La dottoressa Sellitto racconta i dubbi sulle procedure, il significato dell’aplotipo Y e il valore della perizia Albani.

La scienza non può permettersi di dimenticare

Esistono delitti che sembrano destinati a non trovare mai pace. Non perché manchino necessariamente le risposte giudiziarie, ma perché, anche dopo una sentenza definitiva, continuano a emergere domande sulla ricostruzione dei fatti e sul significato delle prove.

Il caso Garlasco appartiene a questa categoria.

La morte di Chiara Poggi, uccisa nella sua abitazione il 13 agosto 2007, ha segnato profondamente la cronaca italiana. E oggi il dibattito torna a concentrarsi su un protagonista silenzioso e invisibile: il DNA.

Ma che cosa raccontano davvero le tracce genetiche? Quali informazioni possono fornire? Quali limiti devono essere rispettati prima di attribuire loro un significato investigativo?

Ne abbiamo parlato con la dottoressa Sellitto, che nell’intervista solleva, ormai da tempo, interrogativi sulle modalità di raccolta dei reperti ungueali, sull’importanza dei protocolli scientifici, sulla mancata quantificazione del DNA e sull’interpretazione dell’aplotipo del cromosoma Y.

Le sue osservazioni sono nette, talvolta pungenti, e invitano a una riflessione fondamentale: la scienza può aiutare a ricostruire la verità soltanto quando i suoi risultati vengono interpretati rispettandone possibilità e limiti.

Dottoressa Sellitto, partiamo da uno degli aspetti che lei considera fondamentali: il prelievo del materiale genetico dalle unghie di Chiara Poggi. Che cosa l’ha colpita maggiormente?

La prima cosa che mi ha colpita è stata la modalità con cui si è proceduto alla raccolta del materiale. Dalla documentazione che ho esaminato, il tampone sarebbe stato effettuato dopo il taglio delle unghie. È un elemento che ho immediatamente considerato problematico.

Inoltre, secondo quanto ho potuto ricostruire, il taglio sarebbe stato eseguito dal medico legale Lardini e da un assistente, senza che risultasse chiaramente chi avesse compiuto materialmente ciascuna operazione.

Per me questo rappresenta un punto fondamentale. Nella ricerca scientifica bisogna sapere esattamente chi ha fatto cosa, quando e con quali modalità. È il principio della tracciabilità. Non è un dettaglio burocratico: è ciò che consente di ricostruire un procedimento e verificarne l’attendibilità.

Lei ha lavorato per molti anni nella ricerca scientifica. Quanto conta la documentazione delle procedure?

Conta moltissimo. Ho trascorso dieci anni nella ricerca scientifica e una delle prime cose che ho imparato è che ogni passaggio deve essere documentato.

Quando si presenta un risultato, bisogna poter ricostruire chi ha effettuato l’estrazione, chi ha manipolato il campione, quali strumenti sono stati utilizzati e quale protocollo è stato seguito.

La ricerca scientifica richiede metodo, precisione e responsabilità. Senza una documentazione completa diventa molto più difficile verificare ciò che è accaduto e comprendere l’origine di eventuali anomalie.

Un altro aspetto che lei contesta riguarda la conservazione e il trasferimento delle unghie. Perché?

Secondo la ricostruzione che ho esaminato, le unghie della mano destra sarebbero state collocate insieme in un contenitore da 50 millilitri e quelle della mano sinistra in un secondo contenitore analogo. Successivamente sarebbero state inviate al RIS di Parma.

Ho espresso forti perplessità su questa modalità operativa, perché ritengo che la raccolta e la conservazione di reperti così delicati richiedano accorgimenti specifici.

A mio giudizio, sarebbe stata importante anche la presenza di un biologo specializzato durante le operazioni. Chi esegue successivamente l’analisi può infatti avere esigenze tecniche particolari già nella fase del prelievo.

La scena e le condizioni del reperto possono suggerire precauzioni che non sempre è possibile recuperare in un secondo momento.

Lei parla anche della mancata quantificazione del DNA. Quale importanza attribuisce a questo passaggio?

La quantificazione è un passaggio importante perché permette di conoscere la quantità di materiale genetico disponibile per le analisi.

Nella documentazione che ho esaminato non ho trovato una quantificazione che mi consentisse di ricostruire adeguatamente quel passaggio.

Questo mi ha lasciata perplessa. Quando si lavora con quantità limitate di DNA, conoscere le condizioni iniziali del campione è particolarmente importante per valutare le analisi successive.

Il mio rilievo riguarda soprattutto la possibilità di ricostruire e controllare il percorso scientifico seguito.

Quanto è importante, quindi, conservare i protocolli di laboratorio?

È essenziale. Un protocollo consente di verificare come è stata eseguita un’operazione e permette ad altri ricercatori di controllarne il procedimento.

Durante la mia esperienza scientifica ho imparato che tutto deve essere registrato. Anche un passaggio apparentemente secondario può assumere importanza quando si torna a esaminare un risultato.

Nel caso di Garlasco ho riscontrato, a mio giudizio, carenze documentali che rendono difficile ricostruire alcune operazioni. Ed è proprio questo che continuo a sottolineare: la documentazione non è un elemento accessorio della scienza, ma una sua componente fondamentale.

Arriviamo alla perizia della dottoressa Albani. Qual è la sua valutazione?

Ho apprezzato molto il lavoro della dottoressa Albani. Ritengo che abbia affrontato il materiale con grande cautela scientifica, cercando di distinguere ciò che poteva essere sostenuto dai dati da ciò che non poteva essere affermato.

È un atteggiamento che considero particolarmente importante.

La cautela non è debolezza. Al contrario, è rispetto per la scienza. Un ricercatore deve sapere quando può formulare una conclusione e quando, invece, deve fermarsi davanti ai limiti delle informazioni disponibili.

Ho apprezzato anche l’attenzione riservata alle modalità con cui erano state trattate le unghie, perché si tratta di un aspetto sul quale avevo già richiamato l’attenzione.

Uno degli elementi più discussi è il DNA del cromosoma Y. Possiamo spiegare ai lettori che cosa rappresenta?

Il cromosoma Y è presente normalmente nei soggetti geneticamente maschili e contiene regioni che possono essere analizzate in genetica forense.

L’aplotipo Y è una combinazione di marcatori genetici che viene trasmessa lungo la linea paterna.

Questo significa che non identifica necessariamente un singolo individuo, perché uomini appartenenti alla stessa linea patrilineare possono condividere un profilo uguale o molto simile.

È però materiale genetico a tutti gli effetti. Non è corretto sostenere che, soltanto perché si tratta di un aplotipo Y, non sia DNA.

Bisogna distinguere il riconoscimento di un profilo genetico dalla capacità di attribuirlo individualmente a una persona.

Perché, secondo la sua ricostruzione, gli investigatori avevano cercato proprio il DNA maschile?

Nell’analisi di un reperto proveniente da una vittima di sesso femminile, la ricerca di marcatori del cromosoma Y può permettere di individuare una componente genetica maschile anche quando è presente una quantità predominante di DNA femminile.

È una scelta analitica che ha una sua logica scientifica.

Nella mia lettura della documentazione, la ricerca del cromosoma Y era stata intenzionale. Per questo considero improprio presentare successivamente quel risultato come se fosse semplicemente un frammento insignificante di un’analisi fallita.

Naturalmente, il valore identificativo di quel risultato deve essere valutato tenendo conto del numero di marcatori, della qualità dei dati e delle possibili interpretazioni alternative.

Nell’intervista lei richiama il confronto con Andrea Sempio. Che cosa ritiene importante chiarire?

Nella mia interpretazione della perizia Albani, il confronto dei dati disponibili con diversi profili genetici avrebbe consentito di escludere alcuni soggetti, mentre sarebbe emersa una compatibilità con la linea patrilineare di Andrea Sempio.

È questo il punto che considero significativo dal punto di vista genetico.

Bisogna però ricordare che la compatibilità di un aplotipo Y non equivale all’identificazione esclusiva di una persona. Il risultato riguarda una linea paterna e deve essere valutato insieme agli altri elementi dell’indagine.

Il dato genetico e la sua interpretazione investigativa appartengono a due livelli distinti.

Si è discusso anche del numero di marcatori disponibili. Perché questo aspetto è rilevante?

Nella registrazione ho richiamato la differenza tra le precedenti discussioni su cinque marcatori e i dodici marcatori che, secondo la mia lettura, sarebbero stati individuati nella successiva analisi della dottoressa Albani.

Il numero di marcatori disponibili è importante perché può incidere sulla capacità di discriminare tra profili genetici differenti.

Tuttavia, non basta contare i marcatori. Occorre considerare anche la loro qualità, l’affidabilità della lettura e la frequenza dell’aplotipo nella popolazione di riferimento.

Il valore di un risultato genetico deriva dall’insieme di questi elementi.

Un’altra questione riguarda il fatto che la dottoressa Albani avrebbe lavorato sui dati grezzi. Che cosa significa?

Significa che l’analisi è stata condotta sulle informazioni strumentali già prodotte dalle precedenti indagini, anziché attraverso una nuova estrazione e una nuova analisi del materiale biologico originario.

Nel corso dell’intervista ho sottolineato proprio questo problema: la possibilità di riesaminare il reperto sarebbe stata limitata dalla mancata disponibilità del materiale.

I dati grezzi possono comunque contenere informazioni importanti, ma la loro rivalutazione richiede attenzione ai limiti del metodo e alla qualità dei risultati originari.

È anche per questo che ho apprezzato la prudenza della dottoressa Albani.

Possiamo quindi dire che il DNA racconti chi abbia commesso il delitto?

No. Il compito del genetista forense è analizzare il materiale biologico e fornire un risultato scientifico nei limiti consentiti dai dati.

Stabilire come quel materiale sia arrivato in un determinato luogo, quando sia stato depositato e quale rapporto abbia con un evento criminoso richiede ulteriori elementi.

È il lavoro investigativo che deve inserire il dato genetico nel contesto complessivo.

La genetica può offrire informazioni preziose, ma non può sostituire la ricostruzione dei fatti.

Il dovere del dubbio

L’intervista alla dottoressa Sellitto apre una riflessione che va oltre il caso Garlasco.

La questione non riguarda soltanto il DNA ritrovato, ma il percorso attraverso il quale una traccia biologica diventa un dato scientifico e, successivamente, un elemento di valutazione giudiziaria.

Le perplessità espresse dalla dottoressa sulla raccolta delle unghie, sulla documentazione dei protocolli e sulla conservazione dei reperti rappresentano valutazioni tecniche che richiedono di essere confrontate con gli atti originali e con le conclusioni degli altri esperti.

Allo stesso modo, la presenza di un aplotipo Y compatibile con una linea patrilineare non consente, da sola, di identificare l’autore di un omicidio.

Ed è proprio qui che si colloca il confine più delicato tra scienza e giustizia: un risultato può essere scientificamente significativo senza essere, da solo, una prova di responsabilità penale.

Nel caso Garlasco resta fondamentale non dimenticare Chiara Poggi, la vittima, e mantenere la stessa attenzione verso la ricerca della verità e le garanzie dovute a ogni persona coinvolta.

La scienza non deve confermare ciò che desideriamo credere. Deve aiutarci a comprendere ciò che possiamo effettivamente dimostrare.

Perché la verità giudiziaria non può essere costruita sulle suggestioni. E il dubbio, quando è fondato, non è un ostacolo alla conoscenza: è il punto dal quale comincia una verifica più rigorosa.

Barbara Fabbroni
Scritto da Barbara Fabbroni