“Tre di picche” è più di uno spettacolo: è uno specchio emotivo in cui si riflette una generazione sospesa tra desiderio di realizzazione e paura di non farcela. Attraverso tre giovani protagonisti — un lavoratore, una studentessa e un artista — il testo mette in scena inquietudini, aspettative e contraddizioni che attraversano profondamente il mondo contemporaneo. In questa intervista emerge una voce autentica, capace di raccontare non solo una storia, ma un sentire collettivo.

“Tre di picche” mette al centro tre figure simboliche della gioventù contemporanea: lavoratore, studentessa e artista. Quanto c’è di autobiografico o generazionale in questi personaggi?

Di autobiografico c’è molto, non tanto per la storia in sé o per i personaggi, i quali sono puramente inventati, ma per il senso di preoccupazione e turbamento che per lunghi tratti ha condizionato la mia vita. Prima di decidere di intraprendere seriamente la carriera di attore io sono stato, controvoglia, uno studente universitario e ho vissuto costantemente il senso di fretta e di perfezione che vedo essere sempre più presente nella vita di noi ragazzi. Ho vissuto con ansia l’università, vista come unica opportunità al lavoro dopo il liceo, dove non ci viene dato il tempo di capire cosa voler fare. O studi o lavori. E chi tra le mie conoscenze ha scelto il lavoro è sempre stato pressato dalla domanda “e una laurea?”, come se fosse quello a determinare o meno la bontà di una persona. E infine, quando mi sono finalmente immerso in questo percorso artistico, ho vissuto in prima persona la perenne incertezza lavorativa e la continua ansia del non riuscire a fare quello che finalmente si vuole fare. Tutti questi aspetti, miei, dei miei amici o parenti, sono racchiusi in Giuseppe, Matilde e Filippo.

Nel testo emerge una domanda forte: che posto ha un ventenne nella società di oggi? Secondo te i giovani oggi si sentono più persi o semplicemente più consapevoli delle contraddizioni del mondo adulto?

Siamo molto più consapevoli. Stiamo capendo che il mondo adulto è un mondo che non ci piace e non abbiamo la paura di dirlo e di affrontarlo. Credo siano gli adulti quelli che si sentono più persi, perché si trovano davanti dei ragazzi che mettono loro nella posizione di vedere come il mondo che hanno creato non funzioni e fanno fatica ad accettarlo e a mettersi a disposizione. La difficoltà nel trovare il nostro posto nel mondo è dato anche da questo, perché siamo consapevoli di dover lottare costantemente per poter essere accettati e per difendere cosa è giusto per noi.

Il titolo “Tre di picche” richiama l’idea di rifiuto o di sconfitta. È una provocazione verso la società che sembra respingere i giovani, o verso i giovani stessi che fanno fatica a trovare la propria direzione?

È una sconfitta per la società intera. Perché se tre ragazzi di vent’anni vivono costantemente con l’ansia di dover fare, la colpa è solo e soltanto di una società che ci vuole perennemente operativi e performativi. In questo testo perdono tutti. La società si ritrova dei ragazzi frustrati e spesso si rifiuta di aiutarli. La speranza è che il mondo adulto si svegli con l’obiettivo di creare dei nuovi adulti più forti emotivamente e mentalmente.

Lo spettacolo alterna ritmo serrato e momenti di riflessione. Quanto è stato importante, nella tua regia, restituire proprio quella frenesia sociale che caratterizza la vita dei giovani di oggi?

Il forte ritmo che caratterizza la gran parte dello spettacolo non rappresenta la frenesia della vita dei giovani, ma della vita di tutti in generale. La fretta è tipica di questi tempi, ciò che si fa oggi potrebbe non essere più utile già domani. Matilde nello spettacolo dice “mi ci butto con una barca in questo mare […] ma chissà se quando arriverò avere una barca sarà da vecchi”. Il senso è questo, c’è la fretta costante di fare e soprattutto di arrivare prima che ciò che vogliamo non esista più. Questo forte ritmo che ho volutamente inserito vuole sottolineare proprio questo: risolversi prima che sia troppo tardi.

I tre protagonisti convivono nella stessa casa, ma anche nello stesso stato emotivo di inquietudine. Credi che la solitudine generazionale sia uno dei veri temi nascosti dello spettacolo?

Assolutamente. Come ho detto prima in questo spettacolo perdono tutti. Seppur la ricerca dell’identità di gruppo sia anche un tema fondamentale, soprattutto per il personaggio di Filippo, la solitudine permea in tutti i personaggi. Nessuno riesce ad essere capito fino in fondo, nessuno riesce ad essere accettato fino in fondo. Matilde e Giuseppe fanno i conti con la loro famiglia e questo forte peso li porta a scegliere la solitudine pur di andare avanti. Filippo si ritrova solo dopo la morte dell’unica persona che lo supportasse: il padre. Per lui la solitudine è quotidiana e si trova in un mondo dove difficilmente l’artista viene veramente accettato, se non dopo il successo.

La regia è volutamente semplice ed essenziale. È stata una scelta estetica o un modo per far emergere con più forza la fragilità e l’umanità dei personaggi?

Non credo questo sia un testo particolarmente simbolico. I personaggi sono semplici e la storia è piccola e lineare. La scenografia e la regia segue questa linea in modo tale da rendere il tutto più quotidiano possibile. La fragilità e l’umanità dei personaggi esce così più vicina a noi. Dobbiamo renderci conto che questo genere di storie non sono lontane, sono dentro tutte le nostre conoscenze. La semplicità del messaggio aveva bisogno di una messa in scena altrettanto sobria, cosicché si potesse far sempre più spazio all’emotività dei personaggi, perché è questo di cui il pubblico si vuole nutrire.

Nel tuo lavoro emergono sarcasmo, disincanto ma anche affetto tra i personaggi. Pensi che l’ironia sia oggi uno degli strumenti principali con cui i giovani affrontano la precarietà e le aspettative sociali?

Siamo una generazione tremendamente ironica. Tutto ciò che ci sembra assurdo all’interno della nostra società viene vissuto con quel sarcasmo che rende tutto molto malinconico. La precarietà lavorativa e di vita viene sempre più spesso smorzata con battute, con finta leggerezza, con la consapevolezza che sarà sempre tutto complicato. Questa ironia non rende tutto meno pesante, ma credo sia la grande forza di questa generazione. Andare avanti contro le ingiustizie, senza dimenticarci che lo scherno è un grandissimo mezzo per smontare grandi costrutti sociali che spesso non servono a niente.

Questo è il tuo primo testo teatrale. Dopo “Tre di picche”, pensi di continuare a raccontare il mondo giovanile oppure ti piacerebbe esplorare altri temi della società contemporanea?

Quando ho scritto “Tre di picche” l’ho fatto perché avevo un’enorme spinta di far passare un messaggio che sentivo sempre più forte dentro di me. Non essendo un drammaturgo non mi pongo mai obiettivi di scrittura. Metto su carta solo se sento il bisogno di farlo, altrimenti no. Al momento non sento il desiderio di approfondire altre tematiche tipicamente giovanili e mi piacerebbe esplorare altro, anche perché di tempo ne è passato e anche io sono cambiato. In futuro chissà, di certo c’è la voglia di continuare a scrivere e di continuare a portare in scena miei testi nella speranza possano essere sempre più completi.

 

“Tre di picche” lascia allo spettatore una domanda aperta, più che una risposta: cosa significa davvero trovare il proprio posto nel mondo oggi? Tra ironia, solitudine e resistenza emotiva, il racconto restituisce una generazione lucida, consapevole e pronta a mettere in discussione ciò che non funziona. E forse è proprio da questa consapevolezza — scomoda ma necessaria — che può nascere un nuovo modo di essere, di scegliere e di esistere.

Psicologa, Psicoterapeuta, Criminologa, Giornalista, Blogger, Influencer, Opinionista televisiva.

Autrice di numerosi saggi e articoli scientifici.

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