Come si racconta una perdita quando le parole non bastano? In Still You, Diana Costantino affida alla danza il ricordo del padre e il difficile percorso del lasciar andare. Una giacca nera diventa il segno concreto di una presenza che continua a farsi sentire.

Diana, Still You nasce dalla ricerca di qualcuno che non c’è più. Come hai trasformato un’esperienza così intima in un dialogo tra due corpi sulla scena?
Still You nasce dall’esigenza di riuscire ad esternare qualcosa di me che ancora oggi faccio fatica a dichiarare a parole. Così attraverso una profonda ricerca dentro me stessa ho provato a tramutare le mie sensazioni e i miei pensieri in movimento. In questo la mia collega rappresenta proprio un ultimo faccia a faccia che forse avrei voluto con mio padre prima del distacco.
Una giacca nera attraversa lo spettacolo e dà forma al peso di un’assenza. Che cosa rappresenta per te questo oggetto e come cambia il rapporto delle interpreti con la persona evocata?
La giacca nera rappresenta il ricordo vero e proprio. Se all’inizio sembra quasi che sia lì a guidarmi e proteggermi, col passare del tempo diventa sempre più ingombrante fino a farmi sentire completamente in balia della sua influenza. Diventa così una lotta estenuante con me stessa per riuscire a lasciar andare.

Il titolo sembra dire che chi abbiamo perduto continua a esistere nei nostri ricordi. Quale emozione o domanda vorresti che il pubblico portasse con sé dopo Still You?
Sicuramente ognuno di noi ha avuto un momento nella sua vita in cui ha sofferto perché qualcuno di molto caro se n’è andato e questo mi fa sentire molto vicina al pubblico. Nel mondo di oggi siamo quasi come anestetizzati da tutto ciò che di doloroso accade, quindi il mio è un invito ad accogliere le nostre emozioni più profonde e autentiche, qualunque esse siano perché servono a non dimenticarci che siamo esseri umani e questo è stato il mio modo per ricordarlo a me stessa.
Nelle parole di Diana, Still You è anche un invito ad accogliere il dolore senza nasconderlo. Perché ricordare chi non c’è più significa dare spazio a ciò che continua a vivere dentro di noi.

