Con A las çinco de la tarde, nuovo singolo tratto dall’album “U SIGNURI U NA MANDA BONA”, Mimmo Cavallo torna a interrogarsi sul tempo, sulla finitudine, sulla guerra e sulla capacità dell’uomo di continuare a sperare. Un disco costruito nell’arco di tre anni, tra ironia, poesia, memoria e radici mediterranee, che rimette al centro la canzone d’autore come strumento di racconto e di resistenza.
«C’è un momento in cui occorre fare i conti con la propria finitudine», ha spiegato Cavallo presentando il brano. Una riflessione che attraversa non solo il singolo, ma l’intero progetto discografico.
Lo incontriamo per parlare del nuovo lavoro, del Sud, di Mia Martini, della libertà, della solitudine e di quella “grande sala d’attesa” che, per il cantautore, è la vita.
A las çinco de la tarde è un titolo fortemente evocativo. Cosa rappresentano per lei quelle cinque della sera?
Sono un’ora simbolica. Il momento in cui ci si rende conto che il tempo non è infinito. Da giovani viviamo come se avessimo davanti una strada interminabile, poi arriva un’età in cui il rapporto con il tempo cambia. Le cinque della sera rappresentano proprio quel momento di consapevolezza.

Nel presentare il brano lei parla della necessità di fare i conti con la propria finitudine. È una riflessione legata all’età o più in generale alla condizione umana?
È una riflessione che riguarda tutti. A un certo punto capiamo che il tempo a disposizione ha un limite. Non necessariamente è un pensiero triste. Può anche diventare un modo per attribuire maggiore valore alle persone e alle cose che abbiamo.
Nello stesso passaggio lega la fragilità dell’uomo alla guerra e all’incapacità di «dividere il pane con il prossimo». Quanto pesa il presente in questo disco?
Moltissimo. Viviamo una contraddizione enorme. Sappiamo di essere fragili, sappiamo di avere un tempo limitato, eppure continuiamo a distruggerci. La guerra è il fallimento della politica, della diplomazia e, in fondo, della ragione. È assurdo che l’uomo abbia raggiunto livelli tecnologici straordinari e non abbia ancora imparato a convivere.
Eppure aggiunge: «Nonostante tutto il cuore non si arrende».
È quello che ci salva. Il cuore continua a sperare anche quando la ragione suggerirebbe il contrario. Continuiamo ad aspettare un cambiamento, un amore, una possibilità. Se perdessimo completamente questa capacità, avremmo perso anche il senso del futuro.
L’idea iniziale del disco era quella del “Marenauta”, un uomo che riemerge dai propri fondali portando con sé un pugno di canzoni. Quanto c’è di autobiografico in questa immagine?
Molto. Il Marenauta è il cantautore che per un periodo resta sott’acqua, fuori dai circuiti più visibili, ma continua a osservare, a scrivere e a raccogliere materiale. Quando riemerge porta con sé ciò che ha trovato in profondità. In questo caso il pescato sono le canzoni.
Lei utilizza anche l’espressione “cantautore fuori dal giro”. Oggi essere fuori dal giro può significare essere più liberi?
Può significare entrambe le cose. Da un lato comporta difficoltà evidenti, dall’altro ti permette di conservare una tua identità. Oggi la musica viene consumata molto velocemente. La canzone d’autore, invece, richiede attenzione e tempo. È quasi controcorrente.
La velocità delle piattaforme e degli algoritmi ha modificato il rapporto tra artista e pubblico?
Sicuramente. Si tende a valutare tutto in tempi brevissimi. Una canzone dovrebbe colpire immediatamente, essere consumata e lasciare spazio alla successiva. Ma alcune canzoni hanno bisogno di sedimentare. Magari non esplodono subito, però restano per anni.
Lei ha definito la vita «una grande sala d’attesa». È questo il filo conduttore del disco?
Sì. Passiamo molto tempo ad aspettare. Da bambini aspettiamo di diventare grandi, poi aspettiamo l’amore, il lavoro, il successo, un ritorno, un cambiamento. L’attesa accompagna quasi ogni fase della nostra vita.
In questo senso c’è anche un rischio: aspettare così tanto da dimenticare di vivere?
Esatto. Dovremmo capire che anche la sala d’attesa fa parte del viaggio. La vita non comincia quando tutto sarà sistemato. La vita è quello che accade mentre aspettiamo.
In Off limits affronta il tema della fine di una relazione. Perché, secondo lei, è così difficile accettare una separazione?
Perché non perdiamo soltanto una persona. Perdiamo anche il futuro che avevamo immaginato con quella persona. Avevamo costruito mentalmente un domani e improvvisamente dobbiamo riscriverlo. È questo uno degli aspetti più dolorosi.
Quindi, quando aspettiamo che qualcuno torni, a volte stiamo aspettando una parte di noi?
Spesso sì. Ci manca la persona, ma può mancarci anche il modo in cui eravamo quando stavamo con lei. A volte cerchiamo di recuperare una versione di noi stessi.

In Persone sole distingue la solitudine dall’isolamento. Qual è la differenza?
La solitudine può essere una scelta, può persino avere un valore creativo. L’isolamento è diverso: è quando non c’è più una relazione con l’esterno e si smette persino di aspettarla. Sono due condizioni molto lontane.
La scrittura ha bisogno di solitudine?
Molto. Scrivere significa restare per un certo tempo soli con se stessi. È inevitabile. Per un autore la solitudine può diventare anche uno spazio di ascolto.
Il Sud continua a essere centrale nella sua scrittura. Lei si chiede: «Da quanto il Sud e Taranto aspettano?». Cosa stanno aspettando?
Da troppo tempo aspettano attenzione, lavoro, infrastrutture, rispetto. Ma aspettano anche di non essere più raccontati soltanto attraverso stereotipi. Io amo il Sud proprio perché non lo trasformo in una cartolina.
E Taranto?
Taranto rappresenta una delle contraddizioni più dolorose. Per anni si è fatto passare il messaggio che si dovesse scegliere tra lavoro e salute. È una scelta che non dovrebbe esistere. Un uomo non può essere costretto a scegliere tra mangiare e respirare.
Quanto hanno inciso sulla sua musica Lizzano, il Salento e la cultura contadina?
Tantissimo. Le radici rimangono nel linguaggio, nel ritmo, nel modo di osservare le persone. La cultura contadina aveva una conoscenza profonda della natura e dei rapporti umani. Anche il dialetto e i ritmi del Sud sono sempre rimasti dentro il mio lavoro.
Nell’album c’è Oh Mimì, dedicata a Mia Martini. Qual è il ricordo più forte che conserva di lei?
Quello di un’artista straordinaria e di una persona molto sensibile. Mimì non si limitava a interpretare una canzone, ci entrava dentro. Ha pagato un prezzo altissimo per il pregiudizio e per la cattiveria.
La vicenda di Mia Martini continua a essere anche una lezione sul potere del giudizio collettivo. Oggi siamo meno crudeli?
Non ne sono convinto. Sono cambiati gli strumenti. Prima certe cose restavano nei corridoi, oggi vengono scritte sui social e raggiungono migliaia o milioni di persone in pochi minuti. La cattiveria ha semplicemente trovato nuovi mezzi.
Per descrivere la libertà ha usato un’immagine particolare: «un boomerang che decide di non tornare indietro».
Perché quando conosci davvero la libertà difficilmente accetti di rientrare in una gabbia. Penso anche alla libertà delle donne. Per secoli la loro autonomia è stata percepita come qualcosa da controllare. Molto è cambiato, ma alcune strutture culturali sono ancora presenti.
Perché la libertà dell’altro continua a essere vissuta, in certi rapporti, come una minaccia?
Perché si confonde l’amore con il possesso. Amare qualcuno significa anche riconoscergli il diritto di andare via. Se non accetti questo, non stai parlando di amore ma di proprietà.

Ha detto che Papa Caiazzo è il brano che la rappresenta maggiormente. Perché?
Perché contiene molti elementi che appartengono alla mia storia musicale: rock, blues, Mediterraneo, dialetto, ironia. E poi Papa Caiazzo appartiene all’immaginario della mia infanzia. È una figura che merita di essere riscoperta.
Quanto può essere politica l’ironia?
Moltissimo. L’ironia può essere una forma di dissenso molto efficace. Il potere spesso teme più una risata che un insulto. Ridere del potere significa togliergli parte della sua sacralità.
In Mentire Sempre affronta il tema della menzogna. Ci sono bugie che servono a sopravvivere?
Tutti, qualche volta, ci raccontiamo qualcosa per andare avanti. Che andrà meglio, che avremo più tempo, che qualcuno tornerà. Sono piccole menzogne consolatorie. Diventano pericolose solo quando decidiamo di vivere stabilmente dentro la finzione.
Se potesse incontrare oggi il Mimmo Cavallo di Siamo Meridionali, cosa gli direbbe?
Gli direi di non perdere troppo tempo cercando di capire cosa vogliono gli altri da lui. Gli direi di sbagliare senza paura e di conservare l’entusiasmo. Il vero pericolo non è invecchiare, ma diventare cinici.
Sarebbe soddisfatto del percorso fatto?
Credo di sì. Probabilmente avrebbe molte domande da farmi, ma penso riconoscerebbe la stessa curiosità.
Nel presentare l’album ha ringraziato Mariella Nava «per il coraggio di credere ostinatamente nella canzone d’autore». Oggi serve davvero coraggio?
Sì, perché la canzone d’autore non sempre risponde alla logica dell’immediatezza. Può richiedere più ascolti, più attenzione. Ma proprio per questo può durare. Preferisco una canzone che rimane trent’anni a una canzone che esplode per trenta giorni.
La copertina, ideata da sua figlia Lisa, la ritrae di spalle, immerso in un paesaggio marino. È l’immagine di qualcuno che guarda ancora avanti?
Sì. Il mare rappresenta ciò che non conosci, ma anche viaggio, memoria, partenza e ritorno. È un’immagine che sento molto vicina.
Se oggi dovesse guardarsi indietro, cosa vede?
Una vita piena. Non sempre facile, ma piena. Vedo persone, canzoni, palchi, errori, delusioni e molta curiosità. E sono contento di non averla persa.
Cosa continua a farla arrabbiare?
L’ingiustizia, l’arroganza e la stupidità quando diventa potere.
E cosa la commuove?
La gentilezza. Oggi è quasi rivoluzionaria.

C’è ancora qualcosa che Mimmo Cavallo sta aspettando?
Certamente. Se smetti di aspettare qualcosa, smetti anche di immaginare. Aspetto ancora una canzone che mi sorprenda, un incontro, una giornata imprevista. In fondo, aspetto ancora la vita.
Se dovesse lasciare una frase a chi ascolterà A las çinco de la tarde?
Direi: non aspettate le cinque della sera per accorgervi che la giornata è stata bellissima.
Il nuovo disco di Mimmo Cavallo non è un esercizio nostalgico e neppure un bilancio di carriera. È piuttosto una riflessione sul tempo e su ciò che l’uomo decide di farne. Dentro “U SIGNURI U NA MANDA BONA” convivono la denuncia sociale, il Sud, la memoria, l’amore, la solitudine, la libertà, la guerra, l’ironia e il bisogno di continuare a credere nella canzone d’autore.
Il filo che tiene insieme tutto è l’attesa. Ma non un’attesa passiva. È l’attesa di chi continua a cercare una possibilità anche quando la realtà suggerirebbe il contrario. Ed è forse questa la chiave di A las çinco de la tarde: ricordare che il tempo è limitato non per arrendersi alla fine, ma per attribuire più valore a ciò che resta. Perché, come dice Mimmo Cavallo, «il cuore non si arrende». E finché il cuore continua ad aspettare, c’è ancora qualcosa da raccontare. Questa versione è più asciutta, informativa e da intervista per quotidiano, magazine o testata online, con domande meno letterarie e risposte più nette. Le risposte restano ricostruzioni editoriali da sottoporre all’approvazione di Mimmo Cavallo prima della pubblicazione.
