Era il 13 agosto 2007 quando Chiara Poggi veniva trovata senza vita nella villetta di famiglia a Garlasco. Uccisa brutalmente, colpita più volte alla testa e lasciata in un lago di sangue sulle scale di casa. Per quel delitto, nel 2015, Alberto Stasi – il fidanzato di Chiara – è stato condannato in via definitiva a 16 anni di carcere. Ma oggi, a distanza di 18 anni, la storia torna a far rumore. Le indagini sono state riaperte, e un nuovo nome è affiorato tra le pieghe del tempo: Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara e unico indagato, al momento, nel nuovo fascicolo.
Eppure, nel groviglio di dubbi e certezze processuali, un punto rimane centrale: la telefonata che Alberto Stasi fece ai soccorsi. Una telefonata che mostrava un tono “troppo calmo”. Una chiamata che per molti rappresenta la crepa che ha fatto crollare la sua credibilità. Ma è davvero così? Siamo sicuri che in quella telefonata non ci sia altro che non si è voluto cogliere, vedere, osservare? Siamo sicuri che quella telefonata non sia la chiara evidenza di Stasi era sotto shock per ciò che aveva appena visto?
Alberto Stasi, stando alla sua versione dei fatti, si sarebbe recato di persona in via Pascoli 8, allarmato dal fatto che Chiara Poggi non rispondesse né alle chiamate né ai messaggi. Dopo aver tentato di attirare la sua attenzione chiamandola da fuori, avrebbe scavalcato il muro di recinzione e raggiunto il giardino, accorgendosi che la porta d’ingresso era aperta.
Una volta entrato nella villetta, sempre secondo il suo racconto, si sarebbe diretto inizialmente verso un salottino, attirato dalla televisione accesa. In seguito, avrebbe altre parti della casa e infine avrebbe notato la porta a soffietto, lasciata aperta, che dava sulle scale per la cantina. È proprio lì che, affacciandosi, avrebbe scoperto il corpo di Chiara Poggi.
Non chiamò subito il 118. Uscì, salì in auto, e arrivò alla caserma dei carabinieri, componendo durante il tragitto il numero di emergenza.
Riportiamo la telefonata.
“Mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco”, così esordì Stasi dopo la risposta dell’operatrice.
“A Garlasco?”, ribadisce l’operatrice.
“Si”, risponde Stasi.
“Via Giovanni Pascoli, al numero?”, viene chiesto.
Stasi risponde: “29, la via senza uscita, la trova subito”.
“Come?”, prosegue l’operatrice.
“È la via senza uscita, mi sembra al 29, non ne sono sicuro”, risponde Stasi.
“Emhm… ma cosa succede?”, prosegue.
“E credo che abbiano ucciso una persona… non ne sono sicuro… forse è viva…”, dice Stasi.
“Ma in che senso? Cioè cosa è successo? Lei cosa vede?”, chiede l’operatrice.
“Adesso sono andato dai carabinieri, c’è… c’è, c’è sangue dappertutto e lei sdraiata per terra”, risponde Stasi
“In strada o in casa?”, chiede l’operatrice.
“No, in casa”, risponde.
“Si, ma è una sua parente?”, operatrice
“No, è la mia fidanzata”, Stasi
“Mhm… quanti anni ha questa persona?”, operatrice.
“26”, Stasi.
(….)
“Ma lei è in casa adesso?”, operatrice.
“No, sono in caserma… sono appena arrivato, adesso… gli dico cosa è successo”, Stasi
“Mhm… va bene, adesso comunichiamo anche con i Carabinieri”, operatrice.
“Si”, Stasi.
Nel botta e risposta di questa telefonata, Stasi comunicò di essere arrivato in caserma, quindi, dal centralino gli fecero sapere che avrebbero mandato un’ambulanza all’indirizzo indicato.
Gli inquirenti, e poi i giudici, interpretarono questa telefonata come un tentativo di depistaggio. Una costruzione fredda, lucida, colpevole.
Ma è possibile che il comportamento di Stasi non sia necessariamente un segno di colpevolezza, bensì la traccia di qualcosa di più umano e fragile? La frase “credo che abbiano ucciso una persona… forse è viva” può essere segno di confusione cognitiva, anziché ambiguità? La difficoltà nel ricordare l’esatto numero civico può essere un sintomo di disorientamento emotivo? È ragionevole aspettarsi lucidità verbale e precisione quando si è sotto shock? È possibile che Stasi abbia avuto una percezione visiva parziale, distorta o falsata dal trauma? La mente può avere rimosso dettagli traumatici per autodifesa?
Quando il trauma prende il controllo
Le attuali conoscenze in ambito psicologico e neuroscientifico confermano che un trauma particolarmente intenso può alterare profondamente le funzioni cognitive e percettive di un individuo. Imbattersi nel corpo senza vita della propria compagna, brutalmente uccisa, rappresenta un evento sconvolgente che può generare gravi turbamenti nella memoria, nella percezione della realtà e persino nel modo di esprimersi verbalmente.
Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5, APA, 2013), lo stress post-traumatico può provocare:
- confusione mentale e disorientamento temporale;
- difficoltà nel richiamare dettagli dell’evento (amnesia dissociativa);
- alterazioni marcate dell’affettività, tra cui il cosiddetto “numbing emotivo” (appannamento dell’espressione emotiva);
- risposte inappropriate o piatte in situazioni altamente drammatiche.
Lo psichiatra Bessel van der Kolk, nel suo celebre libro “Il corpo accusa il colpo” (The Body Keeps the Score, 2014), sottolinea come durante un trauma il cervello possa “disattivare” temporaneamente alcune aree della corteccia prefrontale – la parte deputata al pensiero razionale e al controllo delle emozioni – e “accendere” circuiti primitivi di sopravvivenza, legati all’immobilità, al silenzio, alla dissociazione.
Nel caso Stasi, sorprende l’assenza di qualsiasi considerazione legata alla dimensione psicologica del trauma all’interno della sentenza. Una lacuna significativa, considerando che già da anni la letteratura scientifica e forense – da Daniel Goleman (Intelligenza Emotiva, 1995) a Bruce Perry (Il ragazzo che è stato cresciuto come un cane, 2006) – riconosce la complessità e la variabilità delle reazioni umane allo shock. Atteggiamenti apparentemente freddi o distaccati non possono essere automaticamente interpretati come indizi di colpevolezza: potrebbero invece rappresentare la reazione disfunzionale e disorganizzata di una persona profondamente sconvolta, sopraffatta da un carico psichico ingestibile.
Il viso chiaro, la mente che rimuove
Uno degli elementi più discussi negli interrogatori di Stasi è la descrizione del cadavere. Racconta che Chiara aveva “il viso chiaro”. Ma i rilievi forensi stabilirono che il volto della ragazza era completamente coperto di sangue. Inoltre, Stasi – secondo gli inquirenti – non scese abbastanza gradini per poter osservare il corpo nei dettagli.
Anche questa discrepanza è stata letta come menzogna. Ma numerosi studi – come quelli di Elizabeth Loftus, tra le massime esperte mondiali di falsa memoria – dimostrano che il ricordo di un evento traumatico può essere frammentato, distorto, perfino alterato dalla mente per autodifesa (Loftus & Palmer, 1974; Loftus, 1996). L’illusione mnestica, cioè la falsa percezione di aver visto un dettaglio, è comune anche in soggetti non traumatizzati, ma aumenta esponenzialmente sotto stress acuto.
Anche in ambito investigativo, è noto che persone coinvolte in eventi estremi (sparatorie, incidenti, attentati) spesso confondono il numero dei colpi sparati, la posizione degli aggressori, o il colore dei loro abiti. L’FBI, nel suo Critical Incident Handbook, evidenzia come “il cervello sotto stress non registra la realtà in modo cronologico, né conserva tutte le informazioni sensoriali in maniera affidabile”.
Il ruolo della giustizia e ciò che manca
Il punto è se la giustizia, nel suo percorso processuale, abbia considerato con adeguata attenzione il contributo delle neuroscienze e della psicologia del trauma.
Nella sentenza definitiva non si fa menzione della letteratura scientifica che avrebbe potuto offrire una lettura alternativa ai suoi comportamenti giudicati “anormali”. In un processo indiziario, ogni dettaglio comportamentale pesa. Ma se il giudizio non tiene conto della scienza del comportamento umano, rischia di basarsi su percezioni emotive, aspettative culturali o cliché giudiziari.
Lo psichiatra forense Richard J. McNally, autore del saggio “Remembering Trauma” (2003), spiega che “le risposte psicologiche al trauma sono estremamente variabili, e il comportamento post-evento non è mai un indicatore affidabile di sincerità o colpevolezza”.
Anche il ritardo nel chiamare i soccorsi è stato visto con sospetto. Ma il National Center for PTSD del Dipartimento per gli Affari dei Veterani degli Stati Uniti riporta che una delle risposte più comuni al trauma è la “freezing response”, cioè il blocco motorio e decisionale. Non agire subito non significa avere qualcosa da nascondere. A volte significa semplicemente che il cervello ha smesso di elaborare normalmente.
L’ombra lunga del dubbio
Il caso Garlasco, a distanza di diciotto anni, è tutt’altro che chiuso. La riapertura delle indagini e l’emergere del nome di Andrea Sempio dimostrano che le domande sospese non sono mai state davvero risolte. La condanna di Alberto Stasi, seppur definitiva, si regge su un impianto indiziario fragile, segnato da errori investigativi, incongruenze logiche e omissioni gravi.
La giustizia non può colmare le lacune con supposizioni: deve saper ascoltare la complessità dell’umano. Non è un processo contro la scienza, ma un processo che avrebbe dovuto includerla. Perché una condanna che lascia fuori elementi fondamentali, non può dirsi “oltre ogni ragionevole dubbio”.
Oggi, il dubbio non è un’ombra, ma una presenza solida. E forse solo quando si avrà il coraggio di guardarlo in faccia, senza filtri e senza convenienze, sarà possibile restituire – finalmente – una giustizia vera. Quella che non si accontenta di chiudere un caso. Ma cerca la verità. Tutta la verità.









