«Si nasce ancora»: l’arte e la possibilità di guardare il mondo con occhi nuovi

Che cosa significa nascere, oltre al venire al mondo? La mostra «Si nasce ancora» parte da questa domanda e la affida agli sguardi di diciotto artisti. Abbiamo incontrato la curatrice Velia Littera per parlare di nascita, stupore e del futuro che possiamo contribuire a rendere possibile.

«Si nasce ancora» è un titolo che parla di un evento, ma sembra anche suggerire una scelta. Da quale riflessione è nato e che cosa significa, per lei, “nascere ancora”?

Il titolo nasce dall’idea che ogni nascita non sia soltanto l’arrivo di una nuova persona, ma l’ingresso nel mondo di qualcosa che prima non c’era, una presenza, una storia, uno sguardo, una possibilità. «Si nasce ancora» significa quindi riconoscere il valore di un’inizio.

Ma c’è anche una seconda dimensione, che riguarda tutti noi. Nascere ancora può significare avere la possibilità di rinnovare il proprio sguardo, di non considerare il mondo come qualcosa di già definito. Ogni volta che incontriamo qualcosa di nuovo, che ci lasciamo sorprendere, che immaginiamo una possibilità diversa, in qualche modo torniamo a nascere.

È anche per questo che ho scelto il verso di Pascoli, «Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo». Mi sembra contenga una verità molto semplice e, allo stesso tempo, profondissima, con ogni nuova vita non cambia soltanto chi nasce, ma cambia anche il mondo che quella persona incontra.

Nel progetto scrive che ogni nuova vita porta nel mondo qualcosa di imprevedibile. Come si accoglie questa possibilità senza caricarla delle aspettative degli adulti?

Forse il primo gesto è proprio quello di accettare di non sapere. Una nuova vita non dovrebbe essere considerata come un progetto già scritto, ma come una possibilità aperta.

Gli adulti tendono naturalmente a proiettare desideri, paure, aspettative. Ma nascere significa anche avere il diritto di essere altro da ciò che avevamo immaginato. Credo che la vera fiducia consista nel lasciare spazio all’imprevedibile, permettendo a chi viene dopo di costruire il proprio percorso.

Questo riguarda anche il modo in cui pensiamo il futuro. Non possiamo sapere quale mondo costruiranno le generazioni che verranno, ma possiamo interrogarci sulle condizioni che vogliamo lasciargli, più cura, più ascolto, più libertà, più possibilità di crescere senza essere immediatamente definiti.

Nel dibattito pubblico la natalità è spesso raccontata attraverso numeri e difficoltà. Che cosa può aggiungere l’arte a questa conversazione?

L’arte può restituire una dimensione umana a ciò che rischia di essere ridotto a un dato.

I numeri sono importanti perché raccontano una realtà, ma non possono raccontare fino in fondo che cosa significhi una nascita, che cosa rappresenti l’arrivo di una persona, quali emozioni, responsabilità e possibilità contenga.

L’arte non vuole sostituirsi alle analisi sociali o economiche e nemmeno dare una risposta alla questione della natalità. Può però aprire uno spazio diverso, quello della riflessione, dell’emozione, dell’immaginazione. Può riportarci dalla statistica alla persona e ricordarci che dietro ogni numero c’è una storia irripetibile.

La mostra richiama il fanciullino di Pascoli. Come si può conservare la capacità di stupirsi anche quando si conoscono le fragilità e le contraddizioni del mondo?

Non credo che conservare lo stupore significhi ignorare le fragilità del mondo. Al contrario, significa riuscire a guardarle senza permettere che diventino l’unico modo attraverso cui guardiamo la realtà.

Il fanciullino pascoliano è per me soprattutto una metafora dello sguardo, uno sguardo capace di vedere ciò che l’abitudine ci fa smettere di vedere. Una piccola cosa, un gesto, una relazione, un dettaglio possono tornare a essere sorprendenti.

Conoscere le contraddizioni del mondo rende forse ancora più importante questa capacità. Lo stupore non è ingenuità, può essere una forma di resistenza al cinismo. È ciò che ci permette di continuare a riconoscere la bellezza e, soprattutto, di immaginare che qualcosa possa ancora cambiare.

Lei collega la nascita al progresso etico e pone una domanda, quale vita vogliamo rendere possibile? Quale risposta spera che i visitatori inizino a cercare davanti alle opere?

Non mi aspetto una risposta unica, e forse sarebbe contrario allo spirito della mostra cercare di offrirla.

La domanda «quale vita vogliamo rendere possibile?» nasce dalla consapevolezza che il progresso non può essere misurato soltanto in termini di tecnologia, velocità, crescita o efficienza. Una nuova vita ci ricorda valori più elementari, il tempo, la cura, l’ascolto, la relazione, la pace, la possibilità di crescere senza dover essere immediatamente produttivi o classificati.

Vorrei che davanti alle opere ciascuno si ponesse questa domanda in modo personale. Non soltanto pensando alla nascita di un bambino, ma alla società e al futuro che stiamo costruendo. Che cosa significa creare le condizioni perché una vita possa svilupparsi liberamente? È una domanda che riguarda tutti noi.

In mostra convivono diciotto artisti. Quali sguardi diversi sulla nascita emergono dalle loro opere e quale accostamento l’ha sorpresa di più?

I diciotto artisti affrontano il tema della nascita da prospettive molto diverse, anche attraverso linguaggi differenti: pittura, scultura, fotografia, digital art e mixed media. Alcuni lavori parlano di origine e trasformazione, altri di memoria, fragilità, relazione e possibilità.

È proprio questa varietà che mi interessava, non una visione unica della nascita, ma un insieme di sguardi che si incontrano e si completano. Più che un singolo accostamento, mi ha sorpresa la capacità delle opere, pur così diverse tra loro, di creare un dialogo intorno a un tema tanto universale e attuale.

Anche un’opera d’arte, scrive, nasce da ciò che esiste già e prende una forma nuova. C’è un lavoro in mostra che rende particolarmente visibile questo passaggio dalla memoria alla possibilità?

È una dinamica che, in realtà, attraversa l’intera mostra. Ogni artista parte da qualcosa che già esiste, una memoria, un’immagine, una materia, un’esperienza, una tecnica, una parte del proprio vissuto. Ma il lavoro artistico interviene proprio nel punto in cui questo patrimonio smette di essere soltanto passato e diventa possibilità.

Per questo non vorrei indicare un’unica opera come rappresentativa. Mi interessa piuttosto che il visitatore possa riconoscere questo processo in lavori diversi, ciò che conosciamo non è necessariamente qualcosa che dobbiamo semplicemente conservare, può diventare materia per generare qualcosa di nuovo.

È forse questa la relazione più profonda tra arte e nascita,entrambe contengono memoria, ma non si esauriscono nella memoria ma guardano verso ciò che ancora non c’è.

Con quale immagine, emozione o domanda vorrebbe che il pubblico uscisse dalla Pavart Gallery dopo aver visitato «Si nasce ancora»?

Vorrei che uscisse con una domanda, più che con una risposta. La domanda potrebbe essere molto semplice, che cosa possiamo ancora far nascere?

Non necessariamente una persona. Può essere un’idea, una relazione, un modo diverso di guardare, un gesto, una possibilità che non avevamo ancora considerato.

Mi piacerebbe che il pubblico portasse con sé anche un sentimento di fiducia. Non una fiducia ingenua nel fatto che tutto andrà bene, ma la fiducia più concreta e consapevole nella possibilità di trasformare ciò che abbiamo ricevuto.

In fondo è questo che significa per me «Si nasce ancora»: il mondo non è qualcosa di definitivamente compiuto. Ogni nuova vita, ogni nuovo sguardo e ogni gesto creativo ci ricordano che possiamo ancora partecipare alla sua nascita.

Dalle parole di Velia Littera emerge un invito a uscire dalla mostra con una domanda ancora aperta: che cosa possiamo far nascere oggi? Un’idea, una relazione o un modo diverso di guardare ciò che ci circonda. Perché, come suggerisce «Si nasce ancora», il futuro prende forma anche attraverso i gesti che scegliamo di compiere adesso.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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