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	<title>Riflettori sulle Celebrità Archivi - Barbara Fabbroni - Official Website</title>
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	<description>il sito web ufficiale di Barbara Fabbroni</description>
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	<title>Riflettori sulle Celebrità Archivi - Barbara Fabbroni - Official Website</title>
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		<title>Extrait, Eau de Parfum, Eau de Toilette: la differenza che cambia tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Bovi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2026 12:07:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è solo una questione di intensità. Dietro le sigle che leggiamo sul flacone si nasconde un mondo fatto di equilibrio, struttura e visione creativa. Capire la differenza significa scegliere con consapevolezza e non farsi condizionare da un semplice numero. Davanti a uno scaffale di profumi, la scena si ripete spesso: “Questo è più concentrato, quindi durerà di più.” È una convinzione diffusa, quasi automatica. Ma la realtà è molto diversa e complessa. Le diciture Extrait, Eau de Parfum ed Eau de Toilette indicano sì una diversa concentrazione di oli essenziali, ma ridurre tutto a una percentuale significa perdere il cuore del discorso. Un profumo non è solo una formula più o meno intensa: è una costruzione olfattiva pensata per esprimersi in un determinato modo. L’Extrait de Parfum è la forma più ricca e concentrata. Avvolgente, profondo, spesso più intimo che esplosivo. Non sempre grida la sua presenza, non vuole osare ma farsi ricordare nel tempo e accompagnarti per tutta la giornata come un ombra costante. Spesso negli extrait troviamo materie prime molto forti come l’oud, l’ambra e l’incenso poichè sono coloro che tendono a svanire meno velocemente. Si parla di un 20/30 % di oli essenziali fino ad arrivare a più del 40 % L’Eau de Parfum rappresenta l’equilibrio. Ha struttura, persistenza, ma anche versatilità. È spesso la forma più diffusa nella profumeria artistica perché permette alla composizione di esprimersi in modo completo, mantenendo eleganza e portabilità quotidiana. Oggi in realtà un eau de parfum ha spesso una concentrazione di oli essenziali simile ad un extrait poichè abbiamo spesso richiesta di profumi da scia e duraturi tanto da aumentare sempre di più il dosaggio di oli essenziali. Circa 15/20 % di oli essenziali, in alcuni casi anche 25/30 %. L’Eau de Toilette, invece, può sorprendere. Più luminosa, più ariosa, spesso più fresca nell’apertura. Non è una versione “più debole”, ma una lettura diversa della stessa idea. Talvolta mette in risalto note che nelle concentrazioni superiori restano più nascoste. Ad oggi probabilmente il meno diffuso, molte persone lo “snobbano” per la paura di una breve durata. Note spesso utilizzate negli eau de toilette sono fresche,agrumate e fiorite, le quali tendono ad avere una minor durata su pelle. Tra il 5 ed il 15 % di oli essenziali. Ed è qui che la profumeria artistica fa la differenza. Non si limita ad aumentare o diminuire la quantità di essenza. Ribilancia la formula. Modifica proporzioni. Cambia accenti. È come ascoltare la stessa composizione musicale suonata da strumenti diversi: il tema resta, ma l’emozione cambia. Spesso troviamo un singolo profumo, nato per esempio in eau de parfum, nella sua versione extrait de parfum. Un esempio che ad oggi sta spopolando nel mondo sono gli extrait de parfum di Amouage, dove il più basso per concentrazione ha il 40 % di oli essenziali ed il più alto addirittura il 56 %. Dal punto di vista commerciale, questo aspetto è fondamentale. Vendere una concentrazione più alta non significa automaticamente offrire qualcosa di “migliore”. Significa proporre un’esperienza diversa. E spiegare questa differenza crea fiducia. Il cliente capisce che non si sta suggerendo il prodotto più costoso, ma quello più coerente con la sua personalità e il suo stile di vita. C’è chi desidera una presenza avvolgente e persistente per la sera. Chi preferisce una scia discreta per il lavoro. Chi ama rinnovare il gesto più volte al giorno, vivendo il profumo come un rituale. Non esiste una scelta giusta in assoluto. Esiste la scelta giusta per il momento. Capire la differenza tra Extrait, Eau de Parfum ed Eau de Toilette significa entrare nel linguaggio della profumeria. Significa superare l’idea che “più è forte, meglio è” e iniziare a chiedersi: come voglio essere percepito? Quanto voglio che il mio profumo mi accompagni? Voglio che preceda il mio ingresso o che si scopra solo avvicinandosi? Collegandomi a ciò che ho detto prima riguardo Amouage voglio fare un esempio pratico. Prendiamo Guidance e la sua versione in extrait de parfum Guidance 46, a primo impatto si direbbe che il 46 ci travolge come un onda di un mare in tempesta ma in realtà la sua versione in eau de parfum è più diretta mentre l’extrait ci avvolge come un ombra cremosa che non ci lascia per almeno 10-12 ore. Questo per dire che non è una gara di durata di un profumo ma deve essere un piacere indossarlo, anche se non mi accompagna per un giorno intero , ed è per questo che è molto importante la consulenza in profumeria per farci aiutare nella scelta migliore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/extrait-eau-de-parfum-eau-de-toilette-la-differenza-che-cambia-tutto/">Extrait, Eau de Parfum, Eau de Toilette: la differenza che cambia tutto</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em>Non è solo una questione di intensità. Dietro le sigle che leggiamo sul flacone si nasconde un mondo fatto di equilibrio, struttura e visione creativa. Capire la differenza significa scegliere con consapevolezza e non farsi condizionare da un semplice numero.</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Davanti a uno scaffale di profumi, la scena si ripete spesso: “Questo è più concentrato, quindi durerà di più.” È una convinzione diffusa, quasi automatica. Ma la realtà è molto diversa e complessa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Le diciture Extrait, Eau de Parfum ed Eau de Toilette indicano sì una diversa concentrazione di oli essenziali, ma ridurre tutto a una percentuale significa perdere il cuore del discorso. Un profumo non è solo una formula più o meno intensa: è una costruzione olfattiva pensata per esprimersi in un determinato modo.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10645" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-articolo-5.png" alt="" width="1536" height="1024" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-articolo-5.png 1536w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-articolo-5-300x200.png 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-articolo-5-1024x683.png 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2026/02/foto-articolo-5-770x513.png 770w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p style="font-weight: 400;">L’Extrait de Parfum è la forma più ricca e concentrata. Avvolgente, profondo, spesso più intimo che esplosivo. Non sempre grida la sua presenza, non vuole osare ma farsi ricordare nel tempo e accompagnarti per tutta la giornata come un ombra costante. Spesso negli extrait troviamo materie prime molto forti come l’oud, l’ambra e l’incenso poichè sono coloro che tendono a svanire meno velocemente. Si parla di un 20/30 % di oli essenziali fino ad arrivare a più del 40 %</p>
<p style="font-weight: 400;">L’Eau de Parfum rappresenta l’equilibrio. Ha struttura, persistenza, ma anche versatilità. È spesso la forma più diffusa nella profumeria artistica perché permette alla composizione di esprimersi in modo completo, mantenendo eleganza e portabilità quotidiana. Oggi in realtà un eau de parfum ha spesso una concentrazione di oli essenziali simile ad un extrait poichè abbiamo spesso richiesta di profumi da scia e duraturi tanto da aumentare sempre di più il dosaggio di oli essenziali. Circa 15/20 % di oli essenziali, in alcuni casi anche 25/30 %.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’Eau de Toilette, invece, può sorprendere. Più luminosa, più ariosa, spesso più fresca nell’apertura. Non è una versione “più debole”, ma una lettura diversa della stessa idea. Talvolta mette in risalto note che nelle concentrazioni superiori restano più nascoste. Ad oggi probabilmente il meno diffuso, molte persone lo “snobbano” per la paura di una breve durata. Note spesso utilizzate negli eau de toilette sono fresche,agrumate e fiorite, le quali tendono ad avere una minor durata su pelle. Tra il 5 ed il 15 % di oli essenziali.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ed è qui che la profumeria artistica fa la differenza. Non si limita ad aumentare o diminuire la quantità di essenza. Ribilancia la formula. Modifica proporzioni. Cambia accenti. È come ascoltare la stessa composizione musicale suonata da strumenti diversi: il tema resta, ma l’emozione cambia. Spesso troviamo un singolo profumo, nato per esempio in eau de parfum, nella sua versione extrait de parfum. Un esempio che ad oggi sta spopolando nel mondo sono gli extrait de parfum di Amouage, dove il più basso per concentrazione ha il 40 % di oli essenziali ed il più alto addirittura il 56 %.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dal punto di vista commerciale, questo aspetto è fondamentale. Vendere una concentrazione più alta non significa automaticamente offrire qualcosa di “migliore”. Significa proporre un’esperienza diversa. E spiegare questa differenza crea fiducia. Il cliente capisce che non si sta suggerendo il prodotto più costoso, ma quello più coerente con la sua personalità e il suo stile di vita.</p>
<p style="font-weight: 400;">C’è chi desidera una presenza avvolgente e persistente per la sera. Chi preferisce una scia discreta per il lavoro. Chi ama rinnovare il gesto più volte al giorno, vivendo il profumo come un rituale. Non esiste una scelta giusta in assoluto. Esiste la scelta giusta per il momento.</p>
<p style="font-weight: 400;">Capire la differenza tra Extrait, Eau de Parfum ed Eau de Toilette significa entrare nel linguaggio della profumeria. Significa superare l’idea che “più è forte, meglio è” e iniziare a chiedersi: come voglio essere percepito? Quanto voglio che il mio profumo mi accompagni? Voglio che preceda il mio ingresso o che si scopra solo avvicinandosi?</p>
<p style="font-weight: 400;">Collegandomi a ciò che ho detto prima riguardo Amouage voglio fare un esempio pratico. Prendiamo Guidance e la sua versione in extrait de parfum Guidance 46, a primo impatto si direbbe che il 46 ci travolge come un onda di un mare in tempesta ma in realtà la sua versione in eau de parfum è più diretta mentre l’extrait ci avvolge come un ombra cremosa che non ci lascia per almeno 10-12 ore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo per dire che non è una gara di durata di un profumo ma deve essere un piacere indossarlo, anche se non mi accompagna per un giorno intero , ed è per questo che è molto importante la consulenza in profumeria per farci aiutare nella scelta migliore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/extrait-eau-de-parfum-eau-de-toilette-la-differenza-che-cambia-tutto/">Extrait, Eau de Parfum, Eau de Toilette: la differenza che cambia tutto</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Se ne va Ornella Vanoni: l’ultimo inchino della donna che non ha mai avuto paura della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 08:17:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ornella Vanoni se n’è andata a 91 anni, nella sua casa, così come aveva sempre immaginato: in silenzio, senza proclami, senza clamore. La definivano “la cantante della mala”, ma lei è stata molto di più. Una donna magnetica, ironica, insofferente alla retorica e alle pose. Una voce ruvida e insieme morbida che, per oltre mezzo secolo, ha raccontato l’amore, la vita, le crepe dell’anima, trasformandosi in una delle presenze più riconoscibili e sincere del nostro panorama artistico. La sua scomparsa lascia un vuoto enorme. Non solo nella musica italiana, ma in un immaginario collettivo che aveva trovato in lei un punto di riferimento: la capacità di essere fragile e fortissima allo stesso tempo, malinconica e spavalda, elegante e tagliente. Una donna che, fino all’ultimo, ha saputo farci sorridere di lei e con lei. Una vita che non ha mai conosciuto la noia Ornella aveva paura della noia più che della morte. Lo ripeteva spesso, con quel tono disincantato che era diventato la sua firma. Temendo di diventare “una vecchia che si annoia”, scherzava sul suo stesso tempo che passava, anche se di monotono nella sua vita non c’è stato mai niente. Nata a Milano nel 1934, cresciuta in un’Italia ferita dalla guerra, aveva imparato presto che sopravvivere non è solo una questione di fortuna, ma di carattere. E il carattere, lei, lo aveva eccome. Così come quel velo di malinconia che non l’ha mai abbandonata, frutto anche di una ferita malcurata durante i bombardamenti, una cicatrice sul collo che l’aveva resa insicura del corpo ma mai invisibile. Strehler, Paoli, e gli amori che l’hanno formata e ferita Il primo grande amore della vita artistica e personale di Ornella è stato Giorgio Strehler. Fu lui a convincerla che la sua voce non era un caso ma un destino. A intravedere nella sua timidezza un talento feroce. A volerla sul palco a cantare ballate nere, stornelli della mala, confessioni metropolitane di donne tormentate. Strehler fu il maestro, l’amante, il grimaldello che le aprì la porta del teatro e della musica. Un rapporto intenso, a tratti sbilanciato, che Ornella ricorderà sempre con gratitudine e disagio, perché lui era genio e ossessione, passione e ferita. Poi arrivò Gino Paoli, l’altro grande amore, quello impossibile, quello proibito. Una relazione costruita su canzoni indimenticabili, su sguardi che non potevano appartenere a nessun altro, su un desiderio che non trovava mai pace. “Forse l’ho amato così tanto perché sapevo di non poterne avere davvero”, aveva detto una volta. È stata una storia vissuta tra segretezza e scandalo, tra dolcezza e rabbia, tra dipendenza e distanza. Ma senza quella storia, forse, non avremmo avuto alcune delle pagine più struggenti della musica italiana. Un carattere difficile? No, un carattere vero Ornella era così: intensa, difficile, autoironica, senza filtri. Non aveva mai paura di dire di no, né di dire quello che pensava. Le attribuivano antipatie celebri e rivalità inesistenti. Lei sdrammatizzava. Con Mina, per esempio, non c’è mai stata competizione: “Eravamo diverse. Ed è stato un bene: due uguali non servivano”. Con Patty Pravo, un legame di follia, stima e libertà. Con Lucio Dalla, una delle amicizie più profonde, basata su un rispetto reciproco che è raro perfino tra colleghi. E poi i racconti di vita, le battute fulminanti, quell’umorismo a volte cupo, a volte irresistibile, che negli ultimi anni l’aveva trasformata in un’icona anche per i più giovani, che l’avevano scoperta sui social quasi più che nelle canzoni. Una carriera che ha lasciato tracce indelebili Molti la ricordano per un solo brano, un solo momento, un solo successo. Ma la verità è che Ornella Vanoni ha attraversato sette decenni di musica, reinventandosi ogni volta. Tra i suoi brani più iconici: • L’appuntamento, diventato un classico mondiale, inserito anche in colonne sonore internazionali; • Una ragione di più, graffiante e struggente, forse il suo simbolo emotivo; • Senza fine, che porta l’eco della storia d’amore con Paoli; • Io ti darò di più, • Eternità, • Imparare ad amarsi, che ha segnato una delle sue rinascite più recenti. Ma più delle canzoni, rimarrà la sua voce: un graffio elegante, una carezza ruvida, un’emozione che non copiava nessuno. Tra leggerezza e profondità: l’eredità di una donna irripetibile Negli ultimi anni, molti avevano iniziato a guardarla come a un personaggio eccentrico, quasi caricaturale. Lei lo sapeva e fingendo di stare al gioco, in realtà lo smontava: “Aspettano che dica una parolaccia, ma non sanno che la parolaccia è l’ultimo dei miei talenti”. Dietro le risate, però, c’era un pensiero profondo sulla vita, sul tempo, sull’amore, sulla morte. A chi le chiedeva cosa immaginasse oltre la fine, rispondeva con quella ironia poetica che le era propria: “Forse diventeremo luce. Magari una lampadina a LED, almeno consumiamo poco”. Forse oggi Ornella è davvero una piccola luce da qualche parte. Un bagliore che non abbaglia ma scalda Un faro irregolare, vibrante, malinconico, come la sua voce. E chissà che quel senso di leggerezza che sapeva regalarci — anche quando dentro portava tempeste — non resti con noi per sempre.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/se-ne-va-ornella-vanoni-lultimo-inchino-della-donna-che-non-ha-mai-avuto-paura-della-vita/">Se ne va Ornella Vanoni: l’ultimo inchino della donna che non ha mai avuto paura della vita</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Ornella Vanoni se n’è andata a 91 anni, nella sua casa, così come aveva sempre immaginato: in silenzio, senza proclami, senza clamore. La definivano “la cantante della mala”, ma lei è stata molto di più. Una donna magnetica, ironica, insofferente alla retorica e alle pose. Una voce ruvida e insieme morbida che, per oltre mezzo secolo, ha raccontato l’amore, la vita, le crepe dell’anima, trasformandosi in una delle presenze più riconoscibili e sincere del nostro panorama artistico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sua scomparsa lascia un vuoto enorme. Non solo nella musica italiana, ma in un immaginario collettivo che aveva trovato in lei un punto di riferimento: la capacità di essere fragile e fortissima allo stesso tempo, malinconica e spavalda, elegante e tagliente. </span>Una donna che, fino all’ultimo, ha saputo farci sorridere di lei e con lei.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10302" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0377.jpeg" alt="" width="678" height="452" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0377.jpeg 678w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0377-300x200.jpeg 300w" sizes="(max-width: 678px) 100vw, 678px" /></p>
<p class="p1"><strong><em><span class="s1">Una vita che non ha mai conosciuto la noia</span></em></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ornella aveva paura della noia più che della morte. Lo ripeteva spesso, con quel tono disincantato che era diventato la sua firma. Temendo di diventare “una vecchia che si annoia”, scherzava sul suo stesso tempo che passava, anche se di monotono nella sua vita non c’è stato mai niente.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nata a Milano nel 1934, cresciuta in un’Italia ferita dalla guerra, aveva imparato presto che sopravvivere non è solo una questione di fortuna, ma di carattere. E il carattere, lei, lo aveva eccome. Così come quel velo di malinconia che non l’ha mai abbandonata, frutto anche di una ferita malcurata durante i bombardamenti, una cicatrice sul collo che l’aveva resa insicura del corpo ma mai invisibile.</span></p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10304" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0379.jpeg" alt="" width="739" height="415" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0379.jpeg 739w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0379-300x168.jpeg 300w" sizes="(max-width: 739px) 100vw, 739px" /></p>
<p class="p1"><strong><em><span class="s1">Strehler, Paoli, e gli amori che l’hanno formata e ferita</span></em></strong></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il primo grande amore della vita artistica e personale di Ornella è stato Giorgio Strehler. Fu lui a convincerla che la sua voce non era un caso ma un destino. A intravedere nella sua timidezza un talento feroce. A volerla sul palco a cantare ballate nere, stornelli della mala, confessioni metropolitane di donne tormentate. Strehler fu il maestro, l’amante, il grimaldello che le aprì la porta del teatro e della musica. Un rapporto intenso, a tratti sbilanciato, che Ornella ricorderà sempre con gratitudine e disagio, perché lui era genio e ossessione, passione e ferita.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Poi arrivò Gino Paoli, l’altro grande amore, quello impossibile, quello proibito. Una relazione costruita su canzoni indimenticabili, su sguardi che non potevano appartenere a nessun altro, su un desiderio che non trovava mai pace. “Forse l’ho amato così tanto perché sapevo di non poterne avere davvero”, aveva detto una volta. È stata una storia vissuta tra segretezza e scandalo, tra dolcezza e rabbia, tra dipendenza e distanza. Ma senza quella storia, forse, non avremmo avuto alcune delle pagine più struggenti della musica italiana.</span></p>
<p class="p1"><em><strong><span class="s1"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-10306 aligncenter" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0375.jpeg" alt="" width="365" height="547" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0375.jpeg 365w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0375-200x300.jpeg 200w" sizes="(max-width: 365px) 100vw, 365px" /><br />
Un carattere difficile? No, un carattere vero</span></strong></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ornella era così: intensa, difficile, autoironica, senza filtri. </span>Non aveva mai paura di dire di no, né di dire quello che pensava. Le attribuivano antipatie celebri e rivalità inesistenti. Lei sdrammatizzava. Con Mina, per esempio, non c’è mai stata competizione: “Eravamo diverse. Ed è stato un bene: due uguali non servivano”. Con Patty Pravo, un legame di follia, stima e libertà. Con Lucio Dalla, una delle amicizie più profonde, basata su un rispetto reciproco che è raro perfino tra colleghi. E poi i racconti di vita, le battute fulminanti, quell’umorismo a volte cupo, a volte irresistibile, che negli ultimi anni l’aveva trasformata in un’icona anche per i più giovani, che l’avevano scoperta sui social quasi più che nelle canzoni.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10303" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0378.jpeg" alt="" width="447" height="447" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0378.jpeg 447w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0378-300x300.jpeg 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0378-100x100.jpeg 100w" sizes="(max-width: 447px) 100vw, 447px" /></p>
<p class="p1"><em><strong><span class="s1">Una carriera che ha lasciato tracce indelebili</span></strong></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Molti la ricordano per un solo brano, un solo momento, un solo successo. </span>Ma la verità è che Ornella Vanoni ha attraversato sette decenni di musica, reinventandosi ogni volta.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Tra i suoi brani più iconici:</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • L’appuntamento, diventato un classico mondiale, inserito anche in colonne sonore internazionali;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Una ragione di più, graffiante e struggente, forse il suo simbolo emotivo;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Senza fine, che porta l’eco della storia d’amore con Paoli;</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Io ti darò di più,</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Eternità,</span></p>
<p class="p3"><span class="s1"> • Imparare ad amarsi, che ha segnato una delle sue rinascite più recenti.</span></p>
<p class="p3"><span class="s1">Ma più delle canzoni, rimarrà la sua voce: un graffio elegante, una carezza ruvida, un’emozione che non copiava nessuno.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10305" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0381.jpeg" alt="" width="479" height="640" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0381.jpeg 479w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0381-225x300.jpeg 225w" sizes="(max-width: 479px) 100vw, 479px" /></p>
<p class="p1"><em><strong><span class="s1">Tra leggerezza e profondità: l’eredità di una donna irripetibile</span></strong></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Negli ultimi anni, molti avevano iniziato a guardarla come a un personaggio eccentrico, quasi caricaturale. Lei lo sapeva e fingendo di stare al gioco, in realtà lo smontava: “Aspettano che dica una parolaccia, ma non sanno che la parolaccia è l’ultimo dei miei talenti”. </span>Dietro le risate, però, c’era un pensiero profondo sulla vita, sul tempo, sull’amore, sulla morte. <span class="s1">A chi le chiedeva cosa immaginasse oltre la fine, rispondeva con quella ironia poetica che le era propria: “</span>Forse diventeremo luce. Magari una lampadina a LED, almeno consumiamo poco”. Forse oggi Ornella è davvero una piccola luce da qualche parte.</p>
<p class="p1"><em><strong><span class="s1">Un bagliore che non abbaglia ma scalda</span></strong></em></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un faro irregolare, vibrante, malinconico, come la sua voce. </span>E chissà che quel senso di leggerezza che sapeva regalarci — anche quando dentro portava tempeste — non resti con noi per sempre.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10301" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0376.jpeg" alt="" width="733" height="418" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0376.jpeg 733w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/IMG_0376-300x171.jpeg 300w" sizes="(max-width: 733px) 100vw, 733px" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/se-ne-va-ornella-vanoni-lultimo-inchino-della-donna-che-non-ha-mai-avuto-paura-della-vita/">Se ne va Ornella Vanoni: l’ultimo inchino della donna che non ha mai avuto paura della vita</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Cigno, cigno. Il teatro che attraversa il dolore: dialogo con Antonio sul massacro del Circeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Nov 2025 09:26:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono storie che il tempo non riesce a archiviare. Vicende che restano sospese, come una ferita che non smette di pulsare sotto la pelle del Paese. Il massacro del Circeo è una di queste: un trauma collettivo, un’ombra lunga che continua a sovrapporsi al presente. Raccontarlo non è un esercizio di memoria, ma un atto civile. Un gesto che chiede coraggio, lucidità, responsabilità. Antonio Monaco questo coraggio lo ha avuto. Ha scelto di attraversare il dolore attraverso il teatro, di guardarlo in faccia, di restituirgli una forma scenica che non ammicca, che non indulge, che non compiace. Cigno, Cigno non è solo uno spettacolo: è un corpo a corpo con ciò che siamo stati e con ciò che, purtroppo, potremmo essere ancora. È una domanda che risuona tra platea e palcoscenico: cosa resta di un orrore quando lo porti a teatro? E cosa cambia, dentro di noi, quando siamo costretti a farci testimoni senza più lo schermo a proteggerci? Questo incontro con Antonio Monaco è un viaggio dentro quella scelta artistica e umana. Una discesa nella storia, nel potere, nella violenza di genere, nella responsabilità del racconto. Ma anche uno sguardo verso la speranza – minima, fragile, necessaria – che il teatro possa ancora smuovere, disturbare, trasformare. Antonio, da dove nasce l’urgenza di portare in scena una storia tanto terribile e reale come quella del massacro del Circeo? Cosa ti ha spinto, artisticamente e umanamente, a confrontarti con un dolore collettivo così profondo? Amo il teatro di cronaca. E gli anni Settanta sono stati un decennio particolarmente ricco di spunti. Nel 2022 ho messo in scena un testo, Articolo 90, ispirato all’omicidio della vigilatrice carceraria Germana Stefanini, uccisa da un gruppo armato affiliato alle brigate rosse. È una vicenda poco conosciuta, che la memoria collettiva ha probabilmente dimenticato, che forse si è persa nel marasma degli omicidi che hanno caratterizzato quegli anni, e nel mio piccolo ho cercato di riportarla alla luce. Quando ho scelto di portare in scena il massacro del Circeo l’ho fatto con tutt’altro intento, perché questa è invece una vicenda che tutti conoscono, anche solo per sentito dire. È stato un fatto che ha avuto una risonanza mediatica spaventosa. È una ferita collettiva. Che fa ancora male, nonostante siano passati 50 anni. Non ha niente di anacronistico: è tutto ancora fin troppo attuale. Il titolo “Cigno, Cigno” evoca grazia, ma anche fragilità e morte. Perché questa scelta? Qual è il significato simbolico del “cigno” in relazione alla violenza narrata nello spettacolo? “Cigno, cigno. C&#8217;è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola&#8221; è il messaggio che fu diramato dai carabinieri per segnalare una macchina sospetta, quellanella quale poi sono state ritrovare Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, appunto. È un dettaglio davvero minuscolo, che però suscita sempre tantissima curiosità negli spettatori, che fino alla fine si domandano il perché di questo titolo. E lo spettacolo si conclude proprio con questa frase, sciogliendo definitivamente ogni dubbio. Poi è chiaro che, al di là del riferimento storico legato al massacro del Circeo, il cigno è una creatura così poetica, così delicata, che rappresenta il perfetto contraltare della bestialità che ha caratterizzato la vicenda.   Hai scelto di raccontare un fatto di cronaca nera attraverso un atto unico teatrale. Quali difficoltà e responsabilità comporta tradurre un orrore reale in linguaggio scenico, senza scadere nella morbosità o nel voyeurismo? La scelta del linguaggio teatrale è stata una sfida e un esperimento al tempo stesso. Sia la televisione che i social oggi sono pieni di contenuti true crime. Ma lo schermo, piccolo o grande che sia, rappresenta sempre e comunque un filtro, una distanza tra te che guardi e la tragedia che viene raccontata. Mi sono domandato: che cosa succederebbe se eliminassimo quella barriera? Se portiamo queste vicende su un palcoscenico, quella distanza non c’è più. E questo, a livello emotivo, fa tanta differenza. Poi chiaramente si è trattato di bilanciare quella crudeltà proprio per non cadere nella morbosità e nel voyeurismo. La maggior parte delle violenze avviene infatti fuori scena. È un qualcosa che viene suggerito, che viene evocato, non viene mai sbattuto in faccia allo spettatore. Poi sicuramente c’è chi avrebbe preferito qualcosa del genere: alcune persone hanno sostenuto che lo spettacolo fosse troppo “leggero”, quasi una favoletta. Lo spettacolo è stato descritto come “disturbante”, ma necessario. Secondo te, oggi, il teatro deve ancora disturbare per smuovere coscienze? O può essere anche un luogo di elaborazione e catarsi? Penso che il teatro possa e debba fare entrambe le cose: disturba perché ti costringe a esserci dentro a livello fisico, non c’è più quel filtro, quella barriera che oggi più che mai è sempre presente tra noi e il resto del mondo; allo stesso tempo, questo fatto di essere costretti a condividere un “qui e ora” con altre persone offre la possibilità di rielaborare emozioni collettive e anche traumi collettivi, come in questo caso. E non è detto che questi traumi debbano necessariamente essere elaborati con il magone. Magari c’è chi riesce a elaborarli con un po’ più di leggerezza. Ognuno utilizza il linguaggio che gli è più congeniale. Nella messa in scena emerge una profonda riflessione sul potere, sul patriarcato e sulla violenza di genere. In che modo Cigno, Cigno dialoga con il presente e con le forme contemporanee di misoginia e sopraffazione? Il massacro del Circeo è stato una delle manifestazioni più brutali e allo stesso tempo rappresentative di quella cultura patriarcale e di quella misoginia che, per quanto in forme diverse, ancora oggi sopravvivono. I media e i social sono pieni di narrazioni che colpevolizzano le vittime, perché chissà come erano vestite, perché si sono appartate con un uomo che non conoscevano, perché hanno alzato troppo il gomito, perché hanno cambiato idea all’ultimo minuto…  È un qualcosa di molto difficile da stradicare. Il massacro del Circeo è un trauma collettivo che ancora oggi parla al nostro Paese. Come hai lavorato con gli attori per restituire non solo l’orrore, ma anche la dignità delle vittime</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/cigno-cigno-il-teatro-che-attraversa-il-dolore-dialogo-con-antonio-sul-massacro-del-circeo/">Cigno, cigno. Il teatro che attraversa il dolore: dialogo con Antonio sul massacro del Circeo</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Ci sono storie che il tempo non riesce a archiviare. Vicende che restano sospese, come una ferita che non smette di pulsare sotto la pelle del Paese. Il massacro del Circeo è una di queste: un trauma collettivo, un’ombra lunga che continua a sovrapporsi al presente. Raccontarlo non è un esercizio di memoria, ma un atto civile. Un gesto che chiede coraggio, lucidità, responsabilità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Antonio Monaco questo coraggio lo ha avuto. Ha scelto di attraversare il dolore attraverso il teatro, di guardarlo in faccia, di restituirgli una forma scenica che non ammicca, che non indulge, che non compiace. </span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Cigno, Cigno</span><span class="s1"> non è solo uno spettacolo: è un corpo a corpo con ciò che siamo stati e con ciò che, purtroppo, potremmo essere ancora. È una domanda che risuona tra platea e palcoscenico: cosa resta di un orrore quando lo porti a teatro? E cosa cambia, dentro di noi, quando siamo costretti a farci testimoni senza più lo schermo a proteggerci?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questo incontro con Antonio Monaco è un viaggio dentro quella scelta artistica e umana. Una discesa nella storia, nel potere, nella violenza di genere, nella responsabilità del racconto. Ma anche uno sguardo verso la speranza – minima, fragile, necessaria – che il teatro possa ancora smuovere, disturbare, trasformare.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10226" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/CignoCigno-1-scaled.jpeg" alt="" width="1706" height="2560" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/CignoCigno-1-scaled.jpeg 1706w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/CignoCigno-1-200x300.jpeg 200w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/CignoCigno-1-683x1024.jpeg 683w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/CignoCigno-1-770x1155.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/CignoCigno-1-1024x1536.jpeg 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/CignoCigno-1-1365x2048.jpeg 1365w" sizes="(max-width: 1706px) 100vw, 1706px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Antonio, da dove nasce l’urgenza di portare in scena una storia tanto terribile e reale come quella del massacro del Circeo? </span><span class="s3">Cosa ti ha spinto, artisticamente e umanamente, a confrontarti con un dolore collettivo così profondo?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">Amo il teatro di cronaca. E gli anni Settanta sono stati un decennio particolarmente ricco di spunti. Nel 2022 ho messo in scena un testo, </span><span class="s4">Articolo 90</span><span class="s3">, ispirato all’omicidio della vigilatrice carceraria Germana Stefanini, uccisa da un gruppo armato affiliato alle brigate rosse. È una vicenda poco conosciuta, che la memoria collettiva ha probabilmente dimenticato, che forse si è persa nel marasma degli omicidi che hanno caratterizzato quegli anni, e nel mio piccolo ho cercato di riportarla alla luce. Quando ho scelto di portare in scena il massacro del Circeo l’ho fatto con tutt’altro intento, perché questa è invece una vicenda che tutti conoscono, anche solo per sentito dire. È stato un fatto che ha avuto una risonanza mediatica spaventosa. È una ferita collettiva. Che fa ancora male, nonostante siano passati 50 anni. Non ha niente di anacronistico: è tutto ancora fin troppo attuale. </span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Il titolo “Cigno, Cigno” evoca grazia, ma anche fragilità e morte. </span>Perché questa scelta? Qual è il significato simbolico del “cigno” in relazione alla violenza narrata nello spettacolo?</strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">“Cigno, cigno. C&#8217;è un gatto che miagola dentro una 127 in viale Pola&#8221; è il messaggio che fu diramato dai carabinieri per segnalare una macchina sospetta, quellanella quale poi sono state ritrovare Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, appunto. È un dettaglio davvero minuscolo, che però suscita sempre tantissima curiosità negli spettatori, che fino alla fine si domandano il perché di questo titolo. E lo spettacolo si conclude proprio con questa frase, sciogliendo definitivamente ogni dubbio. Poi è chiaro che, al di là del riferimento storico legato al massacro del Circeo, il cigno è una creatura così poetica, così delicata, che rappresenta il perfetto contraltare della bestialità che ha caratterizzato la vicenda.  </span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Hai scelto di raccontare un fatto di cronaca nera attraverso un atto unico teatrale. </span>Quali difficoltà e responsabilità comporta tradurre un orrore reale in linguaggio scenico, senza scadere nella morbosità o nel voyeurismo?</strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">La scelta del linguaggio teatrale è stata una sfida e un esperimento al tempo stesso. Sia la televisione che i social oggi sono pieni di contenuti true crime. Ma lo schermo, piccolo o grande che sia, rappresenta sempre e comunque un filtro, una distanza tra te che guardi e la tragedia che viene raccontata. Mi sono domandato: che cosa succederebbe se eliminassimo quella barriera? Se portiamo queste vicende su un palcoscenico, quella distanza non c’è più. E questo, a livello emotivo, fa tanta differenza. Poi chiaramente si è trattato di bilanciare quella crudeltà proprio per non cadere nella morbosità e nel voyeurismo. La maggior parte delle violenze avviene infatti fuori scena. È un qualcosa che viene suggerito, che viene evocato, non viene mai sbattuto in faccia allo spettatore. Poi sicuramente c’è chi avrebbe preferito qualcosa del genere: alcune persone hanno sostenuto che lo spettacolo fosse troppo “leggero”, quasi una favoletta.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Lo spettacolo è stato descritto come “disturbante”, ma necessario. </span>Secondo te, oggi, il teatro deve ancora disturbare per smuovere coscienze? O può essere anche un luogo di elaborazione e catarsi?</strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">Penso che il teatro possa e debba fare entrambe le cose: disturba perché ti costringe a esserci dentro a livello fisico, non c’è più quel filtro, quella barriera che oggi più che mai è sempre presente tra noi e il resto del mondo; allo stesso tempo, questo fatto di essere costretti a condividere un “qui e ora” con altre persone offre la possibilità di rielaborare emozioni collettive e anche traumi collettivi, come in questo caso. E non è detto che questi traumi debbano necessariamente essere elaborati con il magone. Magari c’è chi riesce a elaborarli con un po’ più di leggerezza. Ognuno utilizza il linguaggio che gli è più congeniale.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10223" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/bc705005-d4e7-44ee-bc72-7dc85c6ac334-scaled.jpeg" alt="" width="1642" height="2560" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/bc705005-d4e7-44ee-bc72-7dc85c6ac334-scaled.jpeg 1642w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/bc705005-d4e7-44ee-bc72-7dc85c6ac334-192x300.jpeg 192w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/bc705005-d4e7-44ee-bc72-7dc85c6ac334-657x1024.jpeg 657w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/bc705005-d4e7-44ee-bc72-7dc85c6ac334-770x1200.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/bc705005-d4e7-44ee-bc72-7dc85c6ac334-985x1536.jpeg 985w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/bc705005-d4e7-44ee-bc72-7dc85c6ac334-1314x2048.jpeg 1314w" sizes="(max-width: 1642px) 100vw, 1642px" /></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Nella messa in scena emerge una profonda riflessione sul potere, sul patriarcato e sulla violenza di genere. </span>In che modo Cigno, Cigno dialoga con il presente e con le forme contemporanee di misoginia e sopraffazione?</strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">Il massacro del Circeo è stato una delle manifestazioni più brutali e allo stesso tempo rappresentative di quella cultura patriarcale e di quella misoginia che, per quanto in forme diverse, ancora oggi sopravvivono. I media e i social sono pieni di narrazioni che colpevolizzano le vittime, perché chissà come erano vestite, perché si sono appartate con un uomo che non conoscevano, perché hanno alzato troppo il gomito, perché hanno cambiato idea all’ultimo minuto…  È un qualcosa di molto difficile da stradicare.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Il massacro del Circeo è un trauma collettivo che ancora oggi parla al nostro Paese. </span>Come hai lavorato con gli attori per restituire non solo l’orrore, ma anche la dignità delle vittime e la disumanità dei carnefici?</strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">Qui c’è da fare un discorso diverso per gli attori e per le attrici. Per i primi, la difficoltà più grande è stata sicuramente riuscire a sospendere la propria moralità per incarnare la crudeltà di quegli aguzzini. Non è facile, da essere umano, riuscire a disumanizzarsi. Con le attrici abbiamo invece lavorato non soltanto dal punto di vista emotivo ma anche dal punto di vista fisico, perché mettere il proprio corpo a disposizione di uno spettacolo di questo tipo è tutt’altro che banale.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Il tempo, in “Cigno, Cigno”, sembra sospeso tra passato e presente. </span><span class="s3">È una scelta estetica o etica? Vuoi dirci qualcosa sul linguaggio visivo e sonoro che hai adottato per amplificare questo effetto?</span></strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">Direi entrambe. Un elemento sonoro ricorrente è il ticchettio di un orologio, che scandisce lo scorrere del tempo. Donatella Colasanti e Rosaria Lopez hanno trascorso 36 ore a Villa Moresca. Un giorno e mezzo senza mangiare, senza sapere se sarebbero tornate a casa, senza sapere quale altro orrore avrebbero dovuto sopportare. Quelle 36 ore devono essere sembrate un’eternità, per quelle due ragazze. In generale, il linguaggio sonoro è per me qualcosa di fondamentale, quasi più di quello visivo, nell’estetica di uno spettacolo, perché riesce sempre ad aprire i giusti cassetti emotivi, e questo non soltanto per gli spettatori ma anche per gli attori. È capitato diverse volte, per motivi logistici, di fare le prove senza il supporto della musica: quel che veniva fuori aveva sempre un che di grottesco. La musica indirizza e fomenta potentemente l’emotività degli attori. E in uno spettacolo come </span><span class="s4">Cigno, Cigno</span><span class="s3">l’emotività è un fattore fondamentale.</span></p>
<p class="p1"><strong><span class="s3">Se dovessi definire con una sola parola ciò che lo spettatore porta via dopo aver visto “Cigno, Cigno”, quale sarebbe? </span>E cosa speri resti dentro, una volta calato il sipario?</strong></p>
<p class="p1"><span class="s3">Direi “consapevolezza”. Consapevolezza del fatto che questa vicenda è accaduta cinquant’anni fa ma potrebbe accadere oggi, e di fatto succede ancora oggi, perché ancora oggi esistono queste dinamiche di potere tra uomo e donna. Certo, col tempo le donne hanno imparato a proteggersi: l’abitudine di condividere la posizione con le amiche è figlia proprio di tragedie come quella di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Ma dobbiamo essere consapevoli che queste abitudini, per quanto necessarie, sono comunque una sconfitta, perché insegnare alle ragazze a proteggersi non può essere l’unica soluzione. È necessario costruire una cultura del rispetto.</span></p>
<p class="p2"><span class="s3"> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-10225" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/Locandina-CIGNO-CIGNO.jpeg" alt="" width="1756" height="2482" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/Locandina-CIGNO-CIGNO.jpeg 1756w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/Locandina-CIGNO-CIGNO-212x300.jpeg 212w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/Locandina-CIGNO-CIGNO-724x1024.jpeg 724w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/Locandina-CIGNO-CIGNO-770x1088.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/Locandina-CIGNO-CIGNO-1087x1536.jpeg 1087w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/11/Locandina-CIGNO-CIGNO-1449x2048.jpeg 1449w" sizes="(max-width: 1756px) 100vw, 1756px" /></span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando si chiude il sipario su </span><span class="s2">Cigno, Cigno</span><span class="s1">, ciò che rimane non è solo l’eco di una tragedia che il Paese non può dimenticare. Rimane una domanda silenziosa, una chiamata alla consapevolezza. Antonio Monaco lo dice con chiarezza: il Circeo non è un fantasma del passato. È uno specchio. Un monito. Una responsabilità condivisa.</span>Nel suo spettacolo, non c’è compiacimento del male, non c’è morbosità, non c’è voyeurismo. C’è il peso della realtà. C’è la dignità delle vittime, custodita con pudore. C’è la disumanità dei carnefici, messa a nudo senza attenuanti. C’è un ticchettio – quello dell’orologio – che non appartiene solo alle 36 ore di Villa Moresca, ma al nostro tempo presente, che continua a scandire un’urgenza culturale irrisolta.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Lo spettatore esce forse turbato, forse commosso, forse arrabbiato. Ma mai indifferente. Ed è proprio in quella non-indifferenza che il teatro ritrova il suo senso più antico e più necessario: ricordarci che la violenza non è un fatto privato, ma un trauma sociale. E che costruire una cultura del rispetto non è un obiettivo astratto, ma un compito quotidiano.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Perché il Circeo appartiene alla memoria. Ma il rispetto appartiene al presente. E alla responsabilità di ciascuno di noi.</span></p>
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		<title>Il delitto della calza smarrita</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/il-delitto-della-calza-smarrita/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 07:12:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pippa Pickle: Vita, amore e altri disastri]]></category>
		<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se pensi che i delitti domestici non esistano, non hai mai conosciuto Pippa Pickle. Giornalista, 56 anni, vive a Pluckley — il villaggio più infestato d’Inghilterra — e convive con il sospetto costante che la sua lavatrice stia tramando qualcosa contro di lei. Tutto comincia una mattina di novembre, quando Pippa si accorge che la sua collezione di calze è inspiegabilmente dimezzata. “Non può essere un caso,” scrive sul suo taccuino rosa shocking, “qui c’è la mano di un criminale. Forse un serial killer di tessuti.” Vivian, l’amica più realista, ride: “Tesoro, le calze non spariscono. Scappano. Hanno visto il tuo abbinamento con le scarpe leopardate e si sono date alla fuga.” Rachel, l’eterna romantica, propone un’ipotesi poetica: “Forse si reincarnano in guanti spaiati, chi può dirlo?” Pippa non si arrende. Allestisce una scena del crimine nel bagno, misura tracce d’acqua e fotografa le prove: un ammasso di cotone sospetto sotto la lavatrice. Gavin, l’amico gay dal sarcasmo tagliente, arriva, osserva e commenta: “Cara, questo non è un delitto. È un dramma esistenziale di chi fa il bucato senza occhiali.” Dopo tre giorni di indagini, Pippa risolve il caso: le calze erano finite dentro la fodera del piumone. Archivia il tutto con un bicchiere di gin tonic e scrive il suo pezzo per il Daily Whisper: “Il caso della calza scomparsa – quando il vero assassino è il disordine.” Morale? Anche i misteri più assurdi si risolvono con una buona dose di ironia e un po’ di candeggina.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Se pensi che i delitti domestici non esistano, non hai mai conosciuto Pippa Pickle.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Giornalista, 56 anni, vive a Pluckley — il villaggio più infestato d’Inghilterra — e convive con il sospetto costante che la sua lavatrice stia tramando qualcosa contro di lei.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Tutto comincia una mattina di novembre, quando Pippa si accorge che la sua collezione di calze è inspiegabilmente dimezzata. “Non può essere un caso,” scrive sul suo taccuino rosa shocking, “qui c’è la mano di un criminale. Forse un serial killer di tessuti.”</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Vivian, l’amica più realista, ride: “Tesoro, le calze non spariscono. Scappano. Hanno visto il tuo abbinamento con le scarpe leopardate e si sono date alla fuga.”</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Rachel, l’eterna romantica, propone un’ipotesi poetica: “Forse si reincarnano in guanti spaiati, chi può dirlo?”</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Pippa non si arrende. Allestisce una scena del crimine nel bagno, misura tracce d’acqua e fotografa le prove: un ammasso di cotone sospetto sotto la lavatrice.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Gavin, l’amico gay dal sarcasmo tagliente, arriva, osserva e commenta:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">“Cara, questo non è un delitto. È un dramma esistenziale di chi fa il bucato senza occhiali.”</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dopo tre giorni di indagini, Pippa risolve il caso: le calze erano finite dentro la fodera del piumone.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Archivia il tutto con un bicchiere di gin tonic e scrive il suo pezzo per il </span><span class="s2">Daily Whisper</span><span class="s1">:</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">“Il caso della calza scomparsa – quando il vero assassino è il disordine.”</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Morale? Anche i misteri più assurdi si risolvono con una buona dose di ironia e un po’ di candeggina.</span></p>
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		<item>
		<title>Urbex – Quando la bellezza abbandonata diventa una trappola mortale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 12:14:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbara Fabbroni | Crime Caffè]]></category>
		<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storie di sogni spezzati, fotografie mai sviluppate e silenzi che inghiottono vite Era un giorno di primavera. Il sole filtrava tra le foglie di un parco dimenticato, accarezzando i muri scrostati di un manicomio abbandonato. Luca, ventitré anni, appassionato di fotografia e silenzi, si era avventurato lì da solo, con uno zaino leggero, una torcia e la sua reflex. Quella mattina aveva scritto sul suo profilo: “Il bello si nasconde dove non guardiamo mai.” E aveva varcato la soglia. Non sarebbe mai più uscito. Il fascino del proibito L’esplorazione urbana – Urbex, per chi la pratica – è un fenomeno in crescita. Unisce lo spirito dell’avventura, la passione per la storia, il gusto per la fotografia decadente. Ex ospedali, fabbriche dismesse, villaggi fantasma, bunker, scuole invase dalla vegetazione. Luoghi dimenticati dal tempo, che custodiscono brandelli di memoria e mistero. Per molti, l’Urbex è una fuga dal rumore del presente. Un modo per “sentire” i muri parlare. Ma la linea tra meraviglia e tragedia è sottile come il legno marcio di un solaio. Carlotta Celleno non è l’unica. C’è stata Maya, 19 anni, precipitata nel vuoto da un tetto industriale per un’inquadratura al tramonto. Jérôme, 26, fotografo francese, rimasto senza ossigeno in un tunnel sotterraneo e ritrovato giorni dopo. Tutti sapevano. Ma non abbastanza. Perché l’Urbex non fa rumore. Non urla. È una lama silenziosa. Una porta che si richiude alle spalle e, se non stai attento, non si riapre più. L’illusione dell’immortalità digitale I social hanno amplificato la portata dell’Urbex. Su Instagram e TikTok proliferano scatti mozzafiato: scale sospese nel vuoto, stanze con letti ancora disfatti, luci soffuse filtrate da vetrate rotte. Tutto sembra poesia. Ma dietro ogni “like” può nascondersi un’infezione da amianto, una caduta, un arresto. E spesso, dietro la fotocamera, una persona che voleva solo sentirsi viva. Il corpo dimenticato nella bellezza Quello che molti non dicono è che si può morire di Urbex. Si muore di crolli, di silenzi, di incoscienza, di solitudine. Si muore inseguendo la bellezza in luoghi dove la morte è rimasta a vegliare. Luoghi che raccontano dolori passati e che, se non rispettati, reclamano anche i presenti. “Non toccare nulla. Non portare via nulla. Non lasciare traccia.” È la regola d’oro dell’Urbex. Ma c’è un’altra regola, non scritta: non lasciare indietro te stesso. Non farti dimenticare da un muro. Non diventare parte del silenzio che volevi solo fotografare. Serve rispetto. Serve consapevolezza. Serve una guida. L’Urbex può essere potente, poetico, perfino terapeutico. Ma va fatto con preparazione, in gruppo, con protezioni, con mappe, con buonsenso. Non è un gioco. Non è una corsa al brivido. È un viaggio tra le rovine della memoria umana. E ogni rovina merita rispetto. Anche tu. Dedicato a chi è entrato, ma non è mai uscito. E a chi entra per raccontare, non per scomparire.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Storie di sogni spezzati, fotografie mai sviluppate e silenzi che inghiottono vite</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Era un giorno di primavera.</span><span class="s2"> Il sole filtrava tra le foglie di un parco dimenticato, accarezzando i muri scrostati di un manicomio abbandonato. Luca, ventitré anni, appassionato di fotografia e silenzi, si era avventurato lì da solo, con uno zaino leggero, una torcia e la sua reflex. Quella mattina aveva scritto sul suo profilo: </span><span class="s1">“Il bello si nasconde dove non guardiamo mai.”</span><span class="s2"> E aveva varcato la soglia. Non sarebbe mai più uscito.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Il fascino del proibito</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">L’esplorazione urbana – </span><span class="s1">Urbex</span><span class="s2">, per chi la pratica – è un fenomeno in crescita. Unisce lo spirito dell’avventura, la passione per la storia, il gusto per la fotografia decadente. Ex ospedali, fabbriche dismesse, villaggi fantasma, bunker, scuole invase dalla vegetazione. Luoghi dimenticati dal tempo, che custodiscono brandelli di memoria e mistero.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Per molti, l’Urbex è una fuga dal rumore del presente. Un modo per “sentire” i muri parlare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Ma la linea tra meraviglia e tragedia è sottile come il legno marcio di un solaio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Carlotta Celleno non è l’unica. C’è stata </span><span class="s3">Maya</span><span class="s2">, 19 anni, precipitata nel vuoto da un tetto industriale per un’inquadratura al tramonto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Jérôme</span><span class="s2">, 26, fotografo francese, rimasto senza ossigeno in un tunnel sotterraneo e ritrovato giorni dopo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Tutti sapevano. Ma non abbastanza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Perché l’Urbex non fa rumore. Non urla. È una lama silenziosa. Una porta che si richiude alle spalle e, se non stai attento, non si riapre più.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">L’illusione dell’immortalità digitale</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">I social hanno amplificato la portata dell’Urbex. Su Instagram e TikTok proliferano scatti mozzafiato: scale sospese nel vuoto, stanze con letti ancora disfatti, luci soffuse filtrate da vetrate rotte. Tutto sembra poesia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Ma dietro ogni “like” può nascondersi un’infezione da amianto, una caduta, un arresto. E spesso, dietro la fotocamera, </span><span class="s3">una persona che voleva solo sentirsi viva.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Il corpo dimenticato nella bellezza</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Quello che molti non dicono è che </span><span class="s3">si può morire di Urbex.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Si muore di crolli, di silenzi, di incoscienza, di solitudine.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Si muore inseguendo la bellezza in luoghi dove la morte è rimasta a vegliare. Luoghi che raccontano dolori passati e che, se non rispettati, reclamano anche i presenti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">“Non toccare nulla. Non portare via nulla. Non lasciare traccia.”</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">È la regola d’oro dell’Urbex.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Ma c’è un’altra regola, non scritta: </span><span class="s3">non lasciare indietro te stesso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Non farti dimenticare da un muro. Non diventare parte del silenzio che volevi solo fotografare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Serve rispetto. Serve consapevolezza. Serve una guida.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">L’Urbex può essere potente, poetico, perfino terapeutico.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Ma va fatto con preparazione, in gruppo, con protezioni, con mappe, con buonsenso.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Non è un gioco. Non è una corsa al brivido. È un viaggio tra le rovine della memoria umana.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">E ogni rovina merita rispetto. Anche tu.</span></p>
<p class="p1"><span class="s3">Dedicato a chi è entrato, ma non è mai uscito.</span><span class="s1"> E a chi entra per raccontare, non per scomparire.</span></p>
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		<title>Addio ad Antonello Fassari, l’anima silenziosa del teatro e della tv</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/addio-ad-antonello-fassari-lanima-silenziosa-del-teatro-e-della-tv/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Apr 2025 20:13:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È una di quelle notizie che arrivano come un sussurro, ma ti colpiscono al petto come un urlo. Antonello Fassari, attore romano classe 1952, si è spento a Roma all’età di 72 anni, lasciando un vuoto che nessun revival, nessuna replica, nessun “prossimamente” potrà mai colmare davvero. E no, non eravamo pronti. Anche se sapevamo, anche se qualcuno sussurrava di una malattia che lui, con quella sua consueta riservatezza, aveva scelto di affrontare nel silenzio più assoluto. A voler essere sinceri, è straziante leggere oggi i commenti sulla sua pagina Facebook. C’è qualcosa di profondamente intimo, familiare, nel dolore dei fan, come se tutti avessimo perso un parente, un vicino di casa, un amico di vecchia data. Perché Fassari non era solo un attore: era una presenza. Una di quelle che non alzano mai la voce, ma restano scolpite nella memoria. Il grande pubblico lo ricorda, ovviamente, come Cesare Cesaroni: burbero, brontolone, romanissimo, tirchio quanto basta da diventare leggenda. Ma chi lo ha amato davvero sa che dentro quel Cesare c’era un’anima stratificata, capace di accendersi di una tenerezza sorprendente, specie quando in scena c’erano Pamela o la piccola Matilde. Era un personaggio che avrebbe potuto essere una macchietta e invece è diventato un’icona, proprio grazie alla sua interpretazione fatta di mezzi toni, pause, sguardi. Di vita vera. Ma Antonello era molto di più. Era Puccio in I ragazzi della 3ª C, era il “compagno Antonio” con l’eschimo in Avanzi, il comunista caduto in coma negli anni Settanta e risvegliato nel ’93: una trovata geniale che, nelle mani di Fassari, diventava una piccola poesia comica e politica. Era teatro, era varietà, era persino rap – sì, perché negli anni ’90 ha inciso anche un brano, Roma di notte, molto prima che andasse di moda mescolare cinema e musica urbana. Diplomato all’Accademia Silvio d’Amico nel 1975, ha sempre avuto il dono raro del tempo comico e del silenzio. Quella capacità, quasi sacra, di stare un passo indietro, di non strafare mai, di non cercare la luce ma di meritarla. In un mondo dell’intrattenimento sempre più dominato dal rumore, lui era un attore del sussurro, della misura, della presenza elegante. Claudio Amendola, con voce rotta, ha detto: «Ci era nota la malattia bastarda che lo aveva colpito, ma non eravamo preparati alla notizia. Per me è un pezzo di vita che va via». È difficile non essere d’accordo. Perché senza Cesare, i Cesaroni non saranno mai più gli stessi. Come vedere Totti senza la maglia della Roma. Un simbolo che va via, lasciando il campo vuoto. E non è un caso che, anche oggi, Antonello se ne sia andato come ha vissuto: in punta di piedi, con quella sua classe antica che non ha mai avuto bisogno di riflettori. Nessun clamore, nessun addio in pompa magna. Solo un mare di messaggi autentici, profondi, commossi. Come quello dell’attore Ludovico Fremont, il “Walterino” dei Cesaroni: «Io te dico na cosa sola… grazie! E comunque, “che amarezza”!». Eh già. Che amarezza. Perché se ne va un attore vero, uno di quelli che non fanno rumore. Ma che, quando non ci sono più, si sente fortissimo il silenzio che lasciano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/addio-ad-antonello-fassari-lanima-silenziosa-del-teatro-e-della-tv/">Addio ad Antonello Fassari, l’anima silenziosa del teatro e della tv</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">È una di quelle notizie che arrivano come un sussurro, ma ti colpiscono al petto come un urlo. Antonello Fassari, attore romano classe 1952, si è spento a Roma all’età di 72 anni, lasciando un vuoto che nessun revival, nessuna replica, nessun “prossimamente” potrà mai colmare davvero. E no, non eravamo pronti. Anche se sapevamo, anche se qualcuno sussurrava di una malattia che lui, con quella sua consueta riservatezza, aveva scelto di affrontare nel silenzio più assoluto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A voler essere sinceri, è straziante leggere oggi i commenti sulla sua pagina Facebook. C’è qualcosa di profondamente intimo, familiare, nel dolore dei fan, come se tutti avessimo perso un parente, un vicino di casa, un amico di vecchia data. Perché Fassari non era solo un attore: era una presenza. Una di quelle che non alzano mai la voce, ma restano scolpite nella memoria.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-9172 aligncenter" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_4160.jpeg" alt="" width="183" height="275" /></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il grande pubblico lo ricorda, ovviamente, come Cesare Cesaroni: burbero, brontolone, romanissimo, tirchio quanto basta da diventare leggenda. Ma chi lo ha amato davvero sa che dentro quel Cesare c’era un’anima stratificata, capace di accendersi di una tenerezza sorprendente, specie quando in scena c’erano Pamela o la piccola Matilde. Era un personaggio che avrebbe potuto essere una macchietta e invece è diventato un’icona, proprio grazie alla sua interpretazione fatta di mezzi toni, pause, sguardi. Di vita vera.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma Antonello era molto di più. Era Puccio in </span><span class="s2">I ragazzi della 3ª C</span><span class="s1">, era il “compagno Antonio” con l’eschimo in </span><span class="s2">Avanzi</span><span class="s1">, il comunista caduto in coma negli anni Settanta e risvegliato nel ’93: una trovata geniale che, nelle mani di Fassari, diventava una piccola poesia comica e politica. Era teatro, era varietà, era persino rap – sì, perché negli anni ’90 ha inciso anche un brano, </span><span class="s2">Roma di notte</span><span class="s1">, molto prima che andasse di moda mescolare cinema e musica urbana.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Diplomato all’Accademia Silvio d’Amico nel 1975, ha sempre avuto il dono raro del tempo comico e del silenzio. Quella capacità, quasi sacra, di stare un passo indietro, di non strafare mai, di non cercare la luce ma di meritarla. In un mondo dell’intrattenimento sempre più dominato dal rumore, lui era un attore del sussurro, della misura, della presenza elegante.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-9173 aligncenter" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_4159.jpeg" alt="" width="150" height="250" /></p>
<p class="p1"><span class="s1">Claudio Amendola, con voce rotta, ha detto: «Ci era nota la malattia bastarda che lo aveva colpito, ma non eravamo preparati alla notizia. Per me è un pezzo di vita che va via». È difficile non essere d’accordo. Perché senza Cesare, i Cesaroni non saranno mai più gli stessi. Come vedere Totti senza la maglia della Roma. Un simbolo che va via, lasciando il campo vuoto.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">E non è un caso che, anche oggi, Antonello se ne sia andato come ha vissuto: in punta di piedi, con quella sua classe antica che non ha mai avuto bisogno di riflettori. Nessun clamore, nessun addio in pompa magna. Solo un mare di messaggi autentici, profondi, commossi. Come quello dell’attore Ludovico Fremont, il “Walterino” dei Cesaroni: «Io te dico na cosa sola… grazie! E comunque, “che amarezza”!».</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eh già. Che amarezza. Perché se ne va un attore vero, uno di quelli che non fanno rumore. Ma che, quando non ci sono più, si sente fortissimo il silenzio che lasciano.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-9174 aligncenter" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/04/IMG_4158.jpeg" alt="" width="266" height="188" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/addio-ad-antonello-fassari-lanima-silenziosa-del-teatro-e-della-tv/">Addio ad Antonello Fassari, l’anima silenziosa del teatro e della tv</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<item>
		<title>Wegovy: Il Nuovo Accessorio di Tendenza? L&#8217;Ossessione (e i Rischi) Dietro la Puntura Miracolosa</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/wegovy-il-nuovo-accessorio-di-tendenza-lossessione-e-i-rischi-dietro-la-puntura-miracolosa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Feb 2025 15:52:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da Hollywood alle influencer, il tam tam è inarrestabile: Wegovy, la puntura dimagrante, è l&#8217;ultima ossessione del mondo della moda e dello spettacolo. Ma cosa si nasconde dietro questa corsa all&#8217;oro farmaceutica? E quali sono i reali benefici, i rischi e le implicazioni di questa nuova tendenza? Cerchiamo di fare chiarezza, analizzando il fenomeno con l&#8217;occhio critico di chi osserva il mondo della moda e le sue derive. La &#8220;Formula Magica&#8221; che Fa Impazzire Hollywood (e non solo): Wegovy, a base di semaglutide, è un farmaco approvato per il trattamento dell&#8217;obesità e del sovrappeso. Agisce imitando un ormone naturale, rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando il senso di sazietà. Risultato? Una perdita di peso significativa, che ha fatto breccia nell&#8217;immaginario collettivo, soprattutto in un settore come quello della moda, da sempre ossessionato dalla magrezza. Perché Tutte la Vogliono: Il Fascino dell&#8217;Efficacia (Apparente): La promessa di una silhouette scolpita senza troppi sacrifici è allettante, soprattutto per chi vive sotto i riflettori e deve costantemente fare i conti con l&#8217;immagine. La velocità dei risultati, la facilità di utilizzo (una semplice iniezione settimanale) e la forte spinta mediatica hanno contribuito a creare un vero e proprio &#8220;Wegovy-mania&#8221;. Sui social media, influencer e celebrity sfoggiano le loro trasformazioni, alimentando un circolo vizioso di emulazione e desiderio. I Rischi da Non Sottovalutare: Salute Prima di Tutto: Dietro la patina glamour, però, si nascondono insidie da non sottovalutare. Wegovy non è una bacchetta magica: è un farmaco che, come tutti i farmaci, presenta effetti collaterali (nausea, vomito, diarrea, stipsi, ecc.) e controindicazioni. L&#8217;uso improprio, senza controllo medico e senza un adeguato supporto psicologico, può essere pericoloso per la salute. Inoltre, la perdita di peso ottenuta con Wegovy deve essere mantenuta con un corretto stile di vita, altrimenti i chili persi rischiano di tornare (e con gli interessi). Oltre l&#8217;Apparenza: L&#8217;Importanza di un Approccio Olistico: L&#8217;ossessione per Wegovy solleva interrogativi profondi sul ruolo della moda e dei media nella promozione di modelli di bellezza irraggiungibili. La magrezza estrema non è sinonimo di salute e benessere. È fondamentale promuovere un approccio olistico alla cura del corpo, che tenga conto dell&#8217;importanza di una sana alimentazione, dell&#8217;attività fisica e del benessere mentale. Wegovy: Accessorio di Tendenza o Sintomo di un Disagio Profondo? In conclusione, Wegovy è diventato un simbolo di un&#8217;epoca ossessionata dall&#8217;apparenza, dalla performance e dalla ricerca della perfezione a tutti i costi. Ma la vera bellezza, la vera eleganza, risiedono nell&#8217;accettazione di sé, nella cura del proprio corpo e della propria mente e nella consapevolezza che la salute è il bene più prezioso. Prima di cedere al fascino della puntura miracolosa, fermiamoci a riflettere: ne vale davvero la pena?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/wegovy-il-nuovo-accessorio-di-tendenza-lossessione-e-i-rischi-dietro-la-puntura-miracolosa/">Wegovy: Il Nuovo Accessorio di Tendenza? L&#8217;Ossessione (e i Rischi) Dietro la Puntura Miracolosa</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Da Hollywood alle influencer, il tam tam è inarrestabile: Wegovy, la puntura dimagrante, è l&#8217;ultima ossessione del mondo della moda e dello spettacolo. Ma cosa si nasconde dietro questa corsa all&#8217;oro farmaceutica? E quali sono i reali benefici, i rischi e le implicazioni di questa nuova tendenza? Cerchiamo di fare chiarezza, analizzando il fenomeno con l&#8217;occhio critico di chi osserva il mondo della moda e le sue derive.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">La &#8220;Formula Magica&#8221; che Fa Impazzire Hollywood (e non solo):</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Wegovy, a base di semaglutide, è un farmaco approvato per il trattamento dell&#8217;obesità e del sovrappeso. Agisce imitando un ormone naturale, rallentando lo svuotamento gastrico e aumentando il senso di sazietà. Risultato? Una perdita di peso significativa, che ha fatto breccia nell&#8217;immaginario collettivo, soprattutto in un settore come quello della moda, da sempre ossessionato dalla magrezza.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Perché Tutte la Vogliono: Il Fascino dell&#8217;Efficacia (Apparente):</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La promessa di una silhouette scolpita senza troppi sacrifici è allettante, soprattutto per chi vive sotto i riflettori e deve costantemente fare i conti con l&#8217;immagine. La velocità dei risultati, la facilità di utilizzo (una semplice iniezione settimanale) e la forte spinta mediatica hanno contribuito a creare un vero e proprio &#8220;Wegovy-mania&#8221;. Sui social media, influencer e celebrity sfoggiano le loro trasformazioni, alimentando un circolo vizioso di emulazione e desiderio.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">I Rischi da Non Sottovalutare: Salute Prima di Tutto:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dietro la patina glamour, però, si nascondono insidie da non sottovalutare. Wegovy non è una bacchetta magica: è un farmaco che, come tutti i farmaci, presenta effetti collaterali (nausea, vomito, diarrea, stipsi, ecc.) e controindicazioni. L&#8217;uso improprio, senza controllo medico e senza un adeguato supporto psicologico, può essere pericoloso per la salute. Inoltre, la perdita di peso ottenuta con Wegovy deve essere mantenuta con un corretto stile di vita, altrimenti i chili persi rischiano di tornare (e con gli interessi).</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Oltre l&#8217;Apparenza: L&#8217;Importanza di un Approccio Olistico:</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;ossessione per Wegovy solleva interrogativi profondi sul ruolo della moda e dei media nella promozione di modelli di bellezza irraggiungibili. La magrezza estrema non è sinonimo di salute e benessere. È fondamentale promuovere un approccio olistico alla cura del corpo, che tenga conto dell&#8217;importanza di una sana alimentazione, dell&#8217;attività fisica e del benessere mentale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s2">Wegovy: Accessorio di Tendenza o Sintomo di un Disagio Profondo?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In conclusione, Wegovy è diventato un simbolo di un&#8217;epoca ossessionata dall&#8217;apparenza, dalla performance e dalla ricerca della perfezione a tutti i costi. Ma la vera bellezza, la vera eleganza, risiedono nell&#8217;accettazione di sé, nella cura del proprio corpo e della propria mente e nella consapevolezza che la salute è il bene più prezioso. Prima di cedere al fascino della puntura miracolosa, fermiamoci a riflettere: ne vale davvero la pena?</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/wegovy-il-nuovo-accessorio-di-tendenza-lossessione-e-i-rischi-dietro-la-puntura-miracolosa/">Wegovy: Il Nuovo Accessorio di Tendenza? L&#8217;Ossessione (e i Rischi) Dietro la Puntura Miracolosa</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>La Principessa Stéphanie di Monaco compie 60 anni: una vita tra doveri reali e passioni personali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Feb 2025 21:23:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Principessa Stéphanie di Monaco, figlia minore del Principe Ranieri III e della Principessa Grace Kelly, celebra oggi il suo 60° compleanno. Nata il 1° febbraio 1965, Stéphanie ha vissuto una vita variegata, caratterizzata da momenti di gioia, sfide personali e un impegno costante verso il Principato di Monaco. Fin dalla giovinezza, Stéphanie ha dimostrato uno spirito indipendente e creativo. Negli anni &#8217;80, ha intrapreso una breve ma significativa carriera nel mondo della moda e della musica pop, rilasciando anche alcuni singoli di successo. Queste esperienze hanno contribuito a plasmare la sua immagine pubblica come membro &#8220;ribelle&#8221; della famiglia reale monegasca. Nonostante le sue avventure nel mondo dello spettacolo, Stéphanie ha sempre mantenuto un forte legame con il suo ruolo di principessa. Nel corso degli anni, si è dedicata a numerose cause benefiche, tra cui la lotta contro l&#8217;HIV/AIDS, un tema che le sta particolarmente a cuore. La sua Fondazione &#8220;Fight AIDS Monaco&#8221; è diventata un punto di riferimento importante nella sensibilizzazione e nel sostegno alle persone affette da questa malattia. La vita personale di Stéphanie è stata spesso sotto i riflettori dei media. Madre di tre figli &#8211; Louis, Pauline e Camille &#8211; ha affrontato sia momenti di felicità familiare che sfide nelle relazioni personali. Tuttavia, ha sempre mantenuto una dignità regale, gestendo con grazia le pressioni della vita pubblica. Oggi, a 60 anni, la Principessa Stéphanie continua a svolgere un ruolo attivo nella vita del Principato. È presidente del Festival Internazionale del Circo di Monte-Carlo, un evento che riflette la sua passione per le arti circensi, ereditata dal padre. Inoltre, partecipa regolarmente a eventi ufficiali e rappresenta la famiglia reale in varie occasioni. Mentre celebra questo importante traguardo, la Principessa Stéphanie guarda al futuro con ottimismo. Il suo impegno verso Monaco, la sua famiglia e le sue cause benefiche rimane forte come sempre. La sua vita, caratterizzata da una miscela unica di doveri reali e passioni personali, continua a ispirare molti, dimostrando che è possibile bilanciare le responsabilità pubbliche con l&#8217;espressione della propria individualità. La Principessa Stéphanie di Monaco rimane una figura amata e rispettata, un simbolo di resilienza e dedizione al servizio del suo paese e delle cause in cui crede.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/la-principessa-stephanie-di-monaco-compie-60-anni-una-vita-tra-doveri-reali-e-passioni-personali/">La Principessa Stéphanie di Monaco compie 60 anni: una vita tra doveri reali e passioni personali</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">La Principessa Stéphanie di Monaco, figlia minore del Principe Ranieri III e della Principessa Grace Kelly, celebra oggi il suo 60° compleanno. Nata il 1° febbraio 1965, Stéphanie ha vissuto una vita variegata, caratterizzata da momenti di gioia, sfide personali e un impegno costante verso il Principato di Monaco.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Fin dalla giovinezza, Stéphanie ha dimostrato uno spirito indipendente e creativo. Negli anni &#8217;80, ha intrapreso una breve ma significativa carriera nel mondo della moda e della musica pop, rilasciando anche alcuni singoli di successo. Queste esperienze hanno contribuito a plasmare la sua immagine pubblica come membro &#8220;ribelle&#8221; della famiglia reale monegasca.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nonostante le sue avventure nel mondo dello spettacolo, Stéphanie ha sempre mantenuto un forte legame con il suo ruolo di principessa. Nel corso degli anni, si è dedicata a numerose cause benefiche, tra cui la lotta contro l&#8217;HIV/AIDS, un tema che le sta particolarmente a cuore. La sua Fondazione &#8220;Fight AIDS Monaco&#8221; è diventata un punto di riferimento importante nella sensibilizzazione e nel sostegno alle persone affette da questa malattia.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La vita personale di Stéphanie è stata spesso sotto i riflettori dei media. Madre di tre figli &#8211; Louis, Pauline e Camille &#8211; ha affrontato sia momenti di felicità familiare che sfide nelle relazioni personali. Tuttavia, ha sempre mantenuto una dignità regale, gestendo con grazia le pressioni della vita pubblica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Oggi, a 60 anni, la Principessa Stéphanie continua a svolgere un ruolo attivo nella vita del Principato. È presidente del Festival Internazionale del Circo di Monte-Carlo, un evento che riflette la sua passione per le arti circensi, ereditata dal padre. Inoltre, partecipa regolarmente a eventi ufficiali e rappresenta la famiglia reale in varie occasioni.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Mentre celebra questo importante traguardo, la Principessa Stéphanie guarda al futuro con ottimismo. Il suo impegno verso Monaco, la sua famiglia e le sue cause benefiche rimane forte come sempre. La sua vita, caratterizzata da una miscela unica di doveri reali e passioni personali, continua a ispirare molti, dimostrando che è possibile bilanciare le responsabilità pubbliche con l&#8217;espressione della propria individualità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La Principessa Stéphanie di Monaco rimane una figura amata e rispettata, un simbolo di resilienza e dedizione al servizio del suo paese e delle cause in cui crede.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/la-principessa-stephanie-di-monaco-compie-60-anni-una-vita-tra-doveri-reali-e-passioni-personali/">La Principessa Stéphanie di Monaco compie 60 anni: una vita tra doveri reali e passioni personali</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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		<title>Bridget Jones è tornata: amore, risate e streaming su Netflix</title>
		<link>https://www.barbarafabbroni.it/bridget-jones-e-tornata-amore-risate-e-streaming-su-netflix/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jan 2025 18:49:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Film]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La regina delle commedie romantiche è tornata a farci compagnia! A partire dal 14 febbraio, giorno degli innamorati, le sale cinematografiche hanno accolto con entusiasmo il quarto capitolo delle avventure di Bridget Jones. Ma la festa non finisce qui: dal 27 febbraio, sarà possibile gustarsi nuovamente le follie e le emozioni di Bridget direttamente dal comfort di casa propria, grazie all&#8217;arrivo del film su Netflix. Un ritorno attesissimo Dopo anni di attesa, i fan della simpatica e disordinata Bridget Jones possono finalmente riabbracciare il loro personaggio preferito. Interpretata ancora una volta dall&#8217;irresistibile Renée Zellweger, Bridget è pronta a conquistarci con la sua onestà, la sua comicità e la sua eterna ricerca dell&#8217;amore. Di cosa parla il nuovo film? In questo nuovo capitolo, troveremo Bridget alle prese con nuove sfide e cambiamenti. Dopo la perdita del suo amato Mark Darcy, la protagonista dovrà affrontare il dolore, la maternità single e le gioie dell&#8217;amore a quarant&#8217;anni. Ma come sempre, non mancheranno le situazioni esilaranti, gli incontri imbarazzanti e le riflessioni sulla vita, sull&#8217;amore e su se stessa. Perché vedere Bridget Jones? * Perché ci fa ridere: Bridget Jones è un personaggio capace di farci sbellicare dalle risate con le sue gaffe e le sue situazioni comiche. * Perché ci fa riflettere: Sotto la patina comica, il film affronta temi importanti come l&#8217;amore, la perdita, la maternità e la crescita personale. * Perché è un&#8217;icona pop: Bridget Jones è diventata un&#8217;icona pop, rappresentando milioni di donne in tutto il mondo con i suoi difetti e le sue insicurezze. Dove vedere il film? * Al cinema: Dal 14 febbraio, il film è disponibile nelle sale cinematografiche. * Su Netflix: Dal 27 febbraio, sarà possibile guardare il film sulla piattaforma di streaming. Non perdere l&#8217;occasione di rivivere le avventure di Bridget Jones!</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">La regina delle commedie romantiche è tornata a farci compagnia! A partire dal 14 febbraio, giorno degli innamorati, le sale cinematografiche hanno accolto con entusiasmo il quarto capitolo delle avventure di Bridget Jones. Ma la festa non finisce qui: dal 27 febbraio, sarà possibile gustarsi nuovamente le follie e le emozioni di Bridget direttamente dal comfort di casa propria, grazie all&#8217;arrivo del film su Netflix.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-8210" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1948.jpeg" alt="" width="2560" height="1440" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1948.jpeg 2560w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1948-300x169.jpeg 300w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1948-1024x576.jpeg 1024w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1948-770x433.jpeg 770w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1948-1536x864.jpeg 1536w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1948-2048x1152.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un ritorno attesissimo</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dopo anni di attesa, i fan della simpatica e disordinata Bridget Jones possono finalmente riabbracciare il loro personaggio preferito. Interpretata ancora una volta dall&#8217;irresistibile Renée Zellweger, Bridget è pronta a conquistarci con la sua onestà, la sua comicità e la sua eterna ricerca dell&#8217;amore.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Di cosa parla il nuovo film?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">In questo nuovo capitolo, troveremo Bridget alle prese con nuove sfide e cambiamenti. Dopo la perdita del suo amato Mark Darcy, la protagonista dovrà affrontare il dolore, la maternità single e le gioie dell&#8217;amore a quarant&#8217;anni. Ma come sempre, non mancheranno le situazioni esilaranti, gli incontri imbarazzanti e le riflessioni sulla vita, sull&#8217;amore e su se stessa.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché vedere Bridget Jones?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">* Perché ci fa ridere: Bridget Jones è un personaggio capace di farci sbellicare dalle risate con le sue gaffe e le sue situazioni comiche.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">* Perché ci fa riflettere: Sotto la patina comica, il film affronta temi importanti come l&#8217;amore, la perdita, la maternità e la crescita personale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">* Perché è un&#8217;icona pop: Bridget Jones è diventata un&#8217;icona pop, rappresentando milioni di donne in tutto il mondo con i suoi difetti e le sue insicurezze.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Dove vedere il film?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">* Al cinema: Dal 14 febbraio, il film è disponibile nelle sale cinematografiche.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">* Su Netflix: Dal 27 febbraio, sarà possibile guardare il film sulla piattaforma di streaming.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Non perdere l&#8217;occasione di rivivere le avventure di Bridget Jones!</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-8211" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1947.jpeg" alt="" width="420" height="665" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1947.jpeg 420w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1947-189x300.jpeg 189w" sizes="(max-width: 420px) 100vw, 420px" /></p>
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		<title>Addio a Oliviero Toscani, genio provocatore della fotografia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Fabbroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jan 2025 06:47:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflettori sulle Celebrità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è spento all&#8217;età di 82 anni Oliviero Toscani, celebre fotografo e pubblicitario italiano noto per le sue immagini controverse e provocatorie. Toscani si è affermato come uno dei creativi più influenti e discussi degli ultimi decenni, rivoluzionando il mondo della comunicazione visiva e della pubblicità. Nato a Milano nel 1942, Toscani si è formato alla Kunstgewerbeschule di Zurigo prima di intraprendere la carriera di fotografo di moda. Ma è con le campagne pubblicitarie per Benetton, a partire dagli anni &#8217;80, che raggiunge fama mondiale. Le sue immagini scioccanti – dal bacio tra prete e suora al neonato insanguinato – hanno attirato critiche feroci ma anche riconoscimenti per la capacità di affrontare temi sociali attraverso la pubblicità. Toscani non ha mai avuto paura di osare e provocare. Le sue campagne hanno toccato argomenti come AIDS, razzismo, pena di morte, anoressia, generando dibattiti e polemiche. &#8220;La pubblicità è l&#8217;arte della nostra epoca&#8221; sosteneva, convinto del suo potere comunicativo. Oltre a Benetton, ha collaborato con numerosi brand internazionali e testate giornalistiche. Ha fondato la rivista Colors e la scuola di fotografia Fabrica. I suoi scatti sono esposti nei principali musei del mondo. Personalità eclettica e anticonformista, Toscani ha diviso l&#8217;opinione pubblica con le sue dichiarazioni spesso sopra le righe. Ma il suo talento visionario e la capacità di precorrere i tempi hanno lasciato un segno indelebile nella cultura visiva contemporanea. Se n&#8217;è andato un maestro della provocazione intelligente, capace di scuotere le coscienze con la forza delle immagini. Il mondo della creatività perde una delle sue figure più geniali e irriverenti, che ha saputo coniugare arte, pubblicità e impegno sociale in modo unico e dirompente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/addio-a-oliviero-toscani-genio-provocatore-della-fotografia/">Addio a Oliviero Toscani, genio provocatore della fotografia</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Si è spento all&#8217;età di 82 anni Oliviero Toscani, celebre fotografo e pubblicitario italiano noto per le sue immagini controverse e provocatorie. Toscani si è affermato come uno dei creativi più influenti e discussi degli ultimi decenni, rivoluzionando il mondo della comunicazione visiva e della pubblicità.</span></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-7935 aligncenter" src="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1363.jpeg" alt="" width="311" height="162" srcset="https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1363.jpeg 311w, https://www.barbarafabbroni.it/wp-content/uploads/2025/01/IMG_1363-300x156.jpeg 300w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" /></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nato a Milano nel 1942, Toscani si è formato alla Kunstgewerbeschule di Zurigo prima di intraprendere la carriera di fotografo di moda. Ma è con le campagne pubblicitarie per Benetton, a partire dagli anni &#8217;80, che raggiunge fama mondiale. Le sue immagini scioccanti – dal bacio tra prete e suora al neonato insanguinato – hanno attirato critiche feroci ma anche riconoscimenti per la capacità di affrontare temi sociali attraverso la pubblicità.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Toscani non ha mai avuto paura di osare e provocare. Le sue campagne hanno toccato argomenti come AIDS, razzismo, pena di morte, anoressia, generando dibattiti e polemiche. &#8220;La pubblicità è l&#8217;arte della nostra epoca&#8221; sosteneva, convinto del suo potere comunicativo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Oltre a Benetton, ha collaborato con numerosi brand internazionali e testate giornalistiche. Ha fondato la rivista Colors e la scuola di fotografia Fabrica. I suoi scatti sono esposti nei principali musei del mondo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Personalità eclettica e anticonformista, Toscani ha diviso l&#8217;opinione pubblica con le sue dichiarazioni spesso sopra le righe. Ma il suo talento visionario e la capacità di precorrere i tempi hanno lasciato un segno indelebile nella cultura visiva contemporanea.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Se n&#8217;è andato un maestro della provocazione intelligente, capace di scuotere le coscienze con la forza delle immagini. Il mondo della creatività perde una delle sue figure più geniali e irriverenti, che ha saputo coniugare arte, pubblicità e impegno sociale in modo unico e dirompente.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.barbarafabbroni.it/addio-a-oliviero-toscani-genio-provocatore-della-fotografia/">Addio a Oliviero Toscani, genio provocatore della fotografia</a> proviene da <a href="https://www.barbarafabbroni.it">Barbara Fabbroni - Official Website</a>.</p>
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