Portare in scena Shakespeare attraverso il caos, la parodia e il gioco teatrale: “Shake It Out” nasce da una sfida che sembra impossibile e trova proprio nell’impossibilità la sua forza comica. Cinque interpreti, personaggi che si moltiplicano e disastri preparati a orologeria diventano gli ingredienti di uno spettacolo che invita a riscoprire il Bardo con leggerezza e passione. Leonardo ci accompagna dietro le quinte di questa avventura, dove persino l’errore ha una parte da recitare.

Leonardo, “Shake It Out” nasce da una sfida impossibile: portare in scena tutte le opere di Shakespeare contemporaneamente. Qual è stata la scintilla che ha trasformato questa follia in un progetto teatrale? Nasce dal mio percorso. Ho sempre progettato spettacoli in cui pochi attori interpretano molti personaggi. Già ne “I 39 Scalini” quattro attori danno vita a quasi quaranta ruoli. A un certo punto mi sono chiesto: come posso spingermi oltre? Così ho pensato di confrontarmi con i classici, mantenendo la cifra comica che contraddistingue i miei spettacoli. Mi riferisco a quel genere di comicità di situazione tipicamente inglese, dove tutto ciò che è drammatico può diventare surreale e trasformarsi in gioco. Ed è proprio l’impossibilità dell’impresa a renderla possibile. Il teatro, in fondo, è magia. Come diceva Shakespeare, dove vedi un cavallo immaginane mille. Noi, con una scatola nera, una black box all’inglese, mettiamo in scena quasi tutte le opere più drammatiche di Shakespeare, cercando di farle al meglio. Ma in questa versione parodistica gli attori sono un po’ dei clown: come nella coppia del Bianco e dell’Augusto, ce n’è uno che cerca di portare avanti lo spettacolo con serietà e gli altri che, nella loro incapacità – o finta incapacità – lo distruggono continuamente. L’esigenza, quindi, è proprio questa: trovare soluzioni sceniche a ciò che appare impossibile.

Volete smontare il mito del Bardo attraverso la parodia e l’irriverenza. Per prendere in giro un classico bisogna prima amarlo profondamente? Quale Shakespeare avete ritrovato attraverso questo gioco? Lo facciamo con grande rispetto, giocando con un gigante del teatro. Ma questo lavoro di smontare il mito è iniziato molto prima di me, con maestri come Peter Brook. Nel Novecento è stato lui a cambiare il modo di fare Shakespeare, dicendo che non andava mitizzato né interpretato come uno spettacolo del Cinquecento, ma come qualcosa di assolutamente contemporaneo. Ed è così che ne capisci davvero la profondità. Del resto Shakespeare è stato un innovatore assoluto. La linea temporale dei suoi drammi è già un preludio al cinema: è stato tra i primi in teatro a introdurre il passaggio temporale, che prima quasi non esisteva. Questo ci riporta a un’idea fondamentale: tutto dipende dal punto di vista. Ciò che è drammatico può diventare comico e viceversa. Dipende solo dalla nostra fantasia e da come lo porti al pubblico. Naturalmente, per trattarlo così bisogna amarlo profondamente. E credo sia impossibile non amarlo: bastano poche righe per capire che ha dato inizio a una nuova era, quella che esplora la profondità dell’animo umano, prima trascurata a favore dell’aspetto esteriore. Dal _Titus_, che portiamo in scena, fino all’_Amleto_, c’è tutto il suo percorso: un’analisi sempre più intima e complessa dell’animo umano.

I vostri personaggi vogliono salvare il grande teatro dalla sciatteria contemporanea, ma finiscono per sabotare la propria missione. Quanto vi divertiva mettere alla berlina anche un certo modo di fare cultura, convinto di dover educare il pubblico? Paradossalmente, prendendo in giro Shakespeare, avviciniamo le persone al teatro classico. Nello spettacolo lo parodiamo, è vero, ma usiamo le sue vere parole, le facciamo assaporare anche a chi non è avvezzo ai classici. È un modo per far avvicinare anche i più giovani alla bellezza, al romanticismo e alla poesia, che sono il fondamento di questo genere di comicità. Come nella clownerie, anche nella parte più comica c’è sempre del drammatico e della poesia, e noi cerchiamo di non perderla mai. Portiamo la cultura in maniera diversa: sciocca, irriverente, a volte demenziale, ma con l’obiettivo di far riscoprire il teatro come qualcosa di bellissimo, superando l’idea, diffusa soprattutto tra i giovani, che sia una cosa noiosa.

Cambi d’abito lampo, scambi di persona e disastri a catena: il caos sembra il vero motore dello spettacolo. Come si costruisce, in regia e nelle prove con i cinque interpreti, una macchina comica così precisa da sembrare fuori controllo? È il famoso caos organizzato. La comicità di situazione è una macchina perfetta: va preparata con minuzia, a orologeria. La difficoltà più grande è che interpreti due personaggi contemporaneamente: l’attore che mette in scena lo spettacolo e il personaggio che lo vive. Noi cerchiamo di vivere l’errore in prima persona, con tutta la sofferenza che comporta, e di mostrare come si recupera la dignità per andare avanti. Il classico _the show must go on_. Per far funzionare questo meccanismo ci vuole moltissima preparazione: bisogna essere tecnicamente perfetti.

Il pubblico diventa protagonista e la quarta parete viene abbattuta definitivamente. Quanto spazio lasciate all’imprevisto e come preparate gli attori ad accogliere le reazioni degli spettatori senza perdere il ritmo? Come insegna il teatro, l’imprevisto c’è sempre e un attore deve esserci abituato. La differenza tra un attore giovane e uno esperto sta proprio qui: ciò che accade in scena non deve mai passare inosservato. C’è un punto di fuoco che non va mai abbandonato, perché ciò che distrae te, distrae anche il pubblico. Bisogna prenderlo e gestirlo. Anche nell’interazione con il pubblico abbiamo delle misure di sicurezza: quando senti che la cosa sta prendendo una deriva, sai come riportarla sui giusti binari. Ci sono momenti in cui i binari sono molto stretti e gli attori devono andare a orologeria, e altri in cui si lascia spazio alla libera ispirazione, rispettando sempre il canovaccio.

Il vostro obiettivo dichiarato è divertire. Quale reazione vorresti vedere in chi entra pensando che Shakespeare sia troppo difficile, distante o persino noioso? Vorrei che il pubblico uscisse con il sorriso, contento e stupito da ciò che ha visto. La battuta finale, quella che vorrei sentirmi dire da chi è venuto a vederci, è: “Che bello spettacolo di ordinaria follia”.

È in quel sorriso che si riconosce il senso di “Shake It Out”: condividere il piacere del teatro, lasciando che la poesia affiori anche nel momento più assurdo. Tra precisione e imprevisto, Shakespeare diventa un compagno di gioco capace ancora di sorprenderci. E quella “ordinaria follia” evocata da Leonardo è un invito a entrare in sala con la curiosità di lasciarsi stupire.

Barbara Fabbroni
Scritto da Barbara Fabbroni