Ci sono parole che pesano.
“Rifiuto” è una di queste.
Non è solo plastica, ferraglia, scarti industriali. È ciò che scegliamo di non vedere. È ciò che lasciamo marcire fuori campo. È ciò che, lentamente, diventa paesaggio.
Con JUNK – Il futuro in discarica, l’artista trasforma il residuo in immagine, l’accumulo in simbolo, l’oggetto scartato in specchio culturale ed etico. Un progetto che attraversa la materia e la supera, interrogando il nostro tempo: cosa stiamo davvero gettando via? Solo oggetti… o parti della nostra umanità?
In questa intervista, l’artista racconta la genesi del progetto, il dialogo con l’Intelligenza Artificiale come strumento espressivo, la sua visione meta-fotografica e il ruolo dello sguardo “bambino” come possibilità di riappropriazione della realtà.

JUNK – Il futuro in discarica parla di rifiuti materiali, ma anche culturali ed etici. Quando ha sentito l’urgenza di trasformare questo tema in progetto artistico? C’è stato un momento preciso che ha acceso questa visione?
Sono convinto che l’arte debba comunicare dal basso e parlare di temi di attualità, nel mio lavoro c’è sempre la vita dell’uomo, anche se in forma astratta dunque mi sembrava un argomento molto calzante
Lei utilizza l’Intelligenza Artificiale come strumento creativo. In che modo l’AI diventa “pittura digitale” e non semplice tecnologia? Dove finisce la macchina e dove inizia lo sguardo dell’artista?
Il mio utilizzo li ha si riduce a semplice strumento tecnico che mette in pratica pensieri, sogni e profonde riflessioni. L’utilizzo dei nuovi strumenti è solo una possibilità in più dal punto di vista espressivo, ma la testa sempre quella dell’uomo
La sua ricerca si colloca nell’ambito della meta-fotografia. Cosa significa oggi superare la fotografia come registrazione del reale e trasformarla in riflessione sul linguaggio stesso dell’immagine?
Ho sempre pensato che la fotografia sia presente nello spazio e nel tempo dell’uomo basta solo saperla percepire. Intorno a noi siamo pieni di fotografie. I nuovi strumenti non fanno altro che amplificare una sensibilità che oltre a catturare l’immediato cattura l’onirico.

Nelle opere esposte convivono scenari apparentemente realistici e composizioni quasi pop, iconiche e drammatiche. Che tipo di reazione desidera suscitare nello spettatore: inquietudine, senso di colpa, consapevolezza, speranza?
Io vorrei che osservando questa mostra lo spettatore possa riflettere su come oggi quello che ci circonda nel bene e nel male si mischia con la nostra umanità. L’utilizzo della pop Art o la visione surrealista non fa altro che mostrare la profonda ironia di cui è permeato il nostro disagio.
La sua poetica mette al centro lo sguardo del “Bambino”. In un mondo saturo di immagini e artificio, cosa riesce ancora a vedere questo sguardo che noi adulti abbiamo smesso di cogliere?
A parer mio non esiste l’adulto il bambino. La visione del fanciullo è una condizione della quale dobbiamo riappropriarci basta solo essere in sintonia con la realtà.
In questa mostra il rifiuto diventa esperienza estetica. Non teme che la bellezza dell’immagine possa anestetizzare la denuncia? Oppure è proprio attraverso la seduzione visiva che si può arrivare alla coscienza critica?
A dire il vero non mi sono mai preoccupato troppo di edulcorare le mie immagini proprio perché ho sempre desiderato che loro concetto venisse fuori in modo chiaro. L’estetica di un’immagine non mitiga il profondo senso critico che l’accompagna.

Velia Littera ha costruito il percorso espositivo come un’esperienza immersiva e concettuale. Come si è sviluppato il dialogo tra artista e curatrice nella definizione dell’identità di JUNK?
Sono contento di poter affermare che la sintonia con Velia è meravigliosa. Sembra fin dall’inizio aver capito la mia poetica ed il mio desiderio espressivo. È stato tutto molto semplice abbiamo condiviso questo importante tema innanzitutto dal punto di vista spirituale per poi mettere in scena nel modo più coerente possibile.
Se dovesse immaginare una singola immagine che rappresenti il “futuro in discarica”, sarebbe una distopia irreversibile o intravede ancora uno spazio di trasformazione e responsabilità collettiva?
Al momento purtroppo sono piuttosto scettico in merito alla risoluzione seria di questo problema. A pensarci bene, l’unica immagine che al momento mi appare è quella di una nuova società che dovrà dolorosamente ricostruire sulle macerie di tutto quello che è stato già fatto.
JUNK non offre consolazioni facili.
L’artista non promette redenzioni immediate né soluzioni rassicuranti. L’immagine che evoca del “futuro in discarica” è quella di una società costretta a ricostruire sulle macerie di ciò che ha accumulato — materiali, culturali, morali.
Eppure, tra ironia pop e visioni surrealiste, resta uno spiraglio: la possibilità di tornare a guardare. Di recuperare quello sguardo fanciullo che non divide, non anestetizza, non normalizza il degrado.
Forse l’arte non salva il mondo.
Ma può impedirci di abituarci alla sua rovina.
E in questo spazio fragile tra bellezza e denuncia, tra tecnologia e pensiero umano, JUNK ci ricorda che ogni scarto racconta una scelta. E ogni scelta, ancora oggi, è responsabilità.

