Il linguaggio fotografico, da sempre specchio dell’umano e delle sue metamorfosi, si trasforma con la mostra “15 – La Fotografia oltre l’umano”, a cura di Ilaria Pisciottani e New Format Art, che aprirà a Varese il 27 settembre 2025 alla CathArt Gallery di Carla Pugliano.

Un’esposizione che non si limita a presentare opere, ma che si configura come un vero e proprio dispositivo critico: un luogo in cui l’immagine non solo cattura, ma interroga, spinge oltre i confini della percezione e invita a riconsiderare l’identità dell’essere vivente in un intreccio di umano, animale e natura.
Abbiamo incontrato Ilaria Pisciottani, giornalista e fotografa d’arte, per farci raccontare genesi, visioni e significati di questo progetto.
Ilaria, il titolo della mostra è di per sé molto evocativo: “La fotografia oltre l’umano”. Da dove nasce questa idea e quale messaggio intende trasmettere?
Nasce dal desiderio di ripensare il rapporto tra uomo, natura e animali. Il pensiero di Hans Jonas e il concetto di transanimale sono stati il punto di partenza: non più una contrapposizione netta, ma un intreccio vitale, in cui l’umano non occupa il centro assoluto, ma si riconosce parte di una rete complessa e interconnessa. La fotografia diventa lo strumento ideale per aprire questo dialogo, perché ha il potere di sospendere il visibile e di suggerire visioni nuove.
Quindi non è soltanto una mostra da guardare, ma un’esperienza attiva per lo spettatore?
Esattamente. Non vogliamo che il pubblico si limiti a spostare lo sguardo da un’opera all’altra. Vogliamo che si immerga, che stabilisca analogie, che si lasci provocare dalle immagini. La fotografia, qui, è un varco: chiede di essere attraversata e di generare nuove domande.
Ci sono 14 fotografi coinvolti, più la gallerista Carla Pugliano, per un totale di “15”. Qual è il filo che unisce le loro opere?
Ho scelto gli artisti per l’originalità della visione e la coerenza del linguaggio. Ogni fotografia ha una voce autonoma, ma tutte concorrono a un’unica narrazione: dissolvere i confini, aprire varchi, restituire sensibilità ibride. Il numero 15 diventa simbolo di armonia dinamica, di un’energia che unisce forze naturali e volontà di trasformazione.
Un contributo fondamentale arriva anche dal critico Roberto Mutti. In che modo arricchisce il progetto?
Roberto Mutti ha uno sguardo capace di collocare le opere in un contesto storico-artistico ampio e stratificato. La sua presenza è una garanzia di profondità critica e di dialogo con il pubblico. Le sue parole non sono mai didascaliche, ma aprono percorsi interpretativi che si intrecciano con la sensibilità dello spettatore.
Oltre all’esposizione, c’è anche un catalogo che accompagna la mostra. Cosa rappresenta?
È un’estensione della mostra stessa. Non un semplice documento, ma un’opera autonoma che offre spazio alle immagini, alle parole e alle riflessioni. Mi piace pensarlo come una sorta di eredità vasariana, in cui biografia, descrizione e critica si intrecciano. È pensato per continuare il dialogo anche fuori dalla galleria, raggiungendo un pubblico ampio.
Infine, il percorso della mostra non si esaurirà a Varese, ma approderà in Sicilia. Perché questa scelta?
Perché volevamo che le opere non rimanessero confinate a uno spazio espositivo, ma entrassero in dialogo con un territorio vivo. Il museo a cielo aperto di Cannistrà è un luogo unico, dove le fotografie diventeranno parte del paesaggio e della comunità. È un modo per radicare l’arte nello spazio pubblico e renderla occasione di incontro e trasformazione.

La voce di Ilaria Pisciottani restituisce con chiarezza la natura di un progetto che non si limita a esporre immagini, ma apre prospettive etiche, poetiche e civili. “15 – La Fotografia oltre l’umano” diventa così un invito a fermarsi, osservare e soprattutto a ripensare il nostro posto nel mondo, lasciando che le immagini non siano soltanto oggetti da contemplare, ma strumenti di consapevolezza e di cambiamento.
Un viaggio che parte da Varese, ma che è destinato a radicarsi nei luoghi, nelle persone e nelle coscienze.










