Intervista al Prof. Avvocato Giorgio Vaccaro, giurista e specialista in psicologia giuridica
Quando gli avvocati della «famiglia del bosco» rimettono il mandato e sui giornali si legge che la madre è «ingestibile», qualcosa nella storia non torna. È l’opinione del professore avvocato Giorgio Vaccaro, giurista specialista in diritto di famiglia e psicologia giuridica forense con trent’anni di esperienza, che ha accettato di ricostruire con noi i contorni giuridici, umani e scientifici di un caso che ha mobilitato – in modo del tutto inedito – l’intera comunità della psichiatria forense italiana.
L’intervista, rilasciata nel corso di una diretta YouTube, nel canale di @barbarafabbroni234, tocca temi che vanno ben oltre il singolo caso: il principio del «superiore interesse del minore», la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per l’uso di «formule stereotipate», il trauma della bambina ricoverata in ospedale senza la madre, e l’inversione di prospettiva che dovrebbe far riflettere ogni genitore.

Professore, partiamo dai fatti. Gli avvocati della famiglia lasciano il mandato, la notizia rimbalza sui giornali. Cosa sta succedendo?
«Quello che sta succedendo è un conflitto per questi bambini. La rappresentazione di una confusione, di una criticità nella quale è caduto un organo dello Stato che non riesce a fare marcia indietro seguendo quello che dovrebbe essere il lume di questo settore: il superiore interesse del minore. Quasi noioso dover parlare di questo caso in termini filosofici, ma se non mettiamo sempre i puntini sulle “i” poi diventa un discorso da bar dello sport, e non è quello il modo di affrontare i diritti dei bambini».
Il principio del “superiore interesse del minore” viene invocato spesso. Come viene applicato, nella realtà?
«Lo dice la Cassazione, non l’avvocato: il superiore interesse del minore deve essere la stella polare. Ma non deve essere una specie di formula vuota. Deve essere oggettivamente applicato al caso concreto. Ricordo che oltre la Corte suprema di Cassazione esiste la Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel 2013, con il caso Lombardo contro Italia — un caso che ho seguito direttamente — la CEDU ha condannato l’Italia come cattiva amministratrice della giustizia. Il motivo? I giudici italiani applicano a volte “formule stereotipate” che non arrivano a tutelare effettivamente i diritti. In quel caso specifico, il diritto di un padre di vedere la propria bambina, e il diritto della bambina di vedere il proprio papà. Il “superiore interesse del minore” senza guardare nel caso concreto cosa succede rischia di diventare appunto una formula stereotipata. E purtroppo la famiglia del bosco ci offre delle fotografie, dei video, dei frammenti di vita che sono sintomatici di un sistema che è impazzito».
Lei ha studiato le carte del caso. Cosa l’ha colpita di più?
«Da studioso del diritto di famiglia, la mia esperienza mi porta a leggere le sentenze della Cassazione in tema di provvedimenti dei tribunali dei minorenni. E ci si imbatte in casi drammatici, sanguinosi, lenti. Ci sono mamme e papà che colpiscono i bambini, che fanno uso di sostanze, che sono vittime di dipendenze terribili. È un’esperienza molto difficile, una galleria degli orrori. Quando con tutta questa esperienza leggiamo le carte della famiglia del bosco, facciamo un salto. Perché in quella famiglia non c’è la traccia di nessun aspetto che possa diventare emergenziale. Tant’è che arrivare a tenere una bambina ricoverata in ospedale lontana dalla sua mamma è una cosa che grida vendetta».
Parliamo della bambina ricoverata. Una bambina di sei anni, tre giorni in ospedale, la madre ammessa solo per un’ora. Com’è possibile?
«Questa è la domanda. Perché tanti giorni in ospedale? Per un raffreddore, non è un raffreddore — e comunque la diagnosi non si sa con esattezza. La madre è stata tenuta fuori. Ma la madre non è una curatrice: la madre è la figura di riferimento di cui nessun altro può sostituirsi. Il genitore funge da “base sicura“. In Italia ci sono novecento bambini che escono da scuola alle due del pomeriggio e restano senza mamma e papà per tre, quattro, cinque ore — perché i genitori lavorano in fabbrica, in banca, fanno gli steward, i piloti, i marinai. Ma questi bambini avevano mamma e papà dentro casa per tutta la loro vita. È stata stracciata loro la quotidianità».

Qual è l’impatto psicologico su una bambina di quell’età, ricoverata da sola?
«Cosa succede quando io sto ricoverata in un posto che non conosco, dove non sono mai stata, da sola? Come passo le ore della notte? Come passo le ore della mattina? Cosa mi chiedo della mia mamma? Cosa nasce nella testa di un bambino in quel momento? Una sindrome da abbandono, definitivamente. E se le persone di cui mi fido di più non ci sono, come me lo spiego io che non ho esperienza? Questa è la cosa che grida vendetta: che ci siano degli adulti che devono tutelare il superiore interesse e che non si pongono questo problema. Inoltre, questi bambini sono stati strappati dal loro contesto. È il trauma nel trauma. E tutto questo si incide inevitabilmente nello sviluppo di questi bambini».
È vero che l’intera comunità scientifica si è espressa su questo caso?
«Sì, ed è un momento storico, stranissimo. Io sono trent’anni che mi occupo di psicologia giuridica, ho un master in psichiatria forense. Non ho mai sentito tutta la comunità scientifica prendere posizione formalmente e apertamente dicendo: “Fermate questo tritacarne”. Non l’ha detto solo il procuratore dei minori, non l’ha detto solo la garante dell’infanzia. L’hanno detto i nomi più importanti che si dedicano alla psicologia giuridica. Hanno detto tutti: fermate questo meccanismo, che porta solo a triturare la serena crescita di tre minori. La prossima settimana, al Convegno Nazionale di Psicologia Giuridica a Roma, ci sarà un’intera sezione dedicata al caso. Mi hanno chiamato come relatore».
Sui giornali si legge che la madre è stata definita “oppositiva” dalle consulenze. Cosa ne pensa?
«”La mamma è oppositiva” — è un’espressione che mi fa sorridere. Le mamme pensano. Non è una novità. Le mamme e i papà pensano, e bene, in modo diverso da altri, dei loro figli. Una mamma pensa di essere una brava mamma, non lo è per forza l’assistente sociale o un tecnico nominato dal tribunale. Essere oppositivi rispetto al parere di un assistente sociale, essere oppositivi rispetto al parere di un tecnico, non è essere un cattivo genitore. È essere un genitore che sa quello che pensa».
Lei ha incontrato questa madre. Come la descrive?
«Io non ho mai visto una persona più razionale, più capace di controllare le emozioni, più capace di essere positiva, più capace di esercitare resilienza. Vorrei fare una fila e vedere le tante mamme che vanno davanti alle scuole, prendono il caffè, fanno lo shopping e stanno al telefono — e farle subire quello che sta subendo questa povera mamma. Impazzirebbero. Viviamo in città abitate da esseri umani. Dire che quella mamma non ha controllo significa vivere su Marte. Noi viviamo nell’era delle relazioni: bambini con il telefono in mano perché l’aria è un’eredità. Quelle cose lì non succedevano. Il trauma di questi bambini è molto più grave proprio per questo: è come se fossero stati trasferiti su un altro pianeta. Non li sta salvando. Non li sta migliorando. Ne sta creando un danno istituzionale».
Ma l’aspetto processuale: come va avanti? Quali sono le prossime scadenze?
«Il calendario processuale prevede il deposito delle note di osservazione della difesa, il deposito della relazione finale della consulente tecnica d’ufficio, che dovrà rispondere alle osservazioni. Quindi ci sarà l’udienza per l’esame della relazione, nella quale la difesa, il pubblico ministero, la tutrice curatore chiederanno al giudice di sottolineare gli aspetti non chiari. Terminata quella fase, il giudice, alla luce della consulenza, emanerà un provvedimento. Le uscite possibili: i bambini tornano ai genitori, o la situazione diventa ancora più grave. Ma ripeto: le leggi consentono in ogni momento di presentare al giudice un’istanza per un fatto nuovo. Questi bambini non rimangono senza la campanella d’allarme fino alla fine del processo. Ogni volta che ci sarà un’emersione di un dolore, di una difficoltà, si potrà suonare la campanella e chiedere al giudice un provvedimento d’urgenza».
Una riflessione finale: la famiglia del bosco è un caso isolato o un campanello d’allarme per tutti?
«Lo Stato è intervenuto per un’emergenza per poi fare esplodere una famiglia. Si sono invertite le parti. Non c’è conflitto tra genitori. Ci sono mamma e papà perfettamente in armonia. Due persone normali che vivevano di quel che vivevano, che cantavano, che non avevano bisogno di niente. Che vivevano nel bosco — e allora? Facciamoci un giro a Milano, Roma, Bologna, Genova e vediamo le famiglie che vivono sotto i ponti. I termini usati dagli esperti per tratteggiare la mamma, il papà e i bambini del bosco sono talmente tanto applicabili a tutti noi che, se venissero applicati alla lettera, domani potrebbero togliermi un figlio. E questa è la ragione per cui tutti stanno a guardare: è la famiglia di fianco, quella che potrebbe domani succedere a me».
Nota della redazione: L’intervista è stata raccolta nel corso della diretta YouTube “La Famiglia nel Bosco — Intervista al Prof. Avvocato Giorgio Vaccaro” andata in onda sul canale @barbarafabbroni234

