La paura del contagio, il bisogno di controllo e le insidie della disinformazione entrano nell’universo del Malato immaginario. Alice Bellantoni rilegge Molière attraverso l’esperienza del lockdown del 2020, portando in scena le fragilità di un padre e il desiderio di libertà della figlia. Una commedia in cui la risata apre uno spazio di riflessione su quanto siamo disposti a credere pur di sentirci al sicuro.

1. Alice, «Tra qualche anno non potremo credere di aver vissuto tutto questo» è il pensiero da cui nasce lo spettacolo. Quale immagine del lockdown ti è rimasta dentro e ti ha spinta a rileggere Molière?

Ricordo in particolare quanto le assurdità che sommergevano i social venissero riportate come verità assolute da molte persone che io ritengo e ho sempre ritenuto dotate di senso critico e discernimento. Pensavo: “In una situazione normale questa persona si renderebbe conto che è pericoloso lavarsi le mani con la candeggina”. Capivo la paura, ma non mi spiegavo l’isteria. Poi ho ripensato al protagonista del Malato immaginario, alle purghe e ai salassi in nome della prevenzione, e ho capito.

2. L’ipocondriaco diventa un boomer germofobico, immerso nelle informazioni del web. Che cosa ti interessava raccontare del momento in cui cercare rassicurazioni finisce per alimentare la paura?

Quando si manifesta una mania di controllo di qualsiasi tipo è spesso legata ad una profonda paura dell’ignoto. Trovarsi senza difese è l’incubo di molti; la morte è l’incubo di tutti. Il lockdown 2020 mi ha dato l’impressione di aver slatentizzato in molti un terrore che non avevano mai davvero sperimentato, al punto da perdere la lucidità di cui tutti avremmo avuto davvero bisogno durante una situazione di emergenza collettiva.

3. Al posto del medico ciarlatano troviamo un giornalista freelance. Come hai costruito questo personaggio e il suo potere su un uomo che vuole disperatamente sentirsi al sicuro?

Se c’era qualcuno che alimentava le paure delle persone, non erano certo i medici che in piena pandemia si sono spesi anima e corpo per fare fronte ai contagi in una situazione di già profondo disagio della sanità pubblica. I giornalisti, invece, che per un click in più sparavano titoli spaventosi, dati non verificati, complotti e congetture che sfioravano la follia senza il minimo filtro a mettere un argine, hanno martellato sui nervi le categorie più fragili: quella fascia di persone non educate a stare sul web, incapaci di distinguere tra notizie false e notizie vere.

4. Il controllo sulla figlia passa oggi attraverso il rifiuto della sua omosessualità. Come hai affrontato il rapporto tra un padre che crede di proteggerla e una figlia che chiede di essere riconosciuta?

Nello scrivere delle convenzioni alle quali Angelica viene invitata a sottostare “perché gli antichi facevano così”, Molière le fa dire un meraviglioso ed emancipato “gli antichi sono morti”. L’unica cosa che poteva non funzionare di questa dinamica in una trasposizione contemporanea era l’idea del matrimonio combinato. Ma si è risolta semplicemente cambiando il sesso dell’interesse amoroso di Angelica e tutto torna: le sue scelte agli occhi del padre non hanno più valore perché “è una fase: le passerà”.

5. Nella tua regia i corpi degli attori si muovono come burattini. Come avete lavorato per trasformare le maschere sociali in gesti, ritmi e relazioni sulla scena?

Abbiamo affiancato al training sperimentale che la compagnia utilizza per ogni lavoro un training dedicato nello specifico alla marionetta e alle sue rigidità. Gli attori hanno lavorato giocando con il vuoto dell’attesa tra l’uscita e l’entrata in scena di un personaggio. Cosa accade ad un corpo quando non performa?

6. Molière ci fa ridere anche quando ci mette davanti alle nostre miserie. In quale momento vorresti che lo spettatore smettesse di ridere dei personaggi e cominciasse a riconoscersi in loro?

Mi auguro che accadrà in quei momenti in cui, nello spazio scomodo tra la finzione e la realtà, si collocherà automaticamente l’umana natura. E ci saranno momenti in cui è evidente che a ridere si è quasi costretti, per far finta che vada tutto bene anche quando non va bene un… bel niente.

Nella lettura di Alice Bellantoni, Molière ci raggiunge attraverso paure e contraddizioni che conosciamo da vicino. Il controllo invade gli affetti, le informazioni diventano appigli e la scena restituisce il disagio di chi cerca certezze. La risata accompagna lo spettatore fino a una domanda che resta aperta anche dopo lo spettacolo: quanto riusciamo a riconoscere delle nostre fragilità nei personaggi di cui ridiamo?

Barbara Fabbroni
Scritto da Barbara Fabbroni