Mariella Rotondaro: «Il Belvedere», oltre le maschere

Un incontro apparentemente ordinario diventa uno specchio delle nostre fragilità. Mariella Rotondaro, regista e interprete de Il Belvedere di Aldo Nicolaj, racconta un teatro fatto di ascolto, silenzi e sguardi, dove l’ironia accompagna una domanda profonda: quanto siamo disposti a mostrarci davvero agli altri?

Che cosa l’ha colpita di Il Belvedere e le ha fatto desiderare di portarlo in scena, assumendone anche la regia?

Mi ha colpito la sua apparente semplicità. Il Belvedere non ha bisogno di grandi accadimenti per raccontare qualcosa di profondo: gli basta mettere due persone nella stessa situazione e lasciarle parlare. Ed è proprio lì, in quella normalità, che Nicolaj riesce a farci riconoscere. Ho sentito che era un testo che poteva vivere molto bene oggi, perché parla di solitudini, di aspettative, di occasioni mancate e soprattutto di quella strana difficoltà che abbiamo nel mostrarci davvero agli altri. Assumerne anche la regia è stata una conseguenza naturale: avevo un’idea precisa di quel silenzio, di quegli sguardi, di quel tempo sospeso e volevo provare a costruirlo insieme all’attore Josko Conte, senza sovraccaricarlo.

Il Belvedere è un luogo da cui osservare il mondo. In quale momento, per i due personaggi, lo sguardo si sposta dal panorama a sé stessi?

In realtà, nella mia lettura, il Belvedere non è tanto un luogo fisico quanto una dinamica umana che si innesca. È una situazione che, proprio perché favorisce l’incontro e crea una certa sospensione dal quotidiano, permette ai due personaggi di abbassare gradualmente le proprie difese. Non c’è un momento preciso in cui decidono di raccontarsi: succede quasi per necessità, attraverso il dialogo, le provocazioni, le piccole resistenze e anche le contraddizioni. È la situazione stessa a fare emergere, poco alla volta, ciò che normalmente teniamo nascosto. Il Belvedere diventa quindi una sorta di spazio neutro in cui le maschere iniziano a perdere consistenza. E forse è proprio questa la sua forza: non obbliga i personaggi a confessarsi, ma crea le condizioni perché finiscano per farlo.

Nel testo di Aldo Nicolaj il dialogo sembra semplice, ma lascia emergere fragilità e contrasti. Che cosa rivelano i personaggi senza volerlo?

Rivelano soprattutto quanto spesso cerchiamo di raccontare agli altri una versione di noi stessi che ci protegga. Parlando, i due personaggi cercano di mantenere delle distanze, di difendere il proprio ruolo, quasi di controllare l’immagine che stanno dando. Ma il teatro è spietato in questo senso: mentre cerchi di nasconderti, qualcosa inevitabilmente ti tradisce. Una parola, una pausa, una reazione, e forse è proprio questo che mi interessa di loro: non quello che dichiarano, ma quello che gli sfugge.

Nelle sue note di regia dà rilievo a pause, sguardi e silenzi. Come ha lavorato con Josko Conte su ciò che accade tra una battuta e l’altra?

Abbiamo lavorato molto sul non avere fretta. È una cosa difficilissima per un attore, perché spesso sentiamo il bisogno di riempire ogni spazio. Invece alcuni silenzi devono poter esistere. Con Josko abbiamo cercato di costruire una relazione anche attraverso ciò che non viene detto: ascoltare veramente l’altro, aspettare una reazione, permettere a un pensiero di attraversare il volto prima ancora di diventare parola. Per me la battuta non finisce quando viene pronunciata. A volte comincia proprio lì.

Lei è insieme interprete e regista: come cambia il suo modo di stare in scena quando deve anche guidare l’equilibrio dell’incontro tra i due personaggi?

Essendo in scena insieme a Josko, la regia è stata soprattutto un lavoro di ascolto e di costruzione condivisa. Non potevo semplicemente osservare dall’esterno quello che accadeva tra i due personaggi: dovevo viverlo con lui. In prova abbiamo cercato di costruire un equilibrio fatto di tempi, distanze, sguardi e reazioni, lasciando che entrambi avessimo lo spazio necessario per far respirare il personaggio dell’altro. Poi, una volta in scena, devo dimenticare la regista e lasciarmi attraversare dalla situazione. La parte più interessante è proprio questa: avere una visione dell’insieme, ma contemporaneamente essere dentro quell’incontro, senza sapere esattamente dove ci porterà ogni sera.

Nicolaj concentra questa storia in circa 45 minuti. Quali possibilità offre una forma così breve a chi scrive, a chi recita e a chi guarda?

La brevità, in questo caso, è una forma di precisione. Non c’è nulla di superfluo e proprio per questo ogni dettaglio acquista peso. Per l’attore significa non poter nascondersi dietro tempi morti o digressioni. Per il regista significa lavorare sulla densità, non sulla quantità. Per lo spettatore, invece, significa entrare in una storia, attraversarla e uscirne con qualcosa ancora aperto. Mi piace pensare a questi 45 minuti come a una piccola stanza: è piccola, ma dentro può succedere moltissimo.

La commedia passa dal sorriso a una riflessione più intima. Quale domanda sulle relazioni vorrebbe che lo spettatore portasse con sé uscendo dal teatro?

Più che una risposta, vorrei lasciargli una domanda: quanto di noi stessi siamo disposti a mostrare davvero quando incontriamo qualcuno? Perché spesso nelle relazioni non siamo soltanto noi a non vedere l’altro: siamo noi stessi a presentarci attraverso una maschera. Il Belvedere, con leggerezza e ironia, parla anche di questo. Se uscendo dal teatro qualcuno si chiedesse se, almeno una volta, ha avuto il coraggio di farsi vedere davvero da un’altra persona, per me sarebbe già un risultato importante.

Ogni serata sarà preceduta da un opening artistico di circa 30 minuti. Come dialoga questo momento con Il Belvedere e con l’esperienza che desidera offrire al pubblico?

L’opening nasce dal desiderio di non considerare il teatro soltanto come il momento in cui si alza il sipario. Vorrei che il pubblico entrasse gradualmente nell’atmosfera della serata, attraverso un momento artistico che possa cambiare di volta in volta e creare una sorta di primo contatto tra palco e platea. In fondo, anche Il Belvedere parla di un incontro. E per me il teatro comincia proprio lì: nel momento in cui persone che non si conoscono ancora decidono di condividere lo stesso spazio, lo stesso tempo e, per una sera, la stessa storia.

Nella lettura di Mariella Rotondaro, Il Belvedere invita a riconoscere ciò che affiora quando le difese si abbassano e un incontro diventa autentico. Lo spettacolo sarà al Teatro Trastevere di Roma il 16, 17 e 18 ottobre, con Mariella Rotondaro e Josko Conte: un’occasione per sorridere e interrogarsi sulle maschere che portiamo nelle nostre relazioni.

IL BELVEDERE  di Aldo Nicolaj

Teatro Trastevere – Roma

16, 17 e 18 ottobre

Con Mariella Rotondaro e Josko Conte

Regia di Mariella Rotondaro

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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