantico dei Cantici che recita così: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore.” Ecco l’amore e la morte sono fatti della stessa pasta e quando la morte interviene nella relazione, la uccide e quell’amore diventa eterno. Mi piacerebbe che gli spettatori tornassero a casa con questa immagine dell’attesa di qualcosa che non può più tornare e di cui si ha una nostalgia infinita. Vorrei che uscissero, inoltre, con una domanda semplice ma al tempo stesso complessa: quanto siamo disposti a rischiare per ciò che diciamo di amare? Ecco, se lo spettacolo riuscirà a lasciare anche solo questa inquietudine, allora credo che insieme a Graziano e a Melania, abbiamo fatto un buon lavoro.

“Ero. L’ultima luce” non è soltanto la rilettura di un mito antico, ma un invito a riscoprire il valore dell’attesa, del desiderio e della fragilità come elementi essenziali dell’esperienza umana. Dalle parole dell’autore emerge un teatro che non offre risposte definitive, ma apre domande capaci di accompagnare lo spettatore ben oltre il sipario. È proprio in questa inquietudine, nel dialogo tra amore e morte, tra presenza e assenza, che l’opera trova la sua forza più autentica: ricordarci che le storie immortali continuano a emozionarci perché parlano, ancora oggi, delle nostre più profonde aspirazioni e delle nostre irrinunciabili vulnerabilità.
