Ci sono casi giudiziari che non appartengono soltanto alle aule dei tribunali. Entrano nella memoria collettiva, si trasformano in simboli, alimentano dibattiti che attraversano gli anni e dividono l’opinione pubblica. Il delitto di Garlasco è uno di questi.
L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, continua ancora oggi a interrogare magistrati, investigatori, esperti forensi e cittadini. A quasi vent’anni da quella mattina d’estate, la Procura della Repubblica di Pavia si appresta a vivere una fase decisiva della nuova inchiesta.
Entro la fine di agosto 2026 saranno depositate quattro nuove consulenze tecniche riguardanti Andrea Sempio, attualmente unico indagato. Gli elaborati interesseranno ambiti fondamentali dell’investigazione: medicina legale, antropometria, genetica forense, dattiloscopia e psichiatria.
Il deposito è atteso nelle settimane che precedono la chiusura delle indagini preliminari, fissata per il 28 settembre. Sarà un passaggio delicato, destinato a influenzare le successive determinazioni della Procura.
Le quattro consulenze
L’anatomopatologa Cristina Cattaneo è stata incaricata di approfondire la compatibilità tra il piede dell’indagato e alcune tracce repertate nella villetta di via Pascoli. Un supplemento peritale che punta a verificare se quelle impronte possano assumere un valore ricostruttivo all’interno della dinamica del delitto.

Parallelamente, i consulenti genetici stanno riesaminando i profili biologici per consolidare o ridefinire il significato delle tracce di DNA emerse nel corso degli accertamenti, anche alla luce delle osservazioni formulate dalla difesa.
Un ulteriore capitolo riguarda le impronte, da sempre uno degli elementi più discussi dell’intera vicenda. Le verifiche tecniche mirano a stabilire l’effettiva attribuibilità e la rilevanza investigativa delle tracce repertate.
Infine, la Procura ha disposto una consulenza psichiatrica affidata allo psichiatra Roberto Catanesi per valutare la capacità di intendere e di volere dell’indagato al momento dei fatti, oltre all’eventuale imputabilità e alla possibile pericolosità sociale.
Nel frattempo, la difesa continua a contestare le conclusioni dell’accusa, depositando consulenze di parte e ribadendo l’estraneità di Andrea Sempio all’omicidio. Lo stesso indagato continua a dichiararsi innocente.
Quando la scienza entra in tribunale
Negli ultimi decenni la criminologia e le scienze forensi hanno trasformato profondamente il modo di investigare. DNA, impronte, ricostruzioni biomeccaniche e analisi antropometriche rappresentano strumenti di straordinaria importanza. Tuttavia, nessun dato scientifico parla da solo.
Ogni traccia racconta una possibilità, non una verità automatica.
La differenza la fanno il contesto, la qualità del reperto, la metodologia utilizzata, il confronto tra consulenti e il vaglio critico del giudice. È proprio questo il cuore del processo penale: non l’accumulo di prove, ma la loro interpretazione secondo criteri di rigore, trasparenza e contraddittorio.
Tra verità giudiziaria e verità mediatica
Il caso Garlasco è diventato anche un fenomeno mediatico. Per anni televisioni, giornali e social network hanno prodotto ricostruzioni, ipotesi, convinzioni e contro-convinzioni. In molti hanno finito per costruire una propria verità, spesso prima ancora che emergessero nuovi elementi investigativi.
Ed è qui che, come psicoterapeuta criminologa, sento il bisogno di fermarmi.
Esiste una profonda differenza tra la verità giudiziaria, che nasce dal confronto delle prove secondo le regole del processo, e la verità mediatica, che prende forma attraverso il racconto pubblico, le emozioni, le percezioni e, talvolta, i pregiudizi.
La mente umana fatica ad accettare l’incertezza. Di fronte a un delitto irrisolto o a un’indagine che cambia direzione, nasce il bisogno di trovare rapidamente un colpevole, una spiegazione definitiva, una narrazione capace di chiudere il cerchio. È un meccanismo psicologico comprensibile, ma può trasformarsi in una trappola.
Quando questo accade, il rischio è quello di confondere il sospetto con la prova, l’ipotesi con il fatto, la convinzione personale con l’accertamento processuale.
La responsabilità dell’informazione
Chi racconta la cronaca giudiziaria ha una responsabilità enorme. Informare significa spiegare la complessità senza semplificarla, raccontare gli elementi emersi senza trasformarli in sentenze anticipate, distinguere ciò che è accertato da ciò che è ancora oggetto di verifica.
In un’epoca in cui ogni dettaglio viene rilanciato in tempo reale e ogni consulenza sembra trasformarsi immediatamente in una verità definitiva, il giornalismo dovrebbe recuperare il valore del dubbio, della prudenza e del rispetto delle garanzie processuali.
Perché un’indagine non è un verdetto e un’indiscrezione non è una prova.
Il tempo della giustizia
Le prossime settimane saranno decisive. Le consulenze che verranno depositate potranno rafforzare, modificare o ridimensionare il quadro investigativo oggi conosciuto. Saranno gli inquirenti e, se necessario, i giudici a valutarne il significato.
Ma il tempo della giustizia non coincide mai con quello dei media.
La giustizia ha bisogno di metodo, di verifica, di confronto e, soprattutto, di pazienza. È un percorso spesso lento, a volte frustrante, ma indispensabile per evitare che il desiderio di trovare una risposta prevalga sull’obbligo di cercare la verità.
Per Chiara Poggi, per la sua famiglia, per chi oggi è sottoposto a indagine e per tutti coloro che credono nello Stato di diritto, la verità non può essere una corsa contro il tempo. Deve essere il risultato di un lavoro rigoroso, libero da pregiudizi e fondato esclusivamente sui fatti.
Perché solo una verità costruita sulle prove può diventare giustizia. Tutto il resto è rumore.
Il compito di chi analizza la cronaca non è sostituirsi ai giudici, ma aiutare il pubblico a comprendere la complessità dei fatti, mantenendo sempre la distinzione tra ciò che è accertato e ciò che resta ancora da dimostrare.
