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	<title>Crime Caffè Archivi - Barbara Fabbroni - Official Website</title>
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	<description>il sito web ufficiale di Barbara Fabbroni</description>
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	<title>Crime Caffè Archivi - Barbara Fabbroni - Official Website</title>
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		<title>Strage di Erba: la verità che non vuole morire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 09:01:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono casi che non finiscono mai. Nonostante le sentenze. Nonostante il tempo. Nonostante il bisogno, quasi fisiologico, di chiudere. La strage di Erba è uno di questi. Un caso che continua a respirare sotto la cenere, come un incendio che non si è mai davvero spento. E oggi, a distanza di anni, qualcuno torna a soffiare su quelle braci. Quel qualcuno è Cuno Tarfusser. Non un giornalista. Non un opinionista. Ma un magistrato. Un uomo delle istituzioni che, invece di difendere il sistema, decide di metterlo in discussione. E quando accade, non è mai un dettaglio. Nelle scorse ore, Tarfusser ha presentato un esposto. Un atto formale, sì. Ma anche profondamente simbolico. Perché non riguarda solo la revisione del processo. Riguarda chi quella revisione l’ha negata. Nel suo documento, l’ex magistrato punta il dito contro i giudici della Corte d’Appello di Brescia e della Cassazione, accusandoli di aver respinto la richiesta senza affrontare davvero le criticità emerse. Il sottotesto è chiaro. Forse troppo chiaro. E se non si fosse voluto riaprire il caso per non ammettere un errore? È una domanda scomoda. Perché quando entra nel perimetro della giustizia, non riguarda solo un processo. Riguarda la credibilità di un intero sistema. Due colpevoli. O due simboli? Da oltre vent’anni, Rosa Bazzi e Olindo Romano sono i volti della colpevolezza. Due persone trasformate, nel racconto pubblico, in una verità definitiva. Eppure, proprio su quella verità iniziano a comparire crepe. Le prove che hanno portato alla loro condanna sono tre: • le confessioni, poi ritrattate • la testimonianza dell’unico sopravvissuto • una traccia di sangue sull’auto Tre pilastri che, a guardarli oggi, sembrano meno solidi di quanto apparissero allora. C’è qualcosa di profondamente inquietante nella storia della traccia di sangue. Non tanto per ciò che rappresenta. Ma per ciò che manca. Quella traccia sarebbe stata individuata grazie al luminol, una sostanza che reagisce al sangue rendendolo visibile al buio. Ma proprio qui nasce il paradosso. La fotografia fondamentale, quella scattata al buio, non esiste. O forse esiste. O forse è stata scattata ma non è venuta. Le versioni si moltiplicano. Si contraddicono. Si annullano. E così, quella che dovrebbe essere una prova scientifica diventa un racconto incerto, quasi surreale. Tarfusser è netto: nessuno, in buona fede, può vedere ciò che viene descritto come evidente. E allora la domanda si fa inevitabile: come può una prova invisibile diventare decisiva? Poi c’è lui: Mario Frigerio. L’unico sopravvissuto. L’uomo che ha guardato in faccia l’orrore. La sua testimonianza è stata centrale. Determinante. Quasi definitiva. Eppure, all’inizio, Frigerio raccontava altro. Descriveva un aggressore diverso. Uno sconosciuto. Un uomo con caratteristiche fisiche lontane da quelle di Olindo Romano. Poi, qualcosa cambia. Dopo un colloquio con un carabiniere, il nome “Olindo” viene ripetuto più volte. E il ricordo si trasforma. È qui che la vicenda si sposta su un piano ancora più delicato: quello della psicologia della memoria. Perché la memoria non è una registrazione fedele. È una costruzione. E può essere influenzata. Soprattutto quando il cervello è fragile. Frigerio, in quei giorni, non era un testimone qualunque: • aveva subito un arresto cardiaco • presentava danni neurologici • era stato intossicato dal monossido di carbonio Condizioni che, secondo la letteratura scientifica, possono alterare profondamente la capacità di ricordare. E allora la domanda diventa più profonda. Più inquietante. Quella testimonianza è un ricordo… o una suggestione? C’è un altro elemento, forse il più destabilizzante. Alcuni audio, ritenuti fondamentali, non sarebbero mai stati ascoltati durante il processo. Non solo. Non sarebbero stati nemmeno trascritti. Né valutati. Eppure, nelle sentenze, si afferma il contrario. Come se due realtà diverse si fossero sovrapposte: • quella processuale • quella documentale E quando accade, la giustizia smette di essere un terreno solido. Diventa qualcosa di più incerto. Più fragile. Più umano. Infine, c’è il tema più delicato. Quello che riguarda non le prove, ma le persone. Tarfusser solleva dubbi anche sulla posizione del procuratore generale Guido Rispoli, sostenendo che avrebbe dovuto astenersi per evitare qualsiasi sospetto di conflitto. Perché la giustizia non è solo una questione di verità. È una questione di fiducia. E la fiducia si fonda su un principio semplice, ma assoluto: chi giudica deve essere imparziale. E deve apparirlo. Se questo viene meno, anche la sentenza più solida rischia di vacillare. La strage di Erba è stata raccontata come una storia chiusa. Un caso risolto. Un dolore archiviato. Ma forse non è così. Forse esistono verità che non accettano di essere sepolte. Che continuano a emergere, a distanza di anni, chiedendo di essere riascoltate. E allora non si tratta più di stabilire chi ha ragione. Si tratta di avere il coraggio di guardare di nuovo. Di dubitare. Di riaprire. Perché la giustizia non è infallibile. È un percorso. E ogni volta che qualcuno trova il coraggio di dire “forse abbiamo sbagliato” non sta indebolendo il sistema. Lo sta rendendo più umano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/strage-di-erba-la-verita-che-non-vuole-morire/">Strage di Erba: la verità che non vuole morire</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Ci sono casi che non finiscono mai. Nonostante le sentenze.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nonostante il tempo. Nonostante il bisogno, quasi fisiologico, di chiudere.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La strage di Erba è uno di questi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un caso che continua a respirare sotto la cenere, come un incendio che non si è mai davvero spento. E oggi, a distanza di anni, qualcuno torna a soffiare su quelle braci.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quel qualcuno è </span><span class="s2">Cuno Tarfusser</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non un giornalista. Non un opinionista. Ma un magistrato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un uomo delle istituzioni che, invece di difendere il sistema, decide di metterlo in discussione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E quando accade, non è mai un dettaglio. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nelle scorse ore, Tarfusser ha presentato un esposto. Un atto formale, sì. Ma anche profondamente simbolico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché non riguarda solo la revisione del processo. Riguarda chi quella revisione l’ha negata.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel suo documento, l’ex magistrato punta il dito contro i giudici della Corte d’Appello di Brescia e della Cassazione, accusandoli di aver respinto la richiesta senza affrontare davvero le criticità emerse.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il sottotesto è chiaro. Forse troppo chiaro. E se non si fosse voluto riaprire il caso per non ammettere un errore?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È una domanda scomoda. Perché quando entra nel perimetro della giustizia, non riguarda solo un processo. Riguarda la credibilità di un intero sistema.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Due colpevoli. O due simboli?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Da oltre vent’anni, </span><span class="s2">Rosa Bazzi</span><span class="s1"> e </span><span class="s2">Olindo Romano</span><span class="s1"> sono i volti della colpevolezza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Due persone trasformate, nel racconto pubblico, in una verità definitiva. Eppure, proprio su quella verità iniziano a comparire crepe. Le prove che hanno portato alla loro condanna sono tre:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • le confessioni, poi ritrattate</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • la testimonianza dell’unico sopravvissuto</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • una traccia di sangue sull’auto</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Tre pilastri che, a guardarli oggi, sembrano meno solidi di quanto apparissero allora.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">C’è qualcosa di profondamente inquietante nella storia della traccia di sangue. Non tanto per ciò che rappresenta. Ma per ciò che manca. Quella traccia sarebbe stata individuata grazie al luminol, una sostanza che reagisce al sangue rendendolo visibile al buio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma proprio qui nasce il paradosso. La fotografia fondamentale, quella scattata al buio, non esiste.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">O forse esiste. O forse è stata scattata ma non è venuta. Le versioni si moltiplicano. Si contraddicono. Si annullano. </span><span class="s1">E così, quella che dovrebbe essere una prova scientifica diventa un racconto incerto, quasi surreale. </span>Tarfusser è netto: nessuno, in buona fede, può vedere ciò che viene descritto come evidente.</p>
<p class="p1"><span class="s1">E allora la domanda si fa inevitabile: come può una prova invisibile diventare decisiva?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Poi c’è lui</span><span class="s2">: Mario Frigerio</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’unico sopravvissuto. </span>L’uomo che ha guardato in faccia l’orrore. La sua testimonianza è stata centrale. Determinante. Quasi definitiva. Eppure, all’inizio, Frigerio raccontava altro. Descriveva un aggressore diverso. Uno sconosciuto. Un uomo con caratteristiche fisiche lontane da quelle di Olindo Romano. Poi, qualcosa cambia. Dopo un colloquio con un carabiniere, il nome “Olindo” viene ripetuto più volte.</p>
<p class="p1"><span class="s1">E il ricordo si trasforma. È qui che la vicenda si sposta su un piano ancora più delicato: quello della psicologia della memoria. Perché la memoria non è una registrazione fedele. È una costruzione. E può essere influenzata. Soprattutto quando il cervello è fragile. Frigerio, in quei giorni, non era un testimone qualunque:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • aveva subito un arresto cardiaco</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • presentava danni neurologici</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • era stato intossicato dal monossido di carbonio</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Condizioni che, secondo la letteratura scientifica, possono alterare profondamente la capacità di ricordare. E allora la domanda diventa più profonda. </span><span class="s1">Più inquietante. </span>Quella testimonianza è un ricordo… o una suggestione?</p>
<p class="p1"><span class="s1">C’è un altro elemento, forse il più destabilizzante. Alcuni audio, ritenuti fondamentali, non sarebbero mai stati ascoltati durante il processo. Non solo. Non sarebbero stati nemmeno trascritti. Né valutati. Eppure, nelle sentenze, si afferma il contrario.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Come se due realtà diverse si fossero sovrapposte:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • quella processuale</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • quella documentale</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">E quando accade, la giustizia smette di essere un terreno solido. Diventa qualcosa di più incerto. Più fragile. Più umano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Infine, c’è il tema più delicato. Quello che riguarda non le prove, ma le persone. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tarfusser solleva dubbi anche sulla posizione del procuratore generale </span><span class="s2">Guido Rispoli</span><span class="s1">, sostenendo che avrebbe dovuto astenersi per evitare qualsiasi sospetto di conflitto. Perché la giustizia non è solo una questione di verità. È una questione di fiducia. E la fiducia si fonda su un principio semplice, ma assoluto: chi giudica deve essere imparziale. E deve apparirlo. Se questo viene meno, anche la sentenza più solida rischia di vacillare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La strage di Erba è stata raccontata come una storia chiusa. Un caso risolto. Un dolore archiviato. Ma forse non è così.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Forse esistono verità che non accettano di essere sepolte.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Che continuano a emergere, a distanza di anni, chiedendo di essere riascoltate. E allora non si tratta più di stabilire chi ha ragione. Si tratta di avere il coraggio di guardare di nuovo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Di dubitare. Di riaprire. Perché la giustizia non è infallibile. È un percorso. E ogni volta che qualcuno trova il coraggio di dire </span>“forse abbiamo sbagliato”</p>
<p class="p1"><span class="s1">non sta indebolendo il sistema. Lo sta rendendo più umano.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/strage-di-erba-la-verita-che-non-vuole-morire/">Strage di Erba: la verità che non vuole morire</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Il delitto di Garlasco: scena del crimine e DNA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 17:19:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il delitto di Garlasco continua a rappresentare uno dei casi giudiziari più complessi e dibattuti della cronaca italiana. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, ha generato negli anni un’enorme quantità di analisi investigative, perizie tecniche e ricostruzioni criminologiche spesso divergenti. Nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, il caso continua a riaccendere il dibattito pubblico, soprattutto alla luce di nuovi elementi interpretativi e della recente attenzione investigativa verso Andrea Sempio. Al centro della discussione rimane la scena del crimine: la posizione del corpo, le tracce biologiche, le impronte e, soprattutto, il DNA rinvenuto sotto le unghie della vittima. Sono elementi che negli anni sono stati interpretati in modi diversi, alimentando ipotesi alternative e nuove letture investigative. Tra le voci che negli ultimi tempi hanno contribuito al dibattito tecnico c’è quella di Davide Pollak, analista indipendente della scena del crimine, che ha pubblicato diverse ricostruzioni dettagliate sugli aspetti fisici e dinamici dell’omicidio. Le sue analisi si concentrano in particolare sulla compatibilità delle tracce biologiche e delle impronte con la dinamica dell’aggressione, proponendo una lettura alternativa rispetto a quella tradizionalmente discussa. In questa intervista Pollak espone la propria interpretazione della scena del crimine: dal significato delle tracce di DNA trovate sotto le unghie di Chiara Poggi, alla possibile spiegazione dell’impronta palmare nota come “numero 33”, fino alla controversa questione dei segni sulla maglia del pigiama della vittima. Le sue riflessioni aprono anche interrogativi più ampi sul comportamento dell’autore dell’aggressione, sul possibile uso di guanti e sulla compatibilità tra le diverse tracce presenti nella casa di Garlasco. Il confronto con queste analisi non pretende di fornire verità definitive. Al contrario, mostra quanto la lettura di una scena del crimine possa essere complessa e quanto il caso di Garlasco continui, a distanza di anni, a sollevare interrogativi investigativi, scientifici e giudiziari ancora aperti. Davide Pollak, lei ha pubblicato diverse analisi sulla scena del crimine del caso di Garlasco, l’omicidio di Chiara Poggi. Prima di entrare nei dettagli: qual è oggi la sua convinzione principale? L&#8217;osservazione approfondita della scena del crimine, al momento, mi porta a ritenere che la sua eventuale presenza nella casa di Chiara Poggi sia da collocare in una fase successiva all’omicidio, non direttamente collegata all’aggressione. Una posizione forte. Lei sostiene che il DNA di Sempio sotto le unghie della vittima possa avere una spiegazione diversa rispetto a quella accusatoria. Quale? Sì. La traccia di DNA sui margini ungueali – in particolare sul mignolo della mano destra e sul pollice della mano sinistra – potrebbe essere compatibile con un tentativo di controllare il polso della vittima. L’ipotesi è questa: Chi entra nella casa dopo l’aggressione potrebbe aver provato a tastare il polso di Chiara per capire se fosse ancora viva. Poiché il collo della vittima era intriso di sangue, i polsi erano la parte più accessibile. Nel tentativo di liberare le mani della vittima da sotto il corpo – per verificarne il battito – potrebbe essersi verificato il contatto che ha lasciato il DNA. Lei parla anche di un possibile movimento del corpo sui gradini. Esatto. Se qualcuno avesse cercato di sfilare le mani della vittima per controllare il polso, avrebbe potuto involontariamente spostare il corpo di uno o due gradini verso il basso. Questo potrebbe spiegare due elementi della scena: • il movimento del corpo • il fatto che le mani siano poi tornate sotto il corpo. È una dinamica compatibile con un tentativo di soccorso maldestro, non con un’aggressione. Ma non ho mai escluso che Sempio potrebbe essere stato al corrente di quello che era successo o addirittura, in precedenza, di quello che sarebbe accaduto o, quanto meno, che fosse in procinto di accadere; e forse persino della fascia oraria entro la quale sarebbe accaduto. E l’impronta palmare numero 33? Anche quella, nella mia ricostruzione, potrebbe essere stata lasciata uscendo dalla scena. Immagino una persona che, prima di andare via, si volta verso il corpo della vittima e appoggia la mano al muro; forse anche in preda a un malore di qualche tipo, legato alla scena particolarmente cruenta. Questo produrrebbe una impronta palmare non collegata alla violenza, ma a un momento successivo. Però sulla 33 c&#8217;è da aggiungere qualcosa di importante e lo farò più avanti. Uno dei punti più discussi riguarda le presunte impronte digitali sulla maglia del pigiama della vittima. Qui entra in gioco quello che definisco bias cognitivo collettivo. Per anni abbiamo interpretato quei segni come impronte di polpastrelli. Io fin dall&#8217;agosto scorso (come attestano diversi miei post sul social X) ritengo che siano invece segni compatibili con un pugno chiuso e guantato. Ci sono diversi elementi che mi portano a questa conclusione. Quali? 1. Allineamento delle dita Le quattro tracce sono troppo perfettamente allineate. In una mano reale il mignolo è più corto di almeno 2-3 cm rispetto al medio. 2. Assenza del pollice Se qualcuno avesse afferrato o spinto il corpo, il pollice dovrebbe essere coinvolto. 3. Larghezza delle tracce La distanza tra i segni è compatibile con una falange chiusa e, in particolare, con le nocche di un pugno chiuso di una mano sinistra; nocche che distano 73,5 mm tra quella del mignolo a quella dell&#8217;indice, distanza intesa &#8220;centro/centro&#8221;, e  NON con polpastrelli aperti di una mano intenta a effettuare una spinta o a scuotere il corpo. 4. la regolarità, uniformità e soprattutto le dimensioni pressoché puntiformi (relativamente all&#8217;area interessata dalla &#8220;spinta&#8221;) fanno pensare con ragionevole plausibilità alla presenza di un guanto sulla mano stessa. Per questo ritengo che sia più plausibile una spinta (o uno scuotimento del corpo, forse per accertarsi dello stato della vittiam) effettuata col pugno chiuso. Oltretutto, quale assassino che fino a quel momento avesse accuratamente evitato di lasciare le proprie tracce sulla SDC al punto da poi portar via con sé anche le armi, sarebbe stato così sconsiderato da farlo PROPRIO sul corpo della vittima e in maniera così evidente? CIò premesso, cosa cambierebbe nella lettura del delitto? Molto. A questo punto, però&#8230; c&#8217;è un MA, ed é grosso</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/il-delitto-di-garlasco-scena-del-crimine-e-dna/">Il delitto di Garlasco: scena del crimine e DNA</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Il delitto di Garlasco continua a rappresentare uno dei casi giudiziari più complessi e dibattuti della cronaca italiana. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, ha generato negli anni un’enorme quantità di analisi investigative, perizie tecniche e ricostruzioni criminologiche spesso divergenti. Nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, il caso continua a riaccendere il dibattito pubblico, soprattutto alla luce di nuovi elementi interpretativi e della recente attenzione investigativa verso Andrea Sempio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Al centro della discussione rimane la scena del crimine: la posizione del corpo, le tracce biologiche, le impronte e, soprattutto, il DNA rinvenuto sotto le unghie della vittima. Sono elementi che negli anni sono stati interpretati in modi diversi, alimentando ipotesi alternative e nuove letture investigative.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tra le voci che negli ultimi tempi hanno contribuito al dibattito tecnico c’è quella di Davide Pollak, analista indipendente della scena del crimine, che ha pubblicato diverse ricostruzioni dettagliate sugli aspetti fisici e dinamici dell’omicidio. Le sue analisi si concentrano in particolare sulla compatibilità delle tracce biologiche e delle impronte con la dinamica dell’aggressione, proponendo una lettura alternativa rispetto a quella tradizionalmente discussa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questa intervista Pollak espone la propria interpretazione della scena del crimine: dal significato delle tracce di DNA trovate sotto le unghie di Chiara Poggi, alla possibile spiegazione dell’impronta palmare nota come “numero 33”, fino alla controversa questione dei segni sulla maglia del pigiama della vittima.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le sue riflessioni aprono anche interrogativi più ampi sul comportamento dell’autore dell’aggressione, sul possibile uso di guanti e sulla compatibilità tra le diverse tracce presenti nella casa di Garlasco.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il confronto con queste analisi non pretende di fornire verità definitive. Al contrario, mostra quanto la lettura di una scena del crimine possa essere complessa e quanto il caso di Garlasco continui, a distanza di anni, a sollevare interrogativi investigativi, scientifici e giudiziari ancora aperti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Davide Pollak, lei ha pubblicato diverse analisi sulla scena del crimine del caso di Garlasco, l’omicidio di Chiara Poggi. Prima di entrare nei dettagli: qual è oggi la sua convinzione principale?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;osservazione approfondita della scena del crimine, al momento, mi porta a ritenere che la sua eventuale presenza nella casa di Chiara Poggi sia da collocare in una fase successiva all’omicidio, non direttamente collegata all’aggressione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una posizione forte. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Lei sostiene che il DNA di Sempio sotto le unghie della vittima possa avere una spiegazione diversa rispetto a quella accusatoria. Quale?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sì. La traccia di DNA sui margini ungueali – in particolare sul mignolo della mano destra e sul pollice della mano sinistra – potrebbe essere compatibile con un tentativo di controllare il polso della vittima.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’ipotesi è questa: Chi entra nella casa dopo l’aggressione potrebbe aver provato a tastare il polso di Chiara per capire se fosse ancora viva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Poiché il collo della vittima era intriso di sangue, i polsi erano la parte più accessibile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel tentativo di liberare le mani della vittima da sotto il corpo – per verificarne il battito – potrebbe essersi verificato il contatto che ha lasciato il DNA.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Lei parla anche di un possibile movimento del corpo sui gradini.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Esatto. Se qualcuno avesse cercato di sfilare le mani della vittima per controllare il polso, avrebbe potuto involontariamente spostare il corpo di uno o due gradini verso il basso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo potrebbe spiegare due elementi della scena:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> • il movimento del corpo</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> • il fatto che le mani siano poi tornate sotto il corpo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È una dinamica compatibile con un tentativo di soccorso maldestro, non con un’aggressione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma non ho mai escluso che Sempio potrebbe essere stato al corrente di quello che era successo o addirittura, in precedenza, di quello che sarebbe accaduto o, quanto meno, che fosse in procinto di accadere; e forse persino della fascia oraria entro la quale sarebbe accaduto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E l’impronta palmare numero 33?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Anche quella, nella mia ricostruzione, potrebbe essere stata lasciata uscendo dalla scena.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Immagino una persona che, prima di andare via, si volta verso il corpo della vittima e appoggia la mano al muro; forse anche in preda a un malore di qualche tipo, legato alla scena particolarmente cruenta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo produrrebbe una impronta palmare non collegata alla violenza, ma a un momento successivo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Però sulla 33 c&#8217;è da aggiungere qualcosa di importante e lo farò più avanti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Uno dei punti più discussi riguarda le presunte impronte digitali sulla maglia del pigiama della vittima.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Qui entra in gioco quello che definisco bias cognitivo collettivo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per anni abbiamo interpretato quei segni come impronte di polpastrelli. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Io fin dall&#8217;agosto scorso (come attestano diversi miei post sul social X) ritengo che siano invece segni compatibili con un pugno chiuso e guantato. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ci sono diversi elementi che mi portano a questa conclusione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quali?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> 1. Allineamento delle dita</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le quattro tracce sono troppo perfettamente allineate.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In una mano reale il mignolo è più corto di almeno 2-3 cm rispetto al medio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> 2. Assenza del pollice</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Se qualcuno avesse afferrato o spinto il corpo, il pollice dovrebbe essere coinvolto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> 3. Larghezza delle tracce</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La distanza tra i segni è compatibile con una falange chiusa e, in particolare, con le nocche di un pugno chiuso di una mano sinistra; nocche che distano 73,5 mm tra quella del mignolo a quella dell&#8217;indice, distanza intesa &#8220;centro/centro&#8221;, e<span class="Apple-converted-space">  </span>NON con polpastrelli aperti di una mano intenta a effettuare una spinta o a scuotere il corpo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> 4. la regolarità, uniformità e soprattutto le dimensioni pressoché puntiformi (relativamente all&#8217;area interessata dalla &#8220;spinta&#8221;) fanno pensare con ragionevole plausibilità alla presenza di un guanto sulla mano stessa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per questo ritengo che sia più plausibile una spinta (o uno scuotimento del corpo, forse per accertarsi dello stato della vittiam) effettuata col pugno chiuso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Oltretutto, quale assassino che fino a quel momento avesse accuratamente evitato di lasciare le proprie tracce sulla SDC al punto da poi portar via con sé anche le armi, sarebbe stato così sconsiderato da farlo PROPRIO sul corpo della vittima e in maniera così evidente? </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">CIò premesso, cosa cambierebbe nella lettura del delitto?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Molto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A questo punto, però&#8230; c&#8217;è un MA, ed é grosso come una casa; e torniamo all&#8217;impronta 33.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Osservandola attentamente l&#8217;impressione è che sia prodotta da una mano parzialmente protetto da un guanto, che io ritengo di poter descrivere come uno di quelli monouso in lattice (ricordo che ne viene individuato uno penzoloni da un albero davanti all&#8217;auto della vittima parcheggiata in giardino).</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dico &#8220;parzialmente&#8221; perché il palmo che ha rilasciato quella impronta è visibilmente esposto, ripetto al resto della mano (lo si evince anche da una specie di bordo scuro che delinea una sorta di frattura nella struttura stessa del guanto); lungo quel bordo potrebbe essersi accumulato del sudore che ha reso più intensa la reazione della ninidrina; dal che la colorazione più intensa. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ciò farebbe ipotizzare che anche le dita, magari non tutte, potrebbero non essere protette.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mi ero sempre chiesto come mai, indossando dei guanti, il soggetto che aveva toccato il corpo della vittima (probabilmente per scuoterlo onde accertarsi che fosse esanime) lo avesse fatto con un pugno anziché con le dita della mano e mi ero sempre dato una risposta del tipo &#8220;l&#8217;istinto di non lasciare tracce gli ha suggerito di fare così&#8221;, ma ora sono convinto che sia stato costretto proprio in virtù del fatto che le dita in quel momento erano parzialmente esposte a causa della rottura del guanto in lattice.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il che collegherebbe la persona che ha lasciato l&#8217;impronta 33 a quella impronta di pugno sulla spalla della vittima.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Lei ha anche affrontato la questione legale delle eventuali dichiarazioni rese alla Procura.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sì. Va ricordato un punto giuridico fondamentale: un indagato non ha l’obbligo di dire la verità durante un interrogatorio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo deriva dal diritto di difesa previsto dalla Costituzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A differenza dei testimoni, che rischiano il reato di falsa testimonianza o false dichiarazioni al P.M., l’indagato può anche mentire o non rispondere.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per questo lei ritiene improbabili ipotesi di querele contro chi discute queste ricostruzioni?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Io ho semplicemente espresso un’analisi tecnica della scena del crimine.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Inoltre, ho sostenuto che Sempio potrebbe non essere coinvolto nella fase omicidiaria ma solo presente in una fase successiva all&#8217;aggressione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Infine, la sua teoria sull’omicidio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Personalmente ritengo possibile che l’omicidio sia stato compiuto da due soggetti esterni alla vittima, ma almeno uno che lei conosceva benissimo e per il quale poteva anche nutrire una sorta di timore reverenziale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A mio avviso i due avevano con due fisicità completamente diverse tra loro: uno robusto, sul metro e 85\88 e 90\95 kg, l&#8217;altro mingherlino sui 60 kg e poco sotto il metro e settanta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Almeno uno dei due sicuramente conosceva a fondo la casa e le abitudini di Chiara e della famiglia; ma non basta: era anche informato e aggiornato riguardo a circostanze particolari, tra cui la basculante del garage difettosa e la presenza di led che indicano lo stato di attivazione\disattivazione dell&#8217;antifurto domestico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È una pista interpretativa che nasce dal tipo di violenza e dalla dinamica che emerge dalla scena&#8230;la quale scena suggerisce anche l&#8217;uso di sostanze assunte da almeno uno dei soggetti e che hanno avuto il loro ruolo nelle modalità particolarmente efferate dell&#8217;aggressione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma resta, naturalmente, un’ipotesi investigativa, non una verità giudiziaria.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il caso di Garlasco continua a dividere investigatori, analisti e opinione pubblica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le letture alternative della scena del crimine dimostrano quanto sia ancora complessa la ricerca di una verità definitiva sull’omicidio di Chiara Poggi.</span></p>
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		<title>I bambini del bosco: quando la giustizia entra nella foresta delle relazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 12:15:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono storie che non sono soltanto fatti di cronaca. Sono specchi in cui una società guarda se stessa e scopre quanto sia fragile il confine tra protezione e controllo, tra tutela e invasione. La vicenda dei cosiddetti “bambini del bosco” — tre figli di una coppia neorurale che aveva scelto di vivere immersa nella natura, nel cuore dell’Abruzzo — è diventata improvvisamente qualcosa di più di un caso giudiziario. È diventata un terreno di scontro politico, culturale e simbolico. Ma prima delle polemiche, prima delle dichiarazioni dei leader politici, prima delle accuse reciproche tra avvocati e magistrati, restano tre bambini. Tre bambini che nel giro di pochi mesi sono stati allontanati dal padre, poi dalla madre, e ora trasferiti nuovamente in un’altra struttura. Tre bambini che stanno vivendo quello che in psicologia dello sviluppo ha un nome preciso: sradicamento affettivo. Il trauma invisibile degli spostamenti Per un adulto, cambiare casa può essere stressante. Per un bambino, cambiare contesto affettivo può diventare un terremoto emotivo. Quando un minore viene allontanato dalla propria famiglia, anche per ragioni di tutela, si attiva una dinamica psicologica molto delicata. Il bambino entra in uno stato di insicurezza relazionale, perché perde il riferimento principale su cui ha costruito il proprio senso di stabilità. Nella psicologia dell’attaccamento, la figura genitoriale rappresenta ciò che John Bowlby definiva “base sicura”: il luogo emotivo da cui il bambino parte per esplorare il mondo e a cui torna per sentirsi protetto. Quando questa base viene meno — soprattutto in modo improvviso e ripetuto — il rischio è che il bambino sviluppi: • confusione identitaria • senso di abbandono • diffidenza verso gli adulti • difficoltà future nelle relazioni Non significa che ogni allontanamento sia sbagliato. Ci sono situazioni in cui è necessario per proteggere il minore. Ma ogni decisione di questo tipo dovrebbe essere presa con una consapevolezza fondamentale: il tempo emotivo dei bambini è diverso da quello della giustizia. Per un tribunale, quattro mesi sono una fase dell’istruttoria. Per un bambino, quattro mesi sono un pezzo enorme della propria vita. Il conflitto tra due visioni del mondo Dietro questa vicenda si muove anche un conflitto più profondo. Da una parte c’è una famiglia che ha scelto uno stile di vita radicalmente alternativo: vivere nel bosco, lontano dalle strutture tradizionali della società. Dall’altra c’è lo Stato, che ha il compito di verificare se i diritti dei minori siano garantiti. Il punto critico non è soltanto giuridico. È culturale. Quando una famiglia sceglie uno stile di vita fuori dagli schemi — neorurale, comunitario, spirituale o anticonvenzionale — la società tende a reagire con due emozioni opposte: • fascinazione • sospetto Il sospetto nasce dalla paura dell’alterità. Di ciò che non rientra nei modelli familiari dominanti. Ed è proprio in questo spazio ambiguo che spesso si insinuano conflitti tra genitori, servizi sociali e tribunali. La madre “ostile”: un’etichetta pericolosa Nell’ordinanza del tribunale, la madre viene descritta come “ostile e squalificante”, incapace di fidarsi delle istituzioni. Dal punto di vista psicologico, però, questa definizione merita una riflessione più ampia. Quando un genitore percepisce che i propri figli gli vengono sottratti ingiustamente, la reazione emotiva più frequente non è la collaborazione. È la difesa. Rabbia, sfiducia, opposizione. Non necessariamente perché il genitore sia manipolativo o disfunzionale, ma perché sta vivendo quella che in psicologia viene definita minaccia alla funzione genitoriale. Essere genitori non è solo un ruolo legale. È un’identità profonda. Quando questa identità viene messa in discussione, si attivano meccanismi emotivi estremamente intensi. Quando la politica entra nelle vite familiari Il caso è diventato rapidamente un tema politico. La premier Giorgia Meloni ha scritto sui social che “i figli non sono dello Stato”, accusando la magistratura di aver oltrepassato i propri limiti. La Lega ha chiesto un’ispezione ministeriale. Altri esponenti politici parlano di “accanimento”. Ma quando la politica entra in una vicenda familiare, il rischio è sempre lo stesso: trasformare una storia umana in un simbolo ideologico. E mentre adulti e istituzioni discutono, i bambini restano sospesi in una zona grigia. La vera domanda: cosa significa davvero “interesse del minore”? Nel diritto minorile esiste un principio cardine: il superiore interesse del minore. È una formula potente, ma anche pericolosamente ambigua. Perché ogni attore del sistema — giudici, servizi sociali, genitori, psicologi — può interpretarla in modo diverso. Protezione. Stabilità. Continuità affettiva. Sicurezza materiale. Quale di questi elementi pesa di più? E soprattutto: chi decide? La foresta delle relazioni La storia dei “bambini del bosco” non riguarda soltanto una famiglia. Riguarda una domanda molto più grande. Quanto spazio concediamo alle famiglie per essere diverse? E fino a che punto lo Stato può intervenire senza trasformare la tutela in controllo? La famiglia è, per definizione, un ecosistema fragile. Un luogo fatto di amore, errori, conflitti, tentativi. Quando la giustizia entra in questo ecosistema, dovrebbe farlo con la stessa cautela con cui si entra in una foresta. Perché ogni passo può cambiare l’equilibrio. E quando al centro di quella foresta ci sono dei bambini, la vera responsabilità non è stabilire chi ha ragione. La vera responsabilità è non lasciare cicatrici invisibili che dureranno tutta la vita.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/i-bambini-del-bosco-quando-la-giustizia-entra-nella-foresta-delle-relazioni/">I bambini del bosco: quando la giustizia entra nella foresta delle relazioni</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Ci sono storie che non sono soltanto fatti di cronaca.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Sono specchi in cui una società guarda se stessa e scopre quanto sia fragile il confine tra protezione e controllo, tra tutela e invasione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La vicenda dei cosiddetti </span><span class="s2">“bambini del bosco”</span><span class="s1"> — tre figli di una coppia neorurale che aveva scelto di vivere immersa nella natura, nel cuore dell’Abruzzo — è diventata improvvisamente qualcosa di più di un caso giudiziario. È diventata un terreno di scontro politico, culturale e simbolico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma prima delle polemiche, prima delle dichiarazioni dei leader politici, prima delle accuse reciproche tra avvocati e magistrati, restano tre bambini.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tre bambini che nel giro di pochi mesi sono stati allontanati dal padre, poi dalla madre, e ora trasferiti nuovamente in un’altra struttura.</span></p>
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<p class="p1"><span class="s1">Tre bambini che stanno vivendo quello che in psicologia dello sviluppo ha un nome preciso: sradicamento affettivo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il trauma invisibile degli spostamenti</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per un adulto, cambiare casa può essere stressante.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per un bambino, cambiare contesto affettivo può diventare un terremoto emotivo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando un minore viene allontanato dalla propria famiglia, anche per ragioni di tutela, si attiva una dinamica psicologica molto delicata. Il bambino entra in uno stato di insicurezza relazionale, perché perde il riferimento principale su cui ha costruito il proprio senso di stabilità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nella psicologia dell’attaccamento, la figura genitoriale rappresenta ciò che John Bowlby definiva “base sicura”: il luogo emotivo da cui il bambino parte per esplorare il mondo e a cui torna per sentirsi protetto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando questa base viene meno — soprattutto in modo improvviso e ripetuto — il rischio è che il bambino sviluppi:</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • confusione identitaria</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • senso di abbandono</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • diffidenza verso gli adulti</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • difficoltà future nelle relazioni</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Non significa che ogni allontanamento sia sbagliato.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Ci sono situazioni in cui è necessario per proteggere il minore.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Ma ogni decisione di questo tipo dovrebbe essere presa con una consapevolezza fondamentale: il tempo emotivo dei bambini è diverso da quello della giustizia.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Per un tribunale, quattro mesi sono una fase dell’istruttoria.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Per un bambino, quattro mesi sono un pezzo enorme della propria vita.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il conflitto tra due visioni del mondo</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dietro questa vicenda si muove anche un conflitto più profondo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Da una parte c’è una famiglia che ha scelto uno stile di vita radicalmente alternativo: vivere nel bosco, lontano dalle strutture tradizionali della società.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dall’altra c’è lo Stato, che ha il compito di verificare se i diritti dei minori siano garantiti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il punto critico non è soltanto giuridico. È culturale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando una famiglia sceglie uno stile di vita fuori dagli schemi — neorurale, comunitario, spirituale o anticonvenzionale — la società tende a reagire con due emozioni opposte:</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • fascinazione</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • sospetto</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Il sospetto nasce dalla paura dell’alterità. Di ciò che non rientra nei modelli familiari dominanti.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Ed è proprio in questo spazio ambiguo che spesso si insinuano conflitti tra genitori, servizi sociali e tribunali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La madre “ostile”: un’etichetta pericolosa</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nell’ordinanza del tribunale, la madre viene descritta come “ostile e squalificante”, incapace di fidarsi delle istituzioni.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dal punto di vista psicologico, però, questa definizione merita una riflessione più ampia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando un genitore percepisce che i propri figli gli vengono sottratti ingiustamente, la reazione emotiva più frequente non è la collaborazione. È la difesa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Rabbia, sfiducia, opposizione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non necessariamente perché il genitore sia manipolativo o disfunzionale, ma perché sta vivendo quella che in psicologia viene definita minaccia alla funzione genitoriale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Essere genitori non è solo un ruolo legale. È un’identità profonda.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando questa identità viene messa in discussione, si attivano meccanismi emotivi estremamente intensi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando la politica entra nelle vite familiari</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il caso è diventato rapidamente un tema politico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La premier Giorgia Meloni ha scritto sui social che </span><span class="s2">“i figli non sono dello Stato”</span><span class="s1">, accusando la magistratura di aver oltrepassato i propri limiti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La Lega ha chiesto un’ispezione ministeriale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Altri esponenti politici parlano di “accanimento”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma quando la politica entra in una vicenda familiare, il rischio è sempre lo stesso: trasformare una storia umana in un simbolo ideologico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E mentre adulti e istituzioni discutono, i bambini restano sospesi in una zona grigia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La vera domanda: cosa significa davvero “interesse del minore”?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel diritto minorile esiste un principio cardine: il superiore interesse del minore.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È una formula potente, ma anche pericolosamente ambigua.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché ogni attore del sistema — giudici, servizi sociali, genitori, psicologi — può interpretarla in modo diverso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Protezione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Stabilità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Continuità affettiva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sicurezza materiale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quale di questi elementi pesa di più? E soprattutto: chi decide?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La foresta delle relazioni</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La storia dei “bambini del bosco” non riguarda soltanto una famiglia. Riguarda una domanda molto più grande.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quanto spazio concediamo alle famiglie per essere diverse? E fino a che punto lo Stato può intervenire senza trasformare la tutela in controllo?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La famiglia è, per definizione, un ecosistema fragile. Un luogo fatto di amore, errori, conflitti, tentativi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando la giustizia entra in questo ecosistema, dovrebbe farlo con la stessa cautela con cui si entra in una foresta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché ogni passo può cambiare l’equilibrio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E quando al centro di quella foresta ci sono dei bambini, la vera responsabilità non è stabilire chi ha ragione. La vera responsabilità è non lasciare cicatrici invisibili che dureranno tutta la vita.</span></p>
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		<title>Addio a Claudio Sterpin, voce fragile e ostinata nel caso Resinovich</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/addio-a-claudio-sterpin-voce-fragile-e-ostinata-nel-caso-resinovich/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 08:44:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È morto a 86 anni Claudio Sterpin, classe 1939, ex maratoneta e figura divenuta pubblica suo malgrado nel caso di Liliana Resinovich. Un malore improvviso, nella serata di venerdì, e i tentativi di rianimazione si sono rivelati vani. Con lui se ne va una delle voci più presenti, discusse e umanamente esposte di una vicenda che, dal dicembre 2021, continua a interrogare coscienze e tribunali. Sterpin non era un uomo qualunque nel racconto mediatico del caso. Era “l’amico speciale” di Liliana. L’ultima persona ad averla sentita al telefono la mattina del 14 dicembre 2021, pochi minuti prima che la donna uscisse di casa a Trieste e scomparisse nel nulla. Una telefonata breve, divenuta negli anni un frammento cruciale di memoria e di narrazione. Ex atleta di lungo corso, aveva percorso – secondo quanto raccontato – oltre 200 mila chilometri nella sua carriera podistica. La maratona come metafora della sua stessa postura esistenziale: resistenza, disciplina, ostinazione. Dopo la scomparsa di Liliana, quella tenacia si era trasformata in battaglia pubblica. Sterpin aveva parlato, rilasciato interviste, sostenuto con convinzione la necessità di fare piena luce sulla morte di “Lilly”, come la chiamava. Il caso di Liliana Resinovich, scomparsa il 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel parco dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, ha attraversato fasi investigative complesse, tra ipotesi di suicidio, dubbi, perizie, riesami e nuove letture medico-legali. In questo scenario, Sterpin era diventato un testimone emotivo oltre che cronologico: l’ultimo contatto, l’ultimo scambio di parole prima del silenzio. Dal punto di vista umano, la sua figura ha rappresentato un elemento delicato. Non un indagato, non un protagonista giudiziario in senso stretto, ma una presenza costante nel racconto pubblico. Un uomo anziano che ha scelto di esporsi, pagando anche il prezzo mediatico di quella esposizione. Nelle sue dichiarazioni traspariva spesso un misto di dolore, nostalgia e senso di incompiutezza. Come se quella telefonata fosse rimasta sospesa nel tempo, congelata in un “ci sentiamo dopo” che non ha mai avuto un seguito. La sua morte chiude un capitolo umano, non investigativo. Le domande sulla morte di Liliana Resinovich restano aperte nei luoghi competenti. Ma si spegne una voce che per anni ha chiesto verità con la determinazione di chi, abituato a correre per decine di chilometri, sa che la fatica non è un ostacolo ma una condizione. Nel grande teatro della cronaca giudiziaria italiana, Claudio Sterpin è stato un personaggio involontario. Non cercava riflettori: cercava risposte. E oggi, mentre Trieste saluta uno dei suoi maratoneti più tenaci, resta l’immagine di un uomo che ha continuato a correre – simbolicamente – dietro a una verità che sentiva necessaria. La maratona della giustizia, però, è ancora in corso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">È morto a 86 anni Claudio Sterpin, classe 1939, ex maratoneta e figura divenuta pubblica suo malgrado nel caso di <a href="chatgpt://generic-entity?number=0"><span class="s3">Liliana Resinovich</span></a>. Un malore improvviso, nella serata di venerdì, e i tentativi di rianimazione si sono rivelati vani. Con lui se ne va una delle voci più presenti, discusse e umanamente esposte di una vicenda che, dal dicembre 2021, continua a interrogare coscienze e tribunali.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Sterpin non era un uomo qualunque nel racconto mediatico del caso. Era “l’amico speciale” di Liliana. L’ultima persona ad averla sentita al telefono la mattina del 14 dicembre 2021, pochi minuti prima che la donna uscisse di casa a Trieste e scomparisse nel nulla. Una telefonata breve, divenuta negli anni un frammento cruciale di memoria e di narrazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ex atleta di lungo corso, aveva percorso – secondo quanto raccontato – oltre 200 mila chilometri nella sua carriera podistica. La maratona come metafora della sua stessa postura esistenziale: resistenza, disciplina, ostinazione. Dopo la scomparsa di Liliana, quella tenacia si era trasformata in battaglia pubblica. Sterpin aveva parlato, rilasciato interviste, sostenuto con convinzione la necessità di fare piena luce sulla morte di “Lilly”, come la chiamava.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il caso di Liliana Resinovich, scomparsa il 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel parco dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, ha attraversato fasi investigative complesse, tra ipotesi di suicidio, dubbi, perizie, riesami e nuove letture medico-legali. In questo scenario, Sterpin era diventato un testimone emotivo oltre che cronologico: l’ultimo contatto, l’ultimo scambio di parole prima del silenzio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dal punto di vista umano, la sua figura ha rappresentato un elemento delicato. Non un indagato, non un protagonista giudiziario in senso stretto, ma una presenza costante nel racconto pubblico. Un uomo anziano che ha scelto di esporsi, pagando anche il prezzo mediatico di quella esposizione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nelle sue dichiarazioni traspariva spesso un misto di dolore, nostalgia e senso di incompiutezza. Come se quella telefonata fosse rimasta sospesa nel tempo, congelata in un “ci sentiamo dopo” che non ha mai avuto un seguito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sua morte chiude un capitolo umano, non investigativo. Le domande sulla morte di Liliana Resinovich restano aperte nei luoghi competenti. Ma si spegne una voce che per anni ha chiesto verità con la determinazione di chi, abituato a correre per decine di chilometri, sa che la fatica non è un ostacolo ma una condizione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel grande teatro della cronaca giudiziaria italiana, Claudio Sterpin è stato un personaggio involontario. Non cercava riflettori: cercava risposte.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E oggi, mentre Trieste saluta uno dei suoi maratoneti più tenaci, resta l’immagine di un uomo che ha continuato a correre – simbolicamente – dietro a una verità che sentiva necessaria.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La maratona della giustizia, però, è ancora in corso.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/addio-a-claudio-sterpin-voce-fragile-e-ostinata-nel-caso-resinovich/">Addio a Claudio Sterpin, voce fragile e ostinata nel caso Resinovich</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Garlasco, un nuovo processo parallelo: a giudizio l’ex legale di Sempio</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/garlasco-un-nuovo-processo-parallelo-a-giudizio-lex-legale-di-sempio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Feb 2026 15:12:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso di Garlasco torna al centro dell’attenzione giudiziaria, questa volta non per nuove imputazioni dirette sull’omicidio di Chiara Poggi, ma per un procedimento collaterale che riguarda uno dei protagonisti della vicenda processuale. La Procura di Milano ha infatti disposto il rinvio a giudizio per diffamazione aggravata dell’avvocato Massimo Lovati, ex difensore di Andrea Sempio. Secondo l’accusa, Lovati avrebbe pronunciato dichiarazioni diffamatorie nel corso di una conferenza stampa nel marzo 2025, sostenendo che le indagini a carico di Sempio fossero il frutto di una “macchinazione” attribuita allo studio legale Giarda, difensore di Alberto Stasi. In particolare, le affermazioni avrebbero coinvolto presunte manipolazioni investigative legate al prelievo del DNA, ritenute dalla Procura gravemente lesive dell’onorabilità professionale degli avvocati Fabio ed Enrico Giarda. Il processo si aprirà il 26 maggio 2026 davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Milano. Lovati sarà difeso dall’avvocato Fabrizio Gallo, mentre lo studio Giarda è assistito dall’avvocata Pia d’Andrea. Questa vicenda si inserisce in un clima giudiziario già complesso, segnato dalla riapertura delle indagini su Andrea Sempio e dall’attenzione crescente dell’opinione pubblica. Ancora una volta, il caso Garlasco dimostra come, a quasi vent’anni dai fatti, non sia soltanto un processo penale, ma un terreno fragile in cui giustizia, comunicazione e responsabilità delle parole continuano a intrecciarsi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/garlasco-un-nuovo-processo-parallelo-a-giudizio-lex-legale-di-sempio/">Garlasco, un nuovo processo parallelo: a giudizio l’ex legale di Sempio</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Il caso di Garlasco torna al centro dell’attenzione giudiziaria, questa volta non per nuove imputazioni dirette sull’omicidio di <a href="chatgpt://generic-entity?number=0"><span class="s2">Chiara Poggi</span></a>, ma per un procedimento collaterale che riguarda uno dei protagonisti della vicenda processuale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La Procura di Milano ha infatti disposto il rinvio a giudizio per diffamazione aggravata dell’avvocato <a href="chatgpt://generic-entity?number=1"><span class="s2">Massimo Lovati</span></a>, ex difensore di <a href="chatgpt://generic-entity?number=2"><span class="s2">Andrea Sempio</span></a>.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Secondo l’accusa, Lovati avrebbe pronunciato dichiarazioni diffamatorie nel corso di una conferenza stampa nel marzo 2025, sostenendo che le indagini a carico di Sempio fossero il frutto di una “macchinazione” attribuita allo studio legale Giarda, difensore di <a href="chatgpt://generic-entity?number=3"><span class="s2">Alberto Stasi</span></a>. In particolare, le affermazioni avrebbero coinvolto presunte manipolazioni investigative legate al prelievo del DNA, ritenute dalla Procura gravemente lesive dell’onorabilità professionale degli avvocati Fabio ed Enrico Giarda.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il processo si aprirà il 26 maggio 2026 davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Milano. Lovati sarà difeso dall’avvocato Fabrizio Gallo, mentre lo studio Giarda è assistito dall’avvocata Pia d’Andrea.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa vicenda si inserisce in un clima giudiziario già complesso, segnato dalla riapertura delle indagini su Andrea Sempio e dall’attenzione crescente dell’opinione pubblica. Ancora una volta, il caso Garlasco dimostra come, a quasi vent’anni dai fatti, non sia soltanto un processo penale, ma un terreno fragile in cui giustizia, comunicazione e responsabilità delle parole continuano a intrecciarsi.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/garlasco-un-nuovo-processo-parallelo-a-giudizio-lex-legale-di-sempio/">Garlasco, un nuovo processo parallelo: a giudizio l’ex legale di Sempio</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>La mente del manipolatore: come riconoscerlo a una cena di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 20:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le feste sono un palcoscenico perfetto per osservare le dinamiche psicologiche delle persone. Luci, tavole imbandite, conversazioni forzate, emozioni amplificate: dicembre crea un contesto in cui le personalità si rivelano. E tra queste, ce n’è una che diventa particolarmente evidente: il manipolatore. La manipolazione non è teatro, è strategia. È un modo di ottenere controllo, potere, attenzione o dipendenza emotiva dagli altri. E spesso, il manipolatore non appare aggressivo: appare brillante, educato, premuroso. Proprio per questo è difficile riconoscerlo. Le cene di Natale — familiari o lavorative — sono l’habitat ideale per coglierlo in azione. 1. L’ingresso scenico: il fascino calibrato Il manipolatore non entra mai in punta di piedi. Entra “nel modo giusto”. Di solito: • arriva leggermente in ritardo, così da attirare l’attenzione, • si presenta con un gesto o una frase d’effetto, • fa complimenti mirati e strategici, • individua immediatamente il centro emotivo del gruppo. Il suo fascino non è naturale: è costruito. È un fascino funzionale all’obiettivo di essere notato, accolto, legittimato. 2. Il suo radar psicologico: individua le fragilità In pochi minuti, il manipolatore: • capisce chi è più sensibile, • chi cerca approvazione, • chi è insicuro, • chi è facilmente influenzabile, • chi ha paura del conflitto. È un lettore di vulnerabilità. Un osservatore silenzioso che registra le emozioni altrui per poi usarle come leve. Durante una cena, lo vedrai parlare con tutti, ma soffermarsi su chi mostra un bisogno emotivo più evidente. Lì trova terreno fertile. 3. Le frasi tipiche del manipolatore I manipolatori usano un linguaggio ambiguo, sottile, che confonde e avvolge. A una cena natalizia, è frequente sentirli pronunciare frasi come: • “Sai, lo dico per il tuo bene…” • “Ti vedo turbata, vuoi parlarmene?” • “Ma davvero hai fatto questa scelta?” (sorriso compiacente) • “Sei troppo sensibile, stai esagerando.” • “Io capisco tutto, ma tu non puoi pretendere così tanto.” Il manipolatore costruisce una narrazione in cui appare: • comprensivo, • premuroso, • superiore emotivamente. La realtà, invece, è che sta cercando di orientare la tua percezione di te stessa. 4. La strategia del triangolo: mette gli altri uno contro l’altro Le feste sono perfette per il triangolo manipolativo: A → B → C Dove il manipolatore (A): • elogia uno (B), • critica l’altro (C), • e poi fa il contrario. Lo scopo? Creare dipendenza emotiva e destabilizzare il gruppo. Esempio classico: “Ho parlato con tua sorella, sai? Mi ha detto che sei sempre nervosa ultimamente. A me puoi dirlo, tranquilla…” Divide e governa. Soprattutto nelle famiglie già fragili. 5. L’alcol come acceleratore di verità Durante le feste, l’alcol scende e i filtri si abbassano. Il manipolatore lo sa. Non beve quasi mai troppo. Preferisce osservare chi lo fa, perché: • aumenta la vulnerabilità degli altri, • facilita la sua influenza, • riduce la capacità critica del gruppo. È nelle ultime ore della serata che tende a colpire: quando le difese emotive degli altri sono più basse. 6. La freddezza mascherata da sensibilità Una caratteristica chiave del manipolatore è la sua apparente empatia. Ma non è empatia: è mimetismo emotivo. Sa mostrare: • finto interesse, • finta tristezza, • finto entusiasmo, • finta preoccupazione. Il suo obiettivo non è entrare in relazione: è ottenere informazioni per influenzarti meglio. Se osservi con attenzione, noterai che la sua emotività è “a comando”, mai spontanea. 7. Le domande-trappola A una tavola natalizia, il manipolatore usa domande che sembrano innocue, ma non lo sono: • “Mah, che fine ha fatto il tuo compagno?” • “Hai cambiato lavoro? Come mai?” • “Ti vedo dimagrita… tutto bene?” • “Non rischi di esagerare con questa scelta?” Sono domande che: 1. mettono in imbarazzo, 2. destabilizzano, 3. creano un’immagine di te che lui può controllare, 4. ti pongono in una posizione difensiva. Il manipolatore ama quando ti giustifichi. 8. La firma psicologica: ti fa dubitare di te stessa Il manipolatore non vuole distruggerti. Vuole smontare la tua percezione. Se riesce a farti pensare: • “Forse ha ragione lui…” • “Magari sto esagerando…” • “E se fossi davvero io il problema?” …ha ottenuto quello che voleva. Il suo potere non è nella forza: è nel far vacillare la tua identità. COME DIFENDERSI, SENZA SCONTRI Non serve affrontarlo a muso duro. Serve proteggere il tuo spazio psicologico. ✔ Mantieni i confini Risposte brevi, neutre, non emotive. ✔ Non entrare nel suo teatro Non giustificarti, non spiegare troppo. ✔ Cambia argomento con eleganza Disinnesca la sua strategia. ✔ Non dare informazioni personali Più sa, più controlla. ✔ Osserva, senza reagire La manipolazione vive nel coinvolgimento emotivo. Se non ti coinvolgi, si spegne. UNA VERITÀ IMPORTANTE A una cena di Natale, il manipolatore non appare mai come il “cattivo”. Appare come il più brillante, il più attento, il più affascinante. Ma dietro quella facciata c’è un bisogno profondo di controllo. Riconoscerlo è il primo passo. Proteggersi è il secondo. Non lasciarsi guidare da lui è il terzo. Le feste sono un tempo delicato: scegli bene chi lasci entrare nei tuoi spazi emotivi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/la-mente-del-manipolatore-come-riconoscerlo-a-una-cena-di-natale/">La mente del manipolatore: come riconoscerlo a una cena di Natale</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Le feste sono un palcoscenico perfetto per osservare le dinamiche psicologiche delle persone. Luci, tavole imbandite, conversazioni forzate, emozioni amplificate: dicembre crea un contesto in cui le personalità si rivelano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E tra queste, ce n’è una che diventa particolarmente evidente: </span><span class="s2">il manipolatore</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La manipolazione non è teatro, è strategia. È un modo di ottenere controllo, potere, attenzione o dipendenza emotiva dagli altri.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E spesso, il manipolatore non appare aggressivo: appare brillante, educato, premuroso. Proprio per questo è difficile riconoscerlo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le cene di Natale — familiari o lavorative — sono l’habitat ideale per coglierlo in azione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">1. L’ingresso scenico: il fascino calibrato</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il manipolatore non entra mai in punta di piedi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Entra “nel modo giusto”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Di solito:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • arriva leggermente in ritardo, così da attirare l’attenzione,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • si presenta con un gesto o una frase d’effetto,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • fa complimenti mirati e strategici,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • individua immediatamente il centro emotivo del gruppo.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il suo fascino non è naturale: è costruito.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">È un fascino funzionale all’obiettivo di essere notato, accolto, legittimato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">2. Il suo radar psicologico: individua le fragilità</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In pochi minuti, il manipolatore:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • capisce chi è più sensibile,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • chi cerca approvazione,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • chi è insicuro,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • chi è facilmente influenzabile,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • chi ha paura del conflitto.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">È un lettore di vulnerabilità.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Un osservatore silenzioso che registra le emozioni altrui per poi usarle come leve.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Durante una cena, lo vedrai parlare con tutti, ma soffermarsi su chi mostra un bisogno emotivo più evidente.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Lì trova terreno fertile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">3. Le frasi tipiche del manipolatore</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I manipolatori usano un linguaggio ambiguo, sottile, che confonde e avvolge.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A una cena natalizia, è frequente sentirli pronunciare frasi come:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Sai, lo dico per il tuo bene…”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Ti vedo turbata, vuoi parlarmene?”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Ma davvero hai fatto questa scelta?” (sorriso compiacente)</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Sei troppo sensibile, stai esagerando.”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Io capisco tutto, ma tu non puoi pretendere così tanto.”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il manipolatore costruisce una narrazione in cui appare:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • comprensivo,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • premuroso,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • superiore emotivamente.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">La realtà, invece, è che sta cercando di orientare la tua percezione di te stessa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">4. La strategia del triangolo: mette gli altri uno contro l’altro</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le feste sono perfette per il triangolo manipolativo:</span><span class="s2"> A → B → C</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dove il manipolatore (A):</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • elogia uno (B),</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • critica l’altro (C),</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • e poi fa il contrario.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Lo scopo?</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Creare dipendenza emotiva e destabilizzare il gruppo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Esempio classico:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Ho parlato con tua sorella, sai? Mi ha detto che sei sempre nervosa ultimamente. A me puoi dirlo, tranquilla…”</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Divide e governa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Soprattutto nelle famiglie già fragili.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">5. L’alcol come acceleratore di verità</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Durante le feste, l’alcol scende e i filtri si abbassano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il manipolatore lo sa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non beve quasi mai troppo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Preferisce osservare chi lo fa, perché:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • aumenta la vulnerabilità degli altri,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • facilita la sua influenza,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • riduce la capacità critica del gruppo.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">È nelle ultime ore della serata che tende a colpire:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">quando le difese emotive degli altri sono più basse.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">6. La freddezza mascherata da sensibilità</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una caratteristica chiave del manipolatore è la sua apparente empatia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma non è empatia: è </span><span class="s2">mimetismo emotivo</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sa mostrare:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • finto interesse,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • finta tristezza,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • finto entusiasmo,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • finta preoccupazione.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il suo obiettivo non è entrare in relazione:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">è </span><span class="s2">ottenere informazioni</span><span class="s1"> per influenzarti meglio.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Se osservi con attenzione, noterai che la sua emotività è “a comando”, mai spontanea.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">7. Le domande-trappola</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A una tavola natalizia, il manipolatore usa domande che sembrano innocue, ma non lo sono:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Mah, che fine ha fatto il tuo compagno?”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Hai cambiato lavoro? Come mai?”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Ti vedo dimagrita… tutto bene?”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Non rischi di esagerare con questa scelta?”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Sono domande che:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 1. mettono in imbarazzo,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 2. destabilizzano,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 3. creano un’immagine di te che lui può controllare,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 4. ti pongono in una posizione difensiva.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il manipolatore ama quando ti giustifichi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">8. La firma psicologica: ti fa dubitare di te stessa</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il manipolatore non vuole distruggerti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Vuole </span><span class="s2">smontare la tua percezione</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Se riesce a farti pensare:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Forse ha ragione lui…”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “Magari sto esagerando…”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • “E se fossi davvero io il problema?”</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">…ha ottenuto quello che voleva.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il suo potere non è nella forza:</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">è nel far vacillare la tua identità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">COME DIFENDERSI, SENZA SCONTRI</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non serve affrontarlo a muso duro.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Serve proteggere il tuo spazio psicologico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">✔</span><span class="s2"> Mantieni i confini</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Risposte brevi, neutre, non emotive.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">✔</span><span class="s2"> Non entrare nel suo teatro</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non giustificarti, non spiegare troppo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">✔</span><span class="s2"> Cambia argomento con eleganza</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Disinnesca la sua strategia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">✔</span><span class="s2"> Non dare informazioni personali</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Più sa, più controlla.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">✔</span><span class="s2"> Osserva, senza reagire</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La manipolazione vive nel coinvolgimento emotivo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Se non ti coinvolgi, si spegne.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">UNA VERITÀ IMPORTANTE</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A una cena di Natale, il manipolatore non appare mai come il “cattivo”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Appare come il più brillante, il più attento, il più affascinante.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma dietro quella facciata c’è un bisogno profondo di controllo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Riconoscerlo è il primo passo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Proteggersi è il secondo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non lasciarsi guidare da lui è il terzo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le feste sono un tempo delicato: </span>scegli bene chi lasci entrare nei tuoi spazi emotivi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/la-mente-del-manipolatore-come-riconoscerlo-a-una-cena-di-natale/">La mente del manipolatore: come riconoscerlo a una cena di Natale</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>La voce dell’innocenza scambiata per colpevolezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Dec 2025 13:54:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La telefonata di Alberto Stasi al 118 tra scienza del trauma, linguistica forense e bias interpretativi Ci sono telefonate che diventano processi Non perché contengano una confessione, ma perché vengono caricate, nel tempo, di aspettative, proiezioni, bias cognitivi. Nessuna chiamata di emergenza può dimostrare l’innocenza o la colpevolezza di un soggetto. Ma può essere usata impropriamente per costruire colpevolezza laddove la scienza invita alla sospensione del giudizio. La chiamata di Alberto Stasi al 118, nel caso Garlasco, è una di queste. Una manciata di secondi sono stati analizzati per anni, e ancora oggi purtroppo, come se la verità potesse essere ascoltata invece che dimostrata. Eppure, se si sposta lo sguardo — se si abbandona l’idea che l’innocenza debba avere una voce “perfetta”; se si applicano davvero, e non ideologicamente, gli studi scientifici sulle chiamate di emergenza — quella telefonata non parla di colpa. Parla, semmai, di un’innocenza disorganizzata, spaventata, cognitiva prima che emotiva. Un’innocenza che non sa come si chiede aiuto quando il mondo è appena crollato. La premessa necessaria Cosa dice davvero la scienza sulle chiamate di emergenza? Negli Stati Uniti, a partire dagli anni Duemila, numerosi studi hanno analizzato le 911 homicide calls, cercando di individuare differenze tra chiamanti innocenti e colpevoli. Ma la letteratura più recente — quella più rigorosa — è arrivata a una conclusione netta: non esiste una “voce dell’innocenza” standard. E non esiste una “voce della colpa” riconoscibile con certezza. Le chiamate di emergenza non sono test psicologici. Sono atti comunicativi sotto stress estremo, influenzati da: • shock acuto • freezing emotivo • personalità cognitive • educazione emotiva • paura dell’errore • timore di “fare danni” • e, soprattutto, dal bisogno di capire prima di agire. Molti studi mostrano che gli innocenti non sempre urlano, non sempre piangono, non sempre sanno cosa dire. Alcuni diventano iper-razionali, altri confusi, altri ancora appaiono “freddi”. Questo non è colpa. È neurobiologia dello stress. Garlasco: una telefonata diventata simbolo Nel caso Garlasco, la telefonata di Alberto Stasi al 118 è stata spesso descritta come “strana”, “distaccata”, “difensiva”. Ma questa lettura parte da un presupposto implicito e scorretto: che l’innocenza debba manifestarsi in modo emotivamente coerente con le aspettative di chi ascolta. Si tratta di un errore cognitivo noto: il bias della rappresentatività. Ci aspettiamo che il dolore suoni in un certo modo. Quando non lo fa, sospettiamo. Analisi parola per parola Una telefonata di innocenza cognitiva «Mi serve un’ambulanza» Non dice: “mandate un’ambulanza subito”. Non dice: “aiutatela”. Non urla. Dice: “mi serve un’ambulanza”. È una frase semplice, funzionale, quasi burocratica. Ed è proprio qui che emerge il primo dato chiave: Stasi parla come chi è orientato al problema, non come chi sta costruendo una storia. Non c’è teatralità. Non c’è seduzione emotiva. C’è una richiesta concreta, povera, spoglia. Questa non è una voce che recita. È una voce che non sa come si recita il dolore. L’indirizzo, l’incertezza, il civico sbagliato L’errore sul numero civico è stato uno degli elementi più strumentalizzati. Ma gli studi sul trauma mostrano che sotto stress acuto la memoria spaziale è una delle prime a frammentarsi, soprattutto quando: • si passa rapidamente da un contesto noto a uno sconvolgente; • si attivano compiti nuovi (chiamare, spiegare, localizzare). Stasi non insiste sul numero. Non lo difende. Dice: “non ne sono sicuro”. Questa frase non è una strategia. È l’opposto: è rinuncia al controllo. Chi costruisce un alibi tende a irrigidirsi sulle informazioni chiave. Chi è in difficoltà cognitiva ammette l’incertezza. «Credo che abbiano ucciso una persona… forse è viva» Qui la critica si è fatta feroce. Ma è qui che la lettura cambia radicalmente. Questa frase non è ambigua per difesa. È ambigua perché la mente non ha ancora integrato l’irreversibilità. Trauma significa questo: vedere qualcosa di intollerabile e non riuscire subito a nominarlo. “Una persona” non è distanza emotiva. È anestesia linguistica: il linguaggio minimo che la psiche utilizza quando il nome è troppo. E l’oscillazione tra “uccisa” e “forse è viva” è tipica di chi spera contro ogni evidenza, non di chi conosce già l’esito. Come sottolinea van der Kolk (2014): “Il trauma non viene immagazzinato come una narrazione, ma come frammenti di sensazione, percezione e azione”. Pretendere coerenza narrativa immediata non è scienza. È proiezione. «Sono andato dai carabinieri» Questa frase è stata spesso letta come “difensiva”. Ma esiste una lettura psicologicamente molto più solida: Stasi si affida all’autorità perché non sa cosa fare. Nel panico: • alcune persone urlano, • altre scappano, • altre cercano una figura normativa che dica loro cosa è giusto. Andare dai carabinieri, dirlo all’operatrice, non è strategia. È bisogno di delega. Come scrive Herman (1997): “Le persone innocenti, sottoposte a uno stress travolgente, cercano spesso nell’autorità istituzionale un agente di regolazione”. Il colpevole evita. L’innocente cerca ordine. «È la mia fidanzata» Il legame affettivo emerge tardi. Non perché sia inesistente, ma perché nominarlo rende il trauma reale. La dissociazione affettiva è una risposta adattiva, non una menzogna. Dire “la mia fidanzata” significa far crollare l’ultimo argine. E infatti arriva solo quando la comunicazione non può più restare tecnica. Una telefonata senza costruzione narrativa Ciò che colpisce davvero, osservando questa chiamata, è ciò che manca: • non c’è un alibi esplicito; • non c’è una linea temporale costruita; • non c’è una giustificazione dei movimenti; • non c’è un tentativo di apparire “bravo”, “collaborativo”, “commosso”. È una telefonata scomposta, irregolare, poco efficace persino. Ed è proprio questa inefficacia a raccontare l’innocenza. Come nota Vrij (2008): “L’inganno è cognitivamente impegnativo e spesso si traduce in un’eccessiva strutturazione del discorso”. Qui, invece, il discorso si sfalda. Cosa questa telefonata NON è: • una confessione mascherata; • una narrazione costruita; • un tentativo di controllo dell’interlocutore; • un alibi performativo. Manca tutto ciò che la ricerca associa alle chiamate staged(inscenate): • coerenza narrativa; • eccesso di dettagli; • gestione attiva dell’immagine di sé. La telefonata di Alberto Stasi non racconta un delitto. Racconta una mente travolta, non addestrata, non strategica. Racconta l’innocenza nel suo aspetto più scomodo: quello</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/la-voce-dellinnocenza-scambiata-per-colpevolezza/">La voce dell’innocenza scambiata per colpevolezza</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><em><span class="s1">La telefonata di Alberto Stasi al 118 tra scienza del trauma, linguistica forense e bias interpretativi</span></em></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Ci sono telefonate che diventano processi</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non perché contengano una confessione, ma perché vengono caricate, nel tempo, di aspettative, proiezioni, bias cognitivi. Nessuna chiamata di emergenza può dimostrare l’innocenza o la colpevolezza di un soggetto. Ma può essere usata impropriamente per costruire colpevolezza laddove la scienza invita alla sospensione del giudizio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La chiamata di Alberto Stasi al 118, nel caso Garlasco, è una di queste.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una manciata di secondi sono stati analizzati per anni, e ancora oggi purtroppo, come se la verità potesse essere </span><span class="s2">ascoltata</span><span class="s1"> invece che dimostrata.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eppure, se si sposta lo sguardo — </span>se si abbandona l’idea che l’innocenza debba avere una voce “perfetta”; se si applicano davvero, e non ideologicamente, gli studi scientifici sulle chiamate di emergenza — quella telefonata non parla di colpa.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Parla, semmai, di un’innocenza disorganizzata, spaventata, cognitiva prima che emotiva. </span>Un’innocenza che non sa come si chiede aiuto quando il mondo è appena crollato.</p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">La premessa necessaria</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Cosa dice davvero la scienza sulle chiamate di emergenza?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Negli Stati Uniti, a partire dagli anni Duemila, numerosi studi hanno analizzato le </span><span class="s2">911 homicide calls</span><span class="s1">, cercando di individuare differenze tra chiamanti innocenti e colpevoli.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma la letteratura più recente — quella più rigorosa — è arrivata a una conclusione netta: non esiste una “voce dell’innocenza” standard. E non esiste una “voce della colpa” riconoscibile con certezza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le chiamate di emergenza non sono test psicologici. Sono atti comunicativi sotto stress estremo, influenzati da:</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • shock acuto</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • freezing emotivo</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • personalità cognitive</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • educazione emotiva</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • paura dell’errore</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • timore di “fare danni”</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • e, soprattutto, dal bisogno di capire prima di agire.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Molti studi mostrano che gli innocenti non sempre urlano, non sempre piangono, non sempre sanno cosa dire. Alcuni diventano iper-razionali, altri confusi, altri ancora appaiono “freddi”. </span><span class="s1">Questo non è colpa. </span>È neurobiologia dello stress.</p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Garlasco: una telefonata diventata simbolo</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel caso Garlasco, la telefonata di Alberto Stasi al 118 è stata spesso descritta come “strana”, “distaccata”, “difensiva”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma questa lettura parte da un presupposto implicito e scorretto: che l’innocenza debba manifestarsi in modo emotivamente coerente con le aspettative di chi ascolta. Si tratta di un errore cognitivo noto: il bias della rappresentatività. Ci aspettiamo che il dolore </span><span class="s2">suoni</span><span class="s1"> in un certo modo. Quando non lo fa, sospettiamo.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Analisi parola per parola</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una telefonata di innocenza cognitiva</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">«Mi serve un’ambulanza»</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non dice: “mandate un’ambulanza subito”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non dice: “aiutatela”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non urla.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dice: “mi serve un’ambulanza”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È una frase semplice, funzionale, quasi burocratica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ed è proprio qui che emerge il primo dato chiave: Stasi parla come chi è orientato al problema, non come chi sta costruendo una storia. </span>Non c’è teatralità. Non c’è seduzione emotiva. C’è una richiesta concreta, povera, spoglia.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa non è una voce che recita. </span>È una voce che non sa come si recita il dolore.</p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">L’indirizzo, l’incertezza, il civico sbagliato</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’errore sul numero civico è stato uno degli elementi più strumentalizzati. </span>Ma gli studi sul trauma mostrano che sotto stress acuto la memoria spaziale è una delle prime a frammentarsi, soprattutto quando:</p>
<p class="p3"><span class="s1"> • si passa rapidamente da un contesto noto a uno sconvolgente;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • si attivano compiti nuovi (chiamare, spiegare, localizzare).</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Stasi non insiste sul numero.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Non lo difende.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Dice: </span><span class="s2">“non ne sono sicuro”</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Questa frase non è una strategia. È l’opposto: è rinuncia al controllo.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Chi costruisce un alibi tende a irrigidirsi sulle informazioni chiave. Chi è in difficoltà cognitiva ammette l’incertezza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">«Credo che abbiano ucciso una persona… forse è viva»</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Qui la critica si è fatta feroce.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma è qui che la lettura cambia radicalmente.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa frase non è ambigua per difesa. È ambigua perché la mente non ha ancora integrato l’irreversibilità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Trauma significa questo: </span>vedere qualcosa di intollerabile e non riuscire subito a nominarlo.</p>
<p class="p1"><span class="s1">“Una persona” non è distanza emotiva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È anestesia linguistica: il linguaggio minimo che la psiche utilizza quando il nome è troppo. </span>E l’oscillazione tra “uccisa” e “forse è viva” è tipica di chi spera contro ogni evidenza, non di chi conosce già l’esito.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Come sottolinea van der Kolk (2014):</span></p>
<p class="p5"><span class="s2">“Il trauma non viene immagazzinato come una narrazione, ma come frammenti di sensazione, percezione e azione”.</span></p>
<p class="p5"><span class="s1">Pretendere coerenza narrativa immediata non è scienza. </span>È proiezione.</p>
<p class="p1"><span class="s1">«Sono andato dai carabinieri»</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa frase è stata spesso letta come “difensiva”.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma esiste una lettura psicologicamente molto più solida: Stasi si affida all’autorità perché non sa cosa fare.</span></p>
<p class="p5"><span class="s1">Nel panico:</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • alcune persone urlano,</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • altre scappano,</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • altre cercano una figura normativa che dica loro cosa è giusto.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Andare dai carabinieri, dirlo all’operatrice, non è strategia.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">È bisogno di delega.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Come scrive Herman (1997):</span></p>
<p class="p5"><span class="s2">“Le persone innocenti, sottoposte a uno stress travolgente, cercano spesso nell’autorità istituzionale un agente di regolazione”.</span></p>
<p class="p5"><span class="s1">Il colpevole evita. L’innocente cerca ordine.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">«È la mia fidanzata»</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il legame affettivo emerge tardi. </span>Non perché sia inesistente, ma perché nominarlo rende il trauma reale. La dissociazione affettiva è una risposta adattiva, non una menzogna.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Dire “la mia fidanzata” significa far crollare l’ultimo argine. </span>E infatti arriva solo quando la comunicazione non può più restare tecnica.</p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Una telefonata senza costruzione narrativa</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ciò che colpisce davvero, osservando questa chiamata, è ciò che manca:</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • non c’è un alibi esplicito;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • non c’è una linea temporale costruita;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • non c’è una giustificazione dei movimenti;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • non c’è un tentativo di apparire “bravo”, “collaborativo”, “commosso”.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">È una telefonata scomposta, irregolare, poco efficace persino. Ed è proprio questa inefficacia a raccontare l’innocenza.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Come nota Vrij (2008):</span></p>
<p class="p5"><span class="s2">“L’inganno è cognitivamente impegnativo e spesso si traduce in un’eccessiva strutturazione del discorso”.</span></p>
<p class="p5"><span class="s1">Qui, invece, il discorso si sfalda.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Cosa questa telefonata NON è:</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • una confessione mascherata;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • una narrazione costruita;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • un tentativo di controllo dell’interlocutore;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • un alibi performativo.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Manca tutto ciò che la ricerca associa alle chiamate </span><span class="s2">staged</span><span class="s1">(inscenate):</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • coerenza narrativa;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • eccesso di dettagli;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • gestione attiva dell’immagine di sé.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La telefonata di Alberto Stasi non racconta un delitto. Racconta una mente travolta, non addestrata, non strategica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Racconta l’innocenza nel suo aspetto più scomodo: </span>quello che non consola, non convince, non rassicura.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel tempo, l’imperfezione emotiva è stata scambiata per colpa. </span>Ma la scienza ci dice che è spesso il contrario.</p>
<p class="p1"><span class="s1">E forse, se avessimo ascoltato quella voce con meno aspettative e più conoscenza, oggi racconteremmo una storia diversa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La telefonata di Alberto Stasi non racconta un crimine. Racconta l’incapacità di una persona innocente di trovare le parole giuste quando la realtà è diventata improvvisamente insopportabile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><br />
<strong>Riferimenti bibliografici essenziali (APA)</strong></span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Harpster, S. H. (2009). </span><span class="s2">Analyzing 911 homicide calls for indicators of guilt or innocence</span><span class="s1">. Homicide Studies, 13(1), 69–93.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Burns, J., &amp; Moffitt, K. (2014). </span><span class="s2">Automated deception detection in 911 homicide calls</span><span class="s1">. IEEE Transactions on Affective Computing.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Markey, P. et al. (2022). </span><span class="s2">Deception cues in emergency calls</span><span class="s1">. Journal of Police and Criminal Psychology.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Van der Kolk, B. (2014). </span><span class="s2">The Body Keeps the Score</span><span class="s1">. Viking.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Herman, J. (1997). </span><span class="s2">Trauma and Recovery</span><span class="s1">. Basic Books.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • LeDoux, J. (2015). </span><span class="s2">Anxious</span><span class="s1">. Viking.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Vrij, A. (2008). </span><span class="s2">Detecting Lies and Deceit</span><span class="s1">. Wiley.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Salerno, J. (2023). </span><span class="s2">Bias in interpreting emergency calls</span><span class="s1">. Psychology, Public Policy, and Law.</span></p>
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			</item>
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		<title>Perché a dicembre aumentano alcuni reati</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/perche-a-dicembre-aumentano-alcuni-reati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Dec 2025 20:07:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dicembre è il mese delle luci, delle attese, delle corse frenetiche, dei bilanci e delle emozioni amplificate. Ma è anche un periodo in cui la criminologia osserva un fenomeno costante e ricorrente: un aumento specifico di alcuni reati. Non si tratta di superstizione né di coincidenze: è un dato supportato da analisi sociologiche, psicologiche e comportamentali. Il mese delle feste è infatti un laboratorio perfetto per comprendere come stress, aspettative, pressioni sociali e vulnerabilità emotive possano agire come detonatori nascosti. In questo articolo esploriamo il perché, e cosa accade nella mente delle persone quando la società si prepara al Natale. 1. FURTI E RAPINE: IL LATO OSCURO DEL CONSUMO Dicembre è il mese dei regali, dei centri commerciali affollati, delle spese extra. Questo produce due effetti criminologici: Aumento di opportunità • auto cariche di acquisti, • pacchi lasciati in vista, • case temporaneamente vuote, • portafogli e borse meno vigilati. L’occasione criminogena cresce e chi vive in situazioni di disagio economico può essere spinto dallo stress finanziario. Aumento della pressione sociale Il bombardamento mediatico legato al “dover comprare”, “dover spendere”, “dover essere all’altezza” genera dissonanza tra ciò che si può e ciò che si pensa di dover dimostrare. È qui che nasce la tensione criminogena: quando il desiderio sociale supera le possibilità reali, alcuni individui adottano scorciatoie illegali. 2. TRUFFE: IL MESE PIÙ PERICOLOSO PER I PIÙ FRAGILI Gli anziani, le persone sole, chi vive in condizioni di vulnerabilità economica diventano bersagli privilegiati. A dicembre proliferano: • truffe porta a porta, • finti operatori, • frodi online legate agli acquisti, • sottrazioni di denaro con scuse “natalizie”. Psicologicamente, questo accade perché la difesa critica si abbassa: il clima festivo aumenta la fiducia, mentre la solitudine amplifica il bisogno di contatto. Il truffatore agisce proprio lì: nello spazio dove emozione e ingenuità si incontrano. 3. VIOLENZA DOMESTICA: LA FESTA CHE DIVENTA TRAPPOLA Uno dei dati più dolorosi e meno discussi è questo: durante le festività aumentano i casi di violenza domestica. Perché? Aumento del tempo forzato insieme Coppie e famiglie in conflitto si ritrovano chiuse nella stessa casa più a lungo del solito. La tensione sale, i problemi nascosti emergono. Alcol e disinibizione Le festività incrementano il consumo di alcol, che abbassa i freni inibitori e amplifica reazioni impulsive. Aspettative irrealistiche L’idea che “dobbiamo essere felici” crea una pressione che esplode in chi non è emotivamente regolato. Controllo e gelosia I partner violenti vivono le feste come un’occasione di monitoraggio totale. Ogni contatto esterno o scelta autonoma può scatenare escalation. La criminologia ci ricorda che la violenza domestica non nasce a dicembre, ma a dicembre diventa più visibile e più intensa. 4. GUIDA IN STATO DI EBBREZZA E INCIDENTI Durante le feste aumentano: • cene aziendali, • incontri familiari, • aperitivi, • brindisi multipli. Una cultura che normalizza l’alcol come strumento di socialità porta a sottovalutare i rischi. La diminuzione del controllo cognitivo e motorio è il principale fattore criminologico e vittimologico legato agli incidenti stradali. Gli effetti sono spesso devastanti: vite spezzate per un gesto evitabile. 5. AGGRESSIVITÀ E COMPORTAMENTI IMPULSIVI: IL PARADOSSO DELLA FESTA Dicembre è un mese di sovrastimolazione: • rumore, • folla, • spese, • agenda piena, • obblighi familiari, • pressione emotiva. La mente va in sovraccarico. E quando la soglia di tolleranza si abbassa, l’impulsività aumenta. È il cosiddetto Christmas Stress Trigger: una miscela esplosiva di stanchezza, irritazione, senso di frustrazione e aspettative disattese. Così, anche persone generalmente calme possono reagire in modo aggressivo a stimoli minimi. IL FILO ROSSO CHE UNISCE TUTTI QUESTI REATI La criminologia osserva che a dicembre aumenta tutto ciò che è già in tensione: • le fragilità economiche, • le fragilità emotive, • le tensioni familiari, • le dipendenze, • la rabbia inespressa, • il bisogno di riconoscimento, • la solitudine. Dicembre amplifica le ombre e moltiplica i rischi. Ma ci offre anche uno strumento prezioso: consapevolezza. Solo riconoscendo i fattori criminogeni possiamo prevenirli. COME PROTEGGERSI: 5 STRATEGIE DI PREVENZIONE 1. Ridurre i comportamenti a rischio: niente oggetti di valore in vista, attenzione online, evitare orari isolati. 2. Stabilire confini familiari chiari: proteggere la propria salute emotiva è prevenzione. 3. Limitare l’alcol: il vero pericolo è la sottovalutazione. 4. Riconoscere segnali di tensione relazionale: ciò che esplode a Natale era già acceso. 5. Sostenere chi è vulnerabile: anziani, donne, adolescenti. L’ascolto è prevenzione. DICEMBRE NON È SOLO LUCE: È UN MOMENTO IN CUI IMPARARE A VEDERE Il mese delle feste ci ricorda che le emozioni, come i comportamenti, sono più intense. Ed è proprio in questo periodo che la criminologia può diventare uno strumento per comprendere e proteggere, non solo per analizzare. La sicurezza, come la salute emotiva, nasce dalla consapevolezza. E dicembre può diventare il mese in cui impariamo a guardare con occhi più attenti, più profondi, più veri.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/perche-a-dicembre-aumentano-alcuni-reati/">Perché a dicembre aumentano alcuni reati</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Dicembre è il mese delle luci, delle attese, delle corse frenetiche, dei bilanci e delle emozioni amplificate. Ma è anche un periodo in cui la criminologia osserva un fenomeno costante e ricorrente: </span><span class="s2">un aumento specifico di alcuni reati</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non si tratta di superstizione né di coincidenze: è un dato supportato da analisi sociologiche, psicologiche e comportamentali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il mese delle feste è infatti un laboratorio perfetto per comprendere come </span><span class="s2">stress, aspettative, pressioni sociali e vulnerabilità emotive</span><span class="s1"> possano agire come detonatori nascosti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo articolo esploriamo il perché, e cosa accade nella mente delle persone quando la società si prepara al Natale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">1. FURTI E RAPINE: IL LATO OSCURO DEL CONSUMO</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dicembre è il mese dei regali, dei centri commerciali affollati, delle spese extra.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo produce due effetti criminologici:</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Aumento di opportunità</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • auto cariche di acquisti,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • pacchi lasciati in vista,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • case temporaneamente vuote,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • portafogli e borse meno vigilati.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">L’occasione criminogena cresce e chi vive in situazioni di disagio economico può essere spinto dallo stress finanziario.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Aumento della pressione sociale</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il bombardamento mediatico legato al “dover comprare”, “dover spendere”, “dover essere all’altezza” genera dissonanza tra ciò che si può e ciò che si pensa di dover dimostrare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È qui che nasce la tensione criminogena:</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">quando il desiderio sociale supera le possibilità reali, alcuni individui adottano scorciatoie illegali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">2. TRUFFE: IL MESE PIÙ PERICOLOSO PER I PIÙ FRAGILI</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Gli anziani, le persone sole, chi vive in condizioni di vulnerabilità economica diventano bersagli privilegiati.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A dicembre proliferano:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • truffe porta a porta,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • finti operatori,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • frodi online legate agli acquisti,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • sottrazioni di denaro con scuse “natalizie”.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Psicologicamente, questo accade perché </span><span class="s2">la difesa critica si abbassa</span><span class="s1">: il clima festivo aumenta la fiducia, mentre la solitudine amplifica il bisogno di contatto.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il truffatore agisce proprio lì: nello spazio dove emozione e ingenuità si incontrano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">3. VIOLENZA DOMESTICA: LA FESTA CHE DIVENTA TRAPPOLA</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Uno dei dati più dolorosi e meno discussi è questo:</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">durante le festività aumentano i casi di violenza domestica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché?</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Aumento del tempo forzato insieme</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Coppie e famiglie in conflitto si ritrovano chiuse nella stessa casa più a lungo del solito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La tensione sale, i problemi nascosti emergono.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Alcol e disinibizione</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le festività incrementano il consumo di alcol, che abbassa i freni inibitori e amplifica reazioni impulsive.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Aspettative irrealistiche</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’idea che “dobbiamo essere felici” crea una pressione che esplode in chi non è emotivamente regolato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Controllo e gelosia</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I partner violenti vivono le feste come un’occasione di monitoraggio totale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ogni contatto esterno o scelta autonoma può scatenare escalation.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La criminologia ci ricorda che </span><span class="s2">la violenza domestica non nasce a dicembre</span><span class="s1">, ma a dicembre diventa più visibile e più intensa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">4. GUIDA IN STATO DI EBBREZZA E INCIDENTI</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Durante le feste aumentano:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • cene aziendali,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • incontri familiari,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • aperitivi,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • brindisi multipli.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Una cultura che normalizza l’alcol come strumento di socialità porta a sottovalutare i rischi.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">La diminuzione del controllo cognitivo e motorio è il principale fattore criminologico e vittimologico legato agli incidenti stradali.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Gli effetti sono spesso devastanti: vite spezzate per un gesto evitabile.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">5. AGGRESSIVITÀ E COMPORTAMENTI IMPULSIVI: IL PARADOSSO DELLA FESTA</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dicembre è un mese di sovrastimolazione:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • rumore,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • folla,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • spese,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • agenda piena,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • obblighi familiari,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • pressione emotiva.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">La mente va in sovraccarico.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">E quando la soglia di tolleranza si abbassa, l’impulsività aumenta.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">È il cosiddetto </span><span class="s2">Christmas Stress Trigger</span><span class="s1">:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">una miscela esplosiva di stanchezza, irritazione, senso di frustrazione e aspettative disattese.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Così, anche persone generalmente calme possono reagire in modo aggressivo a stimoli minimi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">IL FILO ROSSO CHE UNISCE TUTTI QUESTI REATI</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La criminologia osserva che a dicembre aumenta tutto ciò che è già in tensione:</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • le fragilità economiche,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • le fragilità emotive,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • le tensioni familiari,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • le dipendenze,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • la rabbia inespressa,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • il bisogno di riconoscimento,</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> • la solitudine.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Dicembre amplifica le ombre e moltiplica i rischi.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Ma ci offre anche uno strumento prezioso: </span><span class="s2">consapevolezza</span><span class="s1">.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Solo riconoscendo i fattori criminogeni possiamo prevenirli.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">COME PROTEGGERSI: 5 STRATEGIE DI PREVENZIONE</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 1. </span><span class="s2">Ridurre i comportamenti a rischio</span><span class="s1">: niente oggetti di valore in vista, attenzione online, evitare orari isolati.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 2. </span><span class="s2">Stabilire confini familiari chiari</span><span class="s1">: proteggere la propria salute emotiva è prevenzione.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 3. </span><span class="s2">Limitare l’alcol</span><span class="s1">: il vero pericolo è la sottovalutazione.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 4. </span><span class="s2">Riconoscere segnali di tensione relazionale</span><span class="s1">: ciò che esplode a Natale era già acceso.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> 5. </span><span class="s2">Sostenere chi è vulnerabile</span><span class="s1">: anziani, donne, adolescenti. L’ascolto è prevenzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">DICEMBRE NON È SOLO LUCE: È UN MOMENTO IN CUI IMPARARE A VEDERE</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il mese delle feste ci ricorda che le emozioni, come i comportamenti, sono più intense.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ed è proprio in questo periodo che la criminologia può diventare uno strumento per </span><span class="s2">comprendere e proteggere</span><span class="s1">, non solo per analizzare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sicurezza, come la salute emotiva, nasce dalla consapevolezza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E dicembre può diventare il mese in cui impariamo a guardare con occhi più attenti, più profondi, più veri.</span></p>
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		<title>GARLASCO, IL DNA NELLE UNGHIE: L’INDIZIO CHE CAMBIA LA STORIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2025 11:40:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono casi che sembrano dormire, immobili sotto il peso degli anni, come se il tempo avesse posato sopra di loro una coltre pesante di silenzio. E poi, all’improvviso, basta una traccia — una minuscola fibra genetica, un frammento di storia rimasto sotto un’unghia — perché tutto ricominci a respirare. Il delitto di Garlasco è così: un cuore giudiziario che da diciotto anni batte piano, ma non ha mai smesso di pulsare. E ora, con la nuova perizia genetica firmata dalla biologa forense Denise Albani, quel battito accelera. Per la prima volta, nero su bianco, un documento ufficiale afferma che il DNA rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi è compatibile con la linea paterna di Andrea Sempio. Il DNA sembra aprire una via lineare: ciò che la scienza vede e ciò che la logica ricostruisce sembra portare verso ciò che la Procura sta sostenendo nella sua indagine. La perizia Albani è un documento complesso, 94 pagine di analisi tecnica, numeri, probabilità, aplotipi, rigore metodologico. Eppure, al centro di quel labirinto scientifico c’è un messaggio sorprendentemente semplice: • tutti i soggetti maschili esaminati sono esclusi come contributori delle tracce sotto le unghie, • tranne Sempio e gli uomini della sua stessa linea paterna. Una compatibilità totale: 12 loci su 12 in una traccia, 10 su 10 nell’altra. E poi i numeri, quelli che pesano più delle parole: • la presenza di Sempio è fino a 2153 volte più probabile rispetto a quella di due maschi sconosciuti; • nella seconda traccia, la probabilità rimane fino a 51 volte più alta. Sono rapporti che non urlano una colpa, una responsabilità, ma costruiscono una direzione. Una direzione precisa. Il limite della genetica Y: l’ambiguità che diventa chiarezza nel contesto La Albani è impeccabile nel ricordare ciò che la scienza non può e non deve promettere: il cromosoma Y non identifica un individuo. È un tratto ereditario, un filo che passa identico da padre in figlio, e da figlio al nipote. È un codice che non distingue Andrea da suo padre, né da un eventuale fratello, né da un cugino maschio della stessa famiglia. È la zona grigia della genetica. Una zona in cui il singolo scompare e rimane il ceppo, il clan, la linea paterna. Ma è proprio qui che entra in scena la logica investigativa, e la nebbia si dirada. Perché sotto le unghie di Chiara, quella mattina del 13 agosto 2007, non ci poteva essere il padre di Sempio, né un cugino, né un lontano parente. Non erano lì. Non c’erano ragioni per esserci. Non ci sono testimonianze, tracce, contesti che possano collocarli nella villetta di via Pascoli. Quel DNA può essere di molti, in teoria. Ma nella realtà concreta dell’indagine, sembrerebbe indicare e lasciar ipotizzare una sola via: colui che la Procura ha ricollocato nella scena del crimine. Quando gli indizi si guardano negli occhi e parlano la stessa lingua Il valore di questo DNA non è nella sua forza assoluta. È nella sovrapposizione perfetta con ciò che gli investigatori hanno ricostruito negli ultimi mesi, con quello che potrà emergere dalla BPA, dalla perizia della Professoressa Cristina Cattaneo e dalla valutazione del Racis oltre che le indagini tradizionali. Il DNA, da solo, è un indizio. Le incongruenze, da sole, sono ombre. Ma quando un indizio scientifico e un indizio logico si sovrappongono, il quadro cambia natura. Diventa più solido. Più leggibile. Più difficile da smontare. Un indizio può essere fragile. Un contesto, mai. È vero: la scienza non consegna una certezza individuale. La genetica Y non firma né una confessione né una certezza di responsabilità. Ma la giustizia non si fonda solo sul DNA: si fonda sull’insieme degli elementi, sulla loro coerenza, sul loro incastro possibile o impossibile. Si basa anche sulle indagini tradizionali di cui ancora non conosciamo nulla. Questo è il momento in cui un caso comincia a parlare Il delitto di Garlasco è sempre stato una storia piena di silenzi: silenzi di chi non ricorda, silenzi di chi non vede, silenzi della scienza che, per anni, non aveva trovato un varco. Oggi quel varco esiste. La perizia Albani non pronuncia un verdetto — non potrebbe. Ma si inserisce nel fascicolo con il peso di un indizio significativo, univoco nel contesto, e soprattutto convergente rispetto alle risultanze tradizionali. In un processo, ciò che conta non è la parte, ma il tutto. E il tutto, oggi, racconta una storia che sembra finalmente trovare una direzione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Ci sono casi che sembrano dormire, immobili sotto il peso degli anni, come se il tempo avesse posato sopra di loro una coltre pesante di silenzio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E poi, all’improvviso, basta una traccia — una minuscola fibra genetica, un frammento di storia rimasto sotto un’unghia — perché tutto ricominci a respirare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il delitto di Garlasco è così: un cuore giudiziario che da diciotto anni batte piano, ma non ha mai smesso di pulsare. E ora, con la nuova perizia genetica firmata dalla biologa forense Denise Albani, quel battito accelera.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per la prima volta, nero su bianco, un documento ufficiale afferma che il DNA rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi è compatibile con la linea paterna di Andrea Sempio. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il DNA sembra aprire una via lineare: ciò che la scienza vede e ciò che la logica ricostruisce sembra portare verso ciò che la Procura sta sostenendo nella sua indagine.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La perizia Albani è un documento complesso, 94 pagine di analisi tecnica, numeri, probabilità, aplotipi, rigore metodologico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eppure, al centro di quel labirinto scientifico c’è un messaggio sorprendentemente semplice:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> • tutti i soggetti maschili esaminati sono esclusi come contributori delle tracce sotto le unghie,</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> • tranne Sempio e gli uomini della sua stessa linea paterna.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una compatibilità totale:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">12 loci su 12 in una traccia,</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">10 su 10 nell’altra.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E poi i numeri, quelli che pesano più delle parole:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> • la presenza di Sempio è fino a 2153 volte più probabile rispetto a quella di due maschi sconosciuti;</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"> • nella seconda traccia, la probabilità rimane fino a 51 volte più alta.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sono rapporti che non urlano una colpa, una responsabilità, ma costruiscono una direzione. Una direzione precisa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il limite della genetica Y: l’ambiguità che diventa chiarezza nel contesto</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La Albani è impeccabile nel ricordare ciò che la scienza non può e non deve promettere:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">il cromosoma Y non identifica un individuo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È un tratto ereditario, un filo che passa identico da padre in figlio, e da figlio al nipote.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È un codice che non distingue Andrea da suo padre, né da un eventuale fratello, né da un cugino maschio della stessa famiglia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È la zona grigia della genetica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Una zona in cui il singolo scompare e rimane il ceppo, il clan, la linea paterna. Ma è proprio qui che entra in scena la logica investigativa, e la nebbia si dirada.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché sotto le unghie di Chiara, quella mattina del 13 agosto 2007, non ci poteva essere il padre di Sempio, né un cugino, né un lontano parente.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non erano lì. Non c’erano ragioni per esserci. Non ci sono testimonianze, tracce, contesti che possano collocarli nella villetta di via Pascoli.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quel DNA può essere di molti, in teoria. Ma nella realtà concreta dell’indagine, sembrerebbe indicare e lasciar ipotizzare una sola via: colui che la Procura ha ricollocato nella scena del crimine.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando gli indizi si guardano negli occhi e parlano la stessa lingua</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il valore di questo DNA non è nella sua forza assoluta. È nella sovrapposizione perfetta con ciò che gli investigatori hanno ricostruito negli ultimi mesi, con quello che potrà emergere dalla BPA, dalla perizia della Professoressa Cristina Cattaneo e dalla valutazione del Racis oltre che le indagini tradizionali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il DNA, da solo, è un indizio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le incongruenze, da sole, sono ombre. Ma quando un indizio scientifico e un indizio logico si sovrappongono, il quadro cambia natura. Diventa più solido. Più leggibile. Più difficile da smontare. Un indizio può essere fragile. Un contesto, mai.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È vero: la scienza non consegna una certezza individuale. La genetica Y non firma né una confessione né una certezza di responsabilità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma la giustizia non si fonda solo sul DNA: si fonda sull’insieme degli elementi, sulla loro coerenza, sul loro incastro possibile o impossibile. Si basa anche sulle indagini tradizionali di cui ancora non conosciamo nulla. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo è il momento in cui un caso comincia a parlare</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il delitto di Garlasco è sempre stato una storia piena di silenzi: silenzi di chi non ricorda, silenzi di chi non vede, silenzi della scienza che, per anni, non aveva trovato un varco.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Oggi quel varco esiste.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La perizia Albani non pronuncia un verdetto — non potrebbe.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma si inserisce nel fascicolo con il peso di un indizio significativo, univoco nel contesto, e soprattutto convergente rispetto alle risultanze tradizionali.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In un processo, ciò che conta non è la parte, ma il tutto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E il tutto, oggi, racconta una storia che sembra finalmente trovare una direzione.</span></p>
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		<title>Delitto di Garlasco, depositata la nuova perizia sul Dna: attesa alta sul futuro dell’indagine</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/delitto-di-garlasco-depositata-la-nuova-perizia-sul-dna-attesa-alta-sul-futuro-dellindagine/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 15:16:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Crime Caffè]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un tassello delicato, forse decisivo, entra ufficialmente nel mosaico del delitto di Garlasco. È stata, infatti, depositata la perizia genetica relativa alle tracce di Dna ritrovate sotto le unghie di Chiara Poggi, la giovane uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli. L’avviso è arrivato alle parti tramite una semplice email: un messaggio formale che, tuttavia, porta con sé il peso di un documento potenzialmente in grado di ridefinire la direzione delle nuove indagini. La relazione è stata redatta dalla genetista Denise Albani, nominata perita dal gip di Pavia Daniela Garlaschelli, nell’ambito dell’incidente probatorio che vede al centro Andrea Sempio, oggi 37 anni, amico di famiglia dei Poggi e iscritto nel registro degli indagati per l’omicidio. La traccia di Dna e l’ipotesi investigativa Per la Procura di Pavia quella traccia, recuperata sotto le unghie della vittima, rimane un punto chiave: un frammento genetico ritenuto attribuibile ad Andrea Sempio. Negli ultimi giorni, alcune indiscrezioni avevano anticipato che il profilo isolato rimanderebbe a una figura maschile riconducibile alla linea familiare dei Sempio. Un gruppo ristretto di persone: padre, zii, cugini. Tra queste persone, però, solo uno avrebbe avuto accesso alla casa di Chiara, almeno secondo quanto finora ricostruito: proprio Andrea Sempio. Un dettaglio che, se confermato integralmente dalla perizia, potrebbe orientare la procura verso una scelta netta: valutare, forse, una richiesta di rinvio a giudizio per l’uomo, riaprendo di fatto uno dei casi più controversi della cronaca italiana. Un caso che non smette di cambiare volto Sul delitto di Garlasco c’è già una condanna definitiva. Nel 2015 la Corte di Cassazione ha chiuso il processo nei confronti di Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima, confermando la pena a 16 anni. La riapertura dell’inchiesta su Sempio, avvenuta dopo nuovi approfondimenti e confronti genetici, ha però rimesso in movimento una vicenda che sembrava congelata da un decennio. Per ora, il contenuto completo della perizia Albani non è stato divulgato. Le parti potranno leggerlo e valutarlo nelle prossime ore. E sarà solo allora che si potrà comprendere il reale impatto di questo documento: se consoliderà la pista investigativa sull’attuale indagato o se, al contrario, aprirà scenari ancora imprevisti. Nel frattempo, resta una certezza: il caso di Garlasco continua a interrogare, dividere e riaffiorare, come se quella mattina d’agosto del 2007 non fosse mai davvero finita.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Un tassello delicato, forse decisivo, entra ufficialmente nel mosaico del delitto di Garlasco. È stata, infatti, depositata la perizia genetica relativa alle tracce di Dna ritrovate sotto le unghie di Chiara Poggi, la giovane uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L’avviso è arrivato alle parti tramite una semplice email: un messaggio formale che, tuttavia, porta con sé il peso di un documento potenzialmente in grado di ridefinire la direzione delle nuove indagini.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La relazione è stata redatta dalla genetista Denise Albani, nominata perita dal gip di Pavia Daniela Garlaschelli, nell’ambito dell’incidente probatorio che vede al centro Andrea Sempio, oggi 37 anni, amico di famiglia dei Poggi e iscritto nel registro degli indagati per l’omicidio.</span></p>
<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-10365" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0726.jpeg" alt="" width="1221" height="833" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0726.jpeg 1221w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0726-300x205.jpeg 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0726-1024x699.jpeg 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/12/IMG_0726-770x525.jpeg 770w" sizes="(max-width: 1221px) 100vw, 1221px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">La traccia di Dna e l’ipotesi investigativa</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per la Procura di Pavia quella traccia, recuperata sotto le unghie della vittima, rimane un punto chiave: un frammento genetico ritenuto attribuibile ad Andrea Sempio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Negli ultimi giorni, alcune indiscrezioni avevano anticipato che il profilo isolato rimanderebbe a una figura maschile riconducibile alla linea familiare dei Sempio. Un gruppo ristretto di persone: padre, zii, cugini.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tra queste persone, però, solo uno avrebbe avuto accesso alla casa di Chiara, almeno secondo quanto finora ricostruito: proprio Andrea Sempio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un dettaglio che, se confermato integralmente dalla perizia, potrebbe orientare la procura verso una scelta netta: valutare, forse, una richiesta di rinvio a giudizio per l’uomo, riaprendo di fatto uno dei casi più controversi della cronaca italiana.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s1">Un caso che non smette di cambiare volto</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Sul delitto di Garlasco c’è già una condanna definitiva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel 2015 la Corte di Cassazione ha chiuso il processo nei confronti di Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima, confermando la pena a 16 anni.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La riapertura dell’inchiesta su Sempio, avvenuta dopo nuovi approfondimenti e confronti genetici, ha però rimesso in movimento una vicenda che sembrava congelata da un decennio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per ora, il contenuto completo della perizia Albani non è stato divulgato. Le parti potranno leggerlo e valutarlo nelle prossime ore.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E sarà solo allora che si potrà comprendere il reale impatto di questo documento: se consoliderà la pista investigativa sull’attuale indagato o se, al contrario, aprirà scenari ancora imprevisti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nel frattempo, resta una certezza: il caso di Garlasco continua a interrogare, dividere e riaffiorare, come se quella mattina d’agosto del 2007 non fosse mai davvero finita.</span></p>
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