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Giovedì, 11 Marzo 2010
Pubblicazioni
Barbara Fabbroni & coll.
Sentieri inter-rotti di vita: gruppo ed elaborazione del lutto
Nepsiche, Rivista di Analisi Transazionale e Scienze Umane, N 7, anno 2009, pgg.55-67, Ananke, Torino


Suona la sveglia. È già mattino. Fuori il rumore della vita ha già preso avvio come un’orchestra che si accorda prima del grande concerto. Strana, particolare, la sensazione che questa mattina mi sta assalendo. A fatica scendo dal letto. Sento il mio corpo pensante. La mia mente fa un rumore di sottofondo che si incrina negli arcipelaghi del mio quotidiano. Non so che sta accadendo, sono solo consapevole che sta iniziando un nuovo giorno imbevuto di quel quotidiano che scorre e batte il tempo della vita.
Scendo faticosamente in cucina. Preparo la tavola e dispongo per la colazione. Poi, come ogni giorno, vado in camera dei miei figli per svegliarli. Questo sembra un rituale ma è ciò che detta le coordinate dell’inizio di ogni nostra giornata insieme…..
Dopo qualche minuto ci troviamo pronti al grande ingresso nel nostro quotidiano ma prima ci sediamo per la colazione. Ricordo ancora il volto di Edoardo quella mattina, era intessuto di uno strano tratto di malinconia. Non so esattamente come sia accaduto ma ricordo che è esplosa una grande discussione. Ad un certo punto l’ho guardato e gli ho detto:- Perché mi dici questo? Perché mi ricordi i miei fallimenti? Io sono qui con voi e cerco di esserci al meglio di quello che posso.
Edoardo mi guarda e mi dice:- Hai sbagliato tutto. Continui a sbagliare…..non riuscirai mai a capire chi sono….tu non mi capisci, non mi conosci.
È uscito sbattendo la porta.
Quello è stato l’ultimo momento di vita che ho potuto condividere con mio figlio. Non abbiamo avuto nessuna altra occasione. Il baratro ha avvolto la nostra esistenza facendoci naufragare in uno tzunami frantumante.
Erano le nove e zero sette, squilla il telefono, al di là una voce:- Edoardo ha avuto un incidente con il motorino. Adesso è al pronto soccorso.
Non so dirvi chi fosse, mi sono precipitata in macchina senza nemmeno chiudere il telefono. Al pronto soccorso nessuno sapeva darmi notizie. Mi sentivo persa, totalmente persa in un vortice di emozioni che non riuscivo a contenere. Esce un medico. Mi guarda. È un tempo devastante, in pochi attimi tutto mi crolla addosso. Mi dice:- Edoardo non ce l’ha fatta.
Lo guardo attonita. Non capisco. Non riesco a capire. Cosa sta dicendo. Ma cosa significa. Dov’è mio figlio. Dov’è il mio Edoardo. Dov’è il mio bambino. No. No. No. Non è possibile. Si è sbagliato. Non sono io la madre di quell’Edoardo. Mio figlio è a scuola. Si, si è a scuola e adesso sta facendo il compito di latino. Mi siedo. Non riesco a muovermi di un solo centimetro. Tutto ruota intorno a me. Non riesco nemmeno a parlare. Vedo tanta gente che mi ruota intorno. Io non sento e non vedo più nulla. Questo è nulla inesorabilmente nulla. Credo di essere rimasta pietrificata lì in quella gelida sedia per lunghe interminabili ore. Il mio sguardo era fisso al di là in quel nulla in cui cercavo di trovare un approdo. La vita mi scorreva davanti mentre nella mia mente il nastro dei ricordi scorreva fissando immagini che implodevano come pallottole dentro di me.
Da quel tragico momento le ore si sono accavallate l’una all’altra, la vita è scorsa. Sono stata catapultata in quel fare che distoglie dal sentire. Sono stata intrappolata in abbracci troppo stretti per essere accoglienti. Sono stata riempita di fiumi di parole da cui mi sono sentita solo bagnata e non accarezzata. Poi dopo due giorni mi sono ritrovata nel silenzio più totale in compagnia di ricordi e non detti. In attesa di un qualcosa che non potrà mai più esserci, non potrà mai più divenire condivisione di presenze nel territorio mondano. Ho vissuto giorni e giorni nel ricordo di quello che ho perso senza pensare a quello che ho potuto vivere, se pur per un breve tempo, con mio figlio Edoardo……
Non so più chi sono. Non so dove sto andando ma ancor più non riesco a comprendere cosa io, ancora, stia facendo qui. La mia vita non ha più un senso. Non c’è, non esiste, non si trova più senso a nulla….



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Barbara Fabbroni
Il corpo racconta di colui che lo abita
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2010


In ogni tempo il problema del corpo è argomento difficile da trattare. Pur essendo sempre presente nel pensiero dei filosofi, non è però mai analizzato come oggetto di studio specifico, se non in alcuni autori. È in Merleau-Ponty che l’individuo riapprende a sentire il suo corpo, perché esso è sempre con lui e lui è corpo. È quel corpo che abita. Esso è sostanza ed identità primaria dell’uomo, è il fondamento dell’appartenenza, della comunanza, della relazione degli esseri umani tra di loro e con l’universo. (....) Il corpo è l’orologio naturale e storico dell’essere umano, con una sua coscienza, una sua appercezione , che non coincide né con la mente né con la psiche, ma che rappresenta il con-tenuto di entrambe, il ponte tra tempo come realtà oggettiva e tempo come realtà psichica . Quel con-tenuto che diviene pre-senza per l’in-contro con l’Altro nella mondanizzazione esistenziale di un essere-nel-mondo. Esso è anche colui che con-tiene pensieri, emozioni, sensazioni, percezioni, che possono manifestarsi aprendo quel linguaggio-corporeizzato-di-Sé. Tuttavia, l’orchestrazione data dal tempo e dallo spazio permeano l’Essere della persona attraverso le sue sensazioni , che sono presupposti del ciclo temporale e spaziale offerti dalla pura sensibilità percettiva della persona. (...)

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Barbara Fabbroni & coll.
Elaborare la Dipendenza
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2009


Passaggi nel tempo. Giochi nella vita. Turbamento dell’uomo. Sulla dipendenza si scivola. Si vola. Si sibila per il tagliare la vita. Perché la magia che crea la sostanza è stupefac-ente. È fatta da uno scenario assoluto che ti fa sentire e divenire protagonista. Il bianco della neve che ti entra tra le narici tra una pista e l’altra, tra una striscia e uno strofinamento gengivale, cambia di intensità, se al candore del manto, si affianca l’odore di una bevanda più o meno alcolica. Il grigio del mondo, ed ancora di più, l’azzurro opaco del cielo, che da sempre segna un orizzonte diviene, adesso, in questo naufragio tempo reale.
Il tempo che il silenzio rende diverso. Più lento, anzi rarefatto, non più scandito a secondi, ma nel lento avvitarsi di una vita intessuta e tramata tra il desiderio bisogno di calarsi e farsi.
Le dipendenze hanno tutte all’inizio, questa magia. Una sorta di copione che non cambia, nemmeno nei protagonisti del quotidiano: i giovani ed meno giovani che salpano in una nave che porta alla deriva. Eguale in ogni nazione, ma solo in apparenza, che dopo il rito dell’accettazione, diviene turbine dirompente in un vortice abissale senza nome.
La gente che costruisce la nicchia della dipendenza, ha, così i suoi personali, individuali, giochi rituali ed iniziatici. Figli di un sentimento che si radica nell’appartenenza alla sostanza nella quale trovano un significato che può vivere e vive solo, dentro. Un dentro esclusivo, individuale, figlio di sogni irrealizzati, di sforzi tenaci e di confronto naufragati nel vuoto, ma, con la propria anima in cerca di un approdo.


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Barbara Fabbroni & coll.
Vittima-Persecutore. Il mondo dello Stalker
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2009


Parlare di Stalking, un tema affascinante per la sua genesi ed al tempo stesso argomento dalle mille venature all’interno delle quali si manifestano personalità poliedriche. Le molestie assillanti non sono argomento nuovo, è un fenomeno antico che si ripresenta con grande impeto nel nostro quotidiano. Ci mostra individui che strutturano l’incontro con l’Altro all’interno di un reato di relazione. Il libro che presento è senza dubbio una significativa finestra di osservabilità su questo fenomeno che impegna sia da un punto di vista giuridico-legale che da un punto di vista psicologico. Il fare la posta all’Altro diviene un insieme di comportamenti ripetuti ed intrusivi di sorveglianza e controllo, di ricerca di contatto e comunicazione nei confronti di una vittima che risulta infastidita e/o preoccupata da tali comportamenti non graditi. (...)

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Barbara Fabbroni
L'in-contro con l'Analisi Transazionale. Una terapia tras-formativa
Bollettino I.A.T., Anno 0, N 1, Settembre, 2008


.....Ed è all’interno di questo mio bisogno che l’in-contro con l’Analisi Transazionale ha svelato quella possibilità, costruendo quel guscio-di-appartenenza, quel territorio-di-nutrimento, quella terra-di-conoscenza, che mi ha offerto la possibilità di in-con-tra-re l’Altro, quello Straniero, che ha inciso fortemente nella cultura psichiatrica e psicologica del ‘900, in tutta la sua perturbante esistenza, all’interno di un fare terapia che risultasse ri-sanante, tras-mutante e tras-formativa. Ma ancor più, quell’in-contro mi ha donato gli strumenti per com-prendere, nella sua totale manifestazione quell’Essere, che un giorno è stato gettato-nel-mondo, e lì, in quella mondanità, ha dovuto imparare a camminare-nel-mondo, a viverci, ed a volte si è lasciato vivere-dal-mondo, trovando un sistema comunicativo di linguaggio-Altro che si esprime con ed attraverso il sintomo.....

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Barbara Fabbroni
Significato, Sintomo, Vita
Neopsiche, Rivista di Analisi Transazionale e Scienze Umane, Ananke, Torino, Anno 2009, N 6, pagg.59-68


Tra le cause di psicopatologia assume sempre maggiore rilevanza il cattivo rapporto della persona con l’Altro e l’ambiente in cui vive. L’irrigidimento dell’esperienza dialogica, la mancanza di un in-contro autentico e nutritivo, l’assenza del riconoscimento dell’Altro che blocca l’autoriconoscimento, il bisogno della presenza empatica all’interno della relazione, il senso di appartenenza, sono tematiche che vengono analizzate attraverso una finestra che abbraccia sia l’approccio classico della psicoanalisi giungendo alla prospettiva fenomenologico-esistenziale. Viene così offerta una chiave di lettura del significato che incarna il sintomo attraverso il suo dipanarsi nella patologia psichica per risanare il sentiero inter-rotto del cammino mondano affinchè ne emerga il senso vero della vita e dell’esistenza. Ed è qui che si apre il grande tema della reciprocità. Questo concetto è intimamente collegato all’alterità e all’appartenenza, e viene prospettato qui come vera e propria proposizione antropologica, cioè costitutiva della coesistenza. La reazione di reciprocità, dunque, va intesa come una categoria primaria dell’umano. Le cadute psicopatologiche possono essere lette come un in-con-tro-mancato (la Vergegnung, di Martin Buber), cioè di incapacità o impossibilità a strutturare l’esperienza dialogica del noi (come si verifica nell’esistenza delirante, paranoide, autistica, maniacale, malinconica); e anche di distorsione della comunicazione interumana (come si può cogliere nei disturbi di personalità e nelle parafilie).
È pertanto attraverso la capacità di essere-con-l’Altro, per mezzo della possibilità di strutturare un terreno empatico, in seguito all’opportunità di incontrare l’Altro attraverso l’in-contro con i suoi lati oscuri, che il clinico si offre in quel territorio del setting come colui che ascolta, che accoglie, che nutre, che stimola, che ristora.

Parole chiave: Persona, Altro, Incontro, Psicopatologia, Reciprocità, Proporzione antropologica, Sfera di interrelazione, Narrativa, Storia di vita
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Barbara Fabbroni
Al di la' del Nulla. Storie di incontri unici
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2009


Ogni percorso-esperienza terapeutica è la storia di un incontro speciale fra due persone: Paziente e Terapeuta. Ciò che accadrà fra questi due individui, ciò che reciprocamente si scambieranno, in altre parole, la relazione che vivranno determinerà il processo terapeutico. Paziente e Terapeuta calcano la scena della Terapia ciascuno con la propria parte.
Il Paziente recita la sua sofferenza, porta nella stanza della Terapia la sua storia. La parte malata da curare. Quella parte posseduta dagli spiriti del male che si manifestano attraverso il sintomo. È il sintomo a manifestare la sofferenza a gridare il dolore provato e vissuto, è il sintomo il segnale del possesso. La parte del Terapeuta è quella di colui che mette a disposizione se stesso con le sue conoscenze, la sua storia, il suo essere curandero, Sciamano o Stregone oppure vero dottore, come direbbe Eric Berne. (…..)
È attraverso lo sguardo del Terapeuta che l’Altro, paziente, inizia poco per volta a vedersi e a vedere intorno a sé in modo diverso (….). La pelle del Terapeuta diventa permeabile si lascia pe-entrare. Dal momento in cui il dolore e la sofferenza diventano pensabili è possibile incontrarli ed accoglierli nella relazione terapeutica (….). Ciò che accade ma che non è possibile osservare è che tra i due, c’è uno spazio intermedio all’interno del quale convogliano contenuti che si incontrano, e tutto ciò è al di là delle parole ma, all’interno di questo spazio qualcosa accade, qualcosa che promuove il cambiamento di entrambi. Come in una profonda relazione d’amore i due protagonisti si scambiano affetti, emozioni e sentimenti ed entrambi percorrono un cammino che li muta. Non sono le parole o i gesti a mutarli ma il significato di questi. Più ancora è l’incontro delle loro auree energetiche che li muterà (….). Questo è quello che fa della relazione di analisi un incontro d’Amore.
(Maurizio Martucci)






Al di la' del Nulla. Storie di incontri unici - scarica allegato
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Barbara Fabbroni
La Stagione dell'Adolescenza
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008


Anche se dell’adolescenza se ne parla e si scrive molto, in realtà ne sappiamo davvero poco, certamente non in riferimento allo sviluppo neurofisiologico, dove le informazioni che ci arrivano sembrano completare sempre di più il quadro di conoscenza; sappiamo poco delle emozioni e dei vissuti degli adolescenti, e quello che sappiamo spesso prende spunto da nostre proiezioni o da teorie molto lontane dal mondo reale dell’adolescente.
O ancora, cerchiamo di capire attraverso il buon senso, il senso comune (il nostro, degli adulti…), le buone letture, i giusti romanzi, sempre scritti però non da chi è adolescente, ma da chi forse lo è stato o forse no.
Ci appoggiamo alla clinica, come riferimento stabile, che pensiamo non possa tradirci, per interpretare alcuni aspetti dell’adolescenza. Sappiamo, o almeno pensiamo di sapere, che la devianza e la psicopatologia sono spesso per l’adolescente, paradossalmente, un tentativo di eludere il breakdown, di fuggire dalla crisi adolescenziale, in quanto “interruzione di una crescita tranquilla", secondo la stimolante interpretazione di Anna Freud (1958).
E allora, riferendoci alla clinica, la fuga dell’adolescente verso le strade della devianza o della psicopatologia è uno dei maggiori problemi, difficile da comprendere, ma concreto nello stesso tempo, che ci troviamo a fronteggiare, soprattutto se ci avviciniamo alla sempre crescente dipendenza dell’adolescente dal web.
L’abuso di internet, la dipendenza dalla rete, è la conseguenza di un funzionamento dell’Io che presenta una doppia modalità di interazione, di dipendenza dalla rete e, contemporaneamente, di distacco dall’Altro, non più individuato come persona, ma ricercato come Alter Ego, come specchio conforme - e informe - con cui confrontarsi, senza il timore del giudizio e del vero coinvolgimento.
L’origine dell’abuso della rete da parte dell’adolescente può essere rintracciato nello stato depressivo del tono dell’umore, associato a fobie sociali, alla paura dunque del confronto e della relazione con l’Altro.
Vi è dunque chiusura, ripiegamento e riduzione dell’energia vitale, al contrario del posizionamento espanso, disinibito e superficiale che impone la società, attraverso ruoli falsamente estroversivi.
Tutto ciò genera, naturalmente e conseguentemente, anche angoscia della relazione, che diventa poi fobia sociale, dipendenza dalla rete e abuso di internet, come vero e proprio danno alla persona, soprattutto in personalità adolescenziali che tendono a difendersi dalle difficoltà e dalle paure nel lasciarsi andare emotivamente, preferendo situazioni di scarso coinvolgimento emotivo e scegliendo la fuga nella dipendenza da un mondo virtuale.
E allora, il merito di questo libro risiede nel cercare di entrare realmente nell’erlebnis dell’adolescente, come percorso obbligato per giungere alla comprensione e alla cura.
Infatti, se consideriamo l’adolescenza la “caverna platonica” come fa Barbara Fabbroni in questo bel libro, ricco di spunti e riflessioni, allora forse possiamo capire qualcosa di più di quel labirinto che porta l’uomo nella “terra di mezzo o di nessuno”, come acutamente e con classe ci spiega l’autrice del libro.
Il libro spiega in modo magistrale le dinamiche familiari all’interno delle quali vive l’adolescente, con il passaggio dalla psicologia degli individui alla psicopatologia del nucleo, con le inevitabili conseguenze per l’adolescente.
E’ un testo antropologico, filosofico, psicologico e clinico, oltre ad avere le caratteristiche del manuale pratico per l’operatore sanitario.
Molto familiare e coinvolgente quando l’autrice parla delle regole familiari e culturali che hanno il potere di indirizzare la realtà, come nelle profezie che si autodeterminano, partendo dai miti greci e passando per culture diverse e finendo con le quotidiane affermazioni prognostico-predittive all’interno della famiglia.
Interessante appare anche la scelta di usare copioni mitologici e fiabeschi per descrivere l’adolescente, i suoi ruoli e le sue posizioni, o meglio la sua relazione con il mondo, con il Sé e con l’Altro, aiutando così il lettore ad entrare realmente nel mondo e nel vissuto dell’adolescente.
Con i copioni legati al mito e alle fiabe, si vanno definendo i ruoli e le conseguenze dei ruoli sviluppati e distribuiti dalla famiglia, in una lettura affascinante, ma anche e soprattutto incisiva e pratica, delle problematiche adolescenziali.
L’autrice suggerisce poi modalità di intervento e di cura dell’adolescente primariamente attraverso lo sblocco del sintomo, e successivamente attraverso il lavoro sulle problematiche profonde per raggiungere la soluzione del problema.
Indica le modalità di intervento attraverso le varie fasi, in cui comunque l’adolescente è e deve sentirsi protagonista. Questa è una costante di tutto il libro, anzi, spicca questo sentire l’Altro realmente in modo terapeutico, l’adolescente è infatti realmente nel vissuto dell’autrice che mostra così la strada primaria per la cura, l’interesse per l’altro, per il suo mondo e i suoi problemi.
Manca questa dimensione, alle volte, all’interno dei rapporti familiari, ed è così che si sviluppa la solitudine del ragazzo, il suo cercare quindi dipendenze patologiche o devianze e violenze, come forme reattive all’assenza del contatto vero, interno e profondo.
Nel libro sono anche indicati i tempi e i ritmi terapeutici, le strategie da seguire, utilizzando la propria esperienza come un manuale pratico d’intervento.
Il lavoro della Fabbroni è dunque un continuo stimolo, in itinere, per i continui riferimenti a situazioni Altre, in movimento, dinamiche, è una incessante ricerca delle origini, dal mito alle fiabe, per comprendere l’adolescenza, la famiglia e le sue problematiche.
Ma è anche un’opportunità per tutti noi, perché attraverso i vari autori citati e coinvolti ci fornisce lo spunto per cercare oltre, per allargare a nostra volta gli orizzonti di conoscenza.
(Paolo Capri, Docente di Psicologia Giuridica, Università Europea di Roma)


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Barbara Fabbroni
Dal Significato del Sintomo al Significato della Vita
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008


La Coscienza è la porta che apre al clinico l’accesso all’interno della conoscenza della persona, fa definire i suoi livelli, evidenzia i suoi strati, con le sue sfere percettive-reattive, vissute, intenzionali, di attribuzione di significato, con i suoi gradi di consapevolezza, con le sue ombre, le sue penombre e le sue perturbazioni. Il fare terapia psicologica attraverso le analisi delle strutture vissute dalla coscienza del paziente, ponendo come verifica intersoggettiva l’alterità del clinico, offre la possibilità tras-formativa della coscienza sintomatica in conoscenza-di-Sé autentica, integra ed integrata. La dimensione coscienziale appare in un primo momento stratificata, non unilineare, complessa e piena di allargamenti policentrici e concentrici, di pieghe, di sfumature, di campi, di modulazioni. Lo sdoppiamento interiore tra Io empirico e Io trascendentale rimanda allo sdoppiamento, insito nel Da-sein, tra l’essere-qui e l’essere-anche-là, il coincidere di corpo e mondo nella loro tensione divergente. Attraverso il continuo spostarsi dell’attenzione sulle forme sorgenti dal mondo-della-vita, il terapeuta rompe la cristallizzazione e la compattezza della propria coscienza e della coscienza del paziente. Ne scopre, di entrambe, la stratificazione, la variazione dei significati. Tant’è che si potrà coglierne il senso senza disperdersi nella molteplicità del fatto, e senza rinunciare alla moltiplicazione degli orizzonti e delle prospettive. Questo fa prendere confidenza con il territorio magmatico del mondo-della-vita, dove è evidente la stratificazione del fluire coscienziale come fluire temporale che diviene l’unica conoscenza che di Sé ha la persona.
Se nel momento in cui la persona giunge nel territorio-della-vita, non si rende possibile quell’accoglienza autentica e quel nutrimento dei bisogni, perché chi lo accoglie non riesce a strutturare quel tempo-del-in-contro-nutritivo, quel bambino, quell’infante, quell’adolescente, quell’individuo, può strutturare una manifestazione per Esserci solo, attraverso e grazie ad un vissuto sintomatico, che denuncia la sua mancanza. Il sintomo denuncia il mal-di-vivere che è il male dell’anima, una sofferenza che induce la persona a respingere la vita, a volerla fuggire, a distruggerla o a trovare l’unico adattamento possibile per sostenerla. Questo vissuto sintomatico è in stretto rapporto con le carenze affettive ed i traumi familiari vissuti nell’infanzia ed, a volte, perfino nel periodo fetale, ma può anche risultare da un accumulo di situazioni di sofferenza che porterà la persona a ritenere che la vita è sofferenza. L’unica maniera per poter esprimere questo dolore dell’anima è la parola sintomatica che si attualizza all’interno di quella corrispondenza tra la struttura dell’inconscio e del linguaggio, che attualizza l’Erlebnis-del-vissuto della persona.


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Barbara Fabbroni
Amore e Dualità: psicopatologia della coppia.
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, Luglio, 2008


L’amore è uno snodo fondamentale dell’esistenza, perché segna il passaggio dall’affettività familiare all’attrazione sessuale e ad un nuovo modello di relazione. Amare oltre che una scelta personale, è necessità per l’In-Sé. L’In-Sé si dà a chi si pretende solo, perché l’In-Sé è necessità unitaria dell’insieme. Noi, appresa certamente la lezione psicoanalitica, ma educati anche dalla temperie culturale antropologica e dalla critica al biologismo, diciamo che l'amore è sesso, è passione, ma che essenzialmente è sempre anche un'altra cosa: è la mutualità, è l'interesse, è il tra, è il prendersi-cura, è reciprocità, è co-appartenenza, è dialogo kat exochn, è relazione, è intimità.
Ove manchi un Alter-Ego (un Alter-Ego, si badi bene, e non un oggetto di relazione) la pulsione sessuale, per quanto affinata, non può transire nell’amore: come lo mostra ad abundantiam ogni gratificazione sessuale più o meno palesemente mercificata, o anche ogni altra gratificazione sessuale che viva esclusivamente della sua carica di appetizione o di distruttività in un circolo di struttura sostanzialmente autistico, privo di dialettica e, forse, privo di durata, ma certamente non sempre e non soltanto di modalità narcisistica.
Quando emerge l’amore, quello che travolge il respiro, che nasconde la vita, che pulsa nell’anima, allora e solo allora possiamo affermare che due esseri umani, due esistenze, si offrono l’Una all’Altro, si confrontano con attese e speranze, con tensioni ed inquietudini, che trascendono ampiamente la sfera sessuale, forse anche quella erotica, e che diventano, come Goethe ci ricorda, affinità elettive, risposte ai bisogni che sono inscritte nella reciprocità dell’Altro-da-Sé, che diviene Alter-Ego, ovvero l’Altro irripetibile e profondamente sentito......

Il bisogno dell’Altro diviene bisogno del suo Amore che spesso ci fa dimenticare l’altra faccia della medaglia, quella cioè del bisogno di Amare. È verso le generazioni attuali dei nostri figli che forse abbiamo commesso questo errore. Pensando al loro bisogno di Amore, forse ci siamo dimenticati il loro bisogno di Amare rendendoli così vulnerabili e/o a volte insensibili, “ammalati”, di pretesa d’amore resa così scontata nel benessere generale. D’altra parte è nello stesso istante in cui una madre guarda il proprio bambino così bisognoso ed indifeso che nasce l’Amore, se non fosse altro per l’atto di riconoscerlo esistere nella sua bisognosità di essere umano, che deve ricevere cura ed affetto, che sono il nutrimento principale della relazione. (M. A.Giusti)


La Fabbroni attraversa, con l’eleganza e la compiutezza che le sono propri, in questo testo, tutta la simbologia favolistica, da Cenerentola e il Principe Azzurro alla Bella addormentata nel bosco, dalla Fata Turchina e Pinocchio alle figure prototipiche della dama e del pigmalione, da Cappucccetto Rosso e il Lupo cattivo alla coppia simbolo costituita dalla Principessa (Ginevra) e dal cavaliere errante (Lancillotto), da Adamo ed Eva ai giorni nostri, e poi chiude, più prosaicamente ma assai utilmente con una serie di casi clinici.
Qui la coppia degli amantes, come accennavo, viene a coincidere con il caso clinico; cioè l’amore stesso, quando si impantana, entra in scacco, manca, fallisce, in definitiva, si presenta sub specie clinica.
Laddove, infatti, fallisce l’ amore come altrove, cioè l’ amore come trasformazione e trasfigurazione, rimane sempre, in qualche modo, il senso di vuoto di un amore mancato, come direbbe Binwanger. Ma la grandezza di un amore mancato è anche l’aspirazione ad un amore che doveva essere e che non è stato, di cui si ha, in qualche modo, ancora il sentore. Un’indicazione, una traccia, un segno a terra per ricominciare, dolorosamente, ad attraversare il mondo proprio e dell’altro.
Con questo ponderoso e, per certi aspetti prodigioso lavoro, la Fabbroni, in rottura con tutta una precedente tradizione psicologica, ma in questo perfettamente sintonica ai due grandi maestri del pensiero terapeutico che sono Freud e Binswanger, è come se affermasse che la vita di ognuno di noi è descrivibile, sic et simpliciter, nei termini della sua collocazione rispetto al tempo, allo spazio, alla noità dell’amore. (G. di Petta)







Amore e Dualità: psicopatologia della coppia. - scarica allegato
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Barbara Fabbroni
Un Dono per Te. Il mondo psicopatologico del bambino
EUR, Edizioni Universitarie Romane, 2008


Prologo La patologia nell’infanzia

Il mio bambino ama
tutti i feroci e indifesi animali della terra.
Coccola il suo gatto e lo gratta
chiamandolo micio-gru
prende in braccio il suo cane,
enorme, e lo gratta come un cucciolo bassotto
-lui lo guarda estasiato col naso all’insù-
attraversa la vita come loro presente al suo tempo
ignaro del futuro la coscienza in pace con sé
e con l’intero universo
dei viventi
(R. Pesenti)


Le patologie dell’infanzia emergono ed entrano nel cuore dell’Altro con tutta la forza di un accadere che sradica i confini di un equilibrio emozionale, relazionale ed affettivo. Tant’è, non mi ricordo dove, ma da qualche parte, all’interno delle riflessioni con uno dei miei tanti amici, ho letto che il pittore americano James McNeil Whistler si trovava in un caffè di Parigi mentre alcune persone stavano discutendo su come l’ereditarietà, l’ambiente, la situazione politica del tempo, influenzavano l’artista e soprattutto su come egli sapesse esprimere e dare valore al sentimento relazionandosi con l’immagine che plasmava nella tela bianca facendone emergere un’individualità che faceva riconoscere l’opera come sua, ma al tempo stesso la identificasse come unica.
Allora Whistler disse: L’Arte accade.
Dirò: L’arte accade ogni volta che leggiamo una poesia , che ascoltiamo un racconto mitologico, una storia, che osserviamo un quadro o narriamo una metafora, ma ancor più essa accade ogni volta che volgiamo lo sguardo all’esistenza mondana, che entriamo in-relazione, che ascoltiamo ed accogliamo l’Altro nella sua espressione più intima. L’Arte accade e nel suo accadere plasma e da vita all’orchestrazione corale dei mille colori che si accomodano, distendono ed accordano nella tela bianca creando un’immagine viva e comunicativa; ma ancor più accade nelle mille parole che si accordano nei miti, nei racconti, nelle storie-di-vita, che la persona, in qualsiasi stagione del suo percorso mondano, narra all’Altro.
L’individuo impara da queste immagini che diventano narrazioni fatte di significati significanti, di simboli e di parole, perché qualcosa dentro di lui vuole sapere, vuole conoscere e nutrire quella parte che chiede una risposta alle domande che ogni giorno, ogni istante della vita egli si pone. Ritengo che, il vero viaggio di scoperta, dell’être-au-monde, è all’interno di quei mondi-vissuti e dis-velati da un esistere mondano di un tempo che è stato vissuto e con-vissuto per mezzo delle Erlebnis passate che si riproducono nel qui ed ora, attraverso il copione di vita che si ripropone come unica via possibile per esistere. Infatti, oggi come allora l’essere umano quando si narra o ancor più quando ascolta la propria e l’altrui narrazione della sua esperienza-di-vita, vede immagini in movimento, un mondo di immagini espresso da un arcipelago di parole che narrano il significato di un sentire e di un esistere. In questo mondo di immagini da noi stesso creato, inventiamo noi stessi come unità, come ciò che rimane costante nel cambiamento , quel cambiamento che conduce la persona in un essere-nel-mondo in maniera spontanea all’interno di quella costellazione mondana organizzata in un territorio dove le parole creano una magia comunicativa ed interrelazionale.
E se l’Arte accade anche la patologia dell’infanzia accade, presentandosi in quel percorso mondano che segna il confine tra il Sé e l’Altro-da-Sè in quel territorio dell’essere che diviene quasi senso panico di un esistere. Essa accade e nel suo accadere si ripresenta più e più volte all’umano come se dovesse lasciare un messaggio di difficile codificazione, come se nel suo presentarsi all’Altro domandi, chieda, ricerchi una risposta, che non c’è, non si trova, non è possibile. Ecco perché, dal mio punto di vista, la patologia dell’infanzia diviene un dono che il bambino fa all’Altro. Un dono che diviene espressione vissuta di un esistere, infatti i bambini sono quello che vivono. Tuttavia, la patologia-dell’infanzia nel suo accadere permette all’Altro di accedere a quei territori di cui è difficile coglierne il senso senza la sua sperimentazione, infatti è nel suo attraversamento sia come esperienza-di-vita-vissuta che con-vissuta che si può ascoltare il messaggio, i bisogni, i desideri, le mancanze, le incertezze, i sogni, le fantasie di quel bambino che chiama, chiede, implora una presenza nutritiva, autentica, affidabile.
Ecco che il vero viaggio di scoperta non è vedere nuovi mondi ma cambiare occhi , percependo la realtà da una diversa prospettiva che si organizzi in una dimensione attualizzante. Pertanto, l’infanzia diventa quell’oscillazione amletica tra essere e non essere che si rende possibile attraverso il suo farsi spontaneo solo nel suo divenire e nel suo accadere. E questo divenire eracliteo si rinnova in ogni epoca e ad essa ritorna arricchita di nuovi significati, perché l’infanzia è il significato in embrione di una storia-di-vita futura. Tant’è, che è proprio in questa fase, che si decide buona parte della vita futura dell’individuo, attraverso l’accettazione oppure il rifiuto dell’integrazione della dimensione fisica con quella mentale.
In accordo con Jaspers, vorrei condividere con il lettore la consapevolezza che nulla esiste di assolutamente definitivo e che tutto accade in una costante ciclicità temporale su cui si dispiega il divenire umano. Tuttavia, l’attuale classificazione delle psicopatologie pone l’accento sulla caleidoscopica attualizzazione nosografia che detta i parametri di riferimento a livello mondiali dei disturbi della sfera psichica dell’individuo, sia esso ancora bambino sia adulto.
È solo da pochi anni che la psicopatologia grave della fanciullezza viene studiata con l’attenzione e l’importanza che merita, in quanto depositaria di numerose informazioni sui meccanismi psicomentali legati allo sviluppo dell’individuo. Portare l’attenzione al percorso dello sviluppo della psicopatologia infantile o di tutti i disturbi legati alla stagione infantile può risultare interessante per comprendere la complessità e polivalenza che, oggi, ogni modalità di essere-nel-mondo del bambino esprime al-di-là della fredda classificazione nosografico.
Bettelheim fu uno dei primi autori che guardò alle patologie infantili attraverso una prospettiva non esclusivamente dal sapore diagnostico. Egli si interessò soprattutto all’autismo, sviluppando il concetto di madre frigorifero per descrivere un tipo di rapporto caratterizzato da carenza di contatto fisico, pratiche alimentari anomale, difficoltà nel linguaggio e/o nel contatto oculare con il figlio . La visione di questo clinico permise di osservare e dare un significato diverso ad un disturbo infantile, che nel suo presentarsi all’Altro poneva la sua presenza patologica come unica possibilità di essere riconosciuto e riconoscibile.
Sulla stessa impostazione si mossero gli autori di formazione psicodinamica, i quali indirizzarono i loro sforzi per indagare la possibilità che le sindromi infantili fossero dovute ad una alterazione del rapporto madre-bambino. Esempio principe di queste ipotesi fu la teoria dell’attaccamento che è stata utilizzata non solo per spiegare lo sviluppo della personalità, ma anche l’eziologia e le manifestazioni di alcune psicopatologie. Tuttavia, resta pur sempre cosa ardua organizzare una precisa ed attendibile classificazione diagnostica in psicologia dell’età evolutiva. Anche perché classificare, dal mio punto di vista, presuppone la metaforizzazione di una credenza all’interno della quale il disturbo si autoalimenta, creando nel suo portatore una gabbia all’interno della quale viene rinchiuso e vissuto dall’Altro come soggetto a-priori disfunzionale. Alla luce di questo, però, il panorama scientifico ha offerto alla comunità clinica più punti di vista riguardo all’interpretazione ed alla definizione della psicopatologia infantile.
Questo fa emergere la consapevolezza che la psicologia clinica per l’età evolutiva, pur avendo ormai diversi anni di esperienza e diverse scuole di riferimento, non ha ancora trovato una sua unitarietà nella interpretazione e definizione dei disturbi che appartengono alla sfera infantile.
Allorquando volgiamo lo sguardo al panorama scientifico possiamo valutare la presenza di più modelli teorici, infatti esistono scuole che privilegiano l’analisi delle funzioni cognitive , altre che usano la classificazione diagnostica psicoanalitica, basando la diagnosi prevalentemente sul gioco e sulle produzioni simboliche, disegni o fiabe, del bambino . Non è possibile poi dimenticare le scuole di psicoterapia ad orientamento sistemico familiare, che inseriscono la sofferenza del bambino all’interno del contesto familiare in cui vive, interpretando, quindi, il sintomo portato dal fanciullo come un segnale di una relazione e/o di una comunicazione familiare disfunzionale . Ci sono orientamenti scientifici che si sono proposti di estendere la teoria dell’attaccamento di Bowlby alla clinica ed analizzano il bambino nelle sue relazioni con i care giver, cercando di inferire il tipo di modelli operativi interni che corrispondono ad un certo tipo di attaccamento. In questo senso si muove anche la recente disciplina della psicopatologia dello sviluppo che cerca di unificare gli studi dell’infant research e le teorie psicodinamiche della psicopatologia .
Interessanti sono le ricerche in ambito infantile condotte da M. Haykin che partendo da un Io potenziale costruisce le varie tappe del processo di sviluppo della persona sino alla formazione di una struttura autonoma. Ma ancor più interessante è la teoria di M. A. Giusti che prende corpo dal concetto di attaccamento, separazione, individuazione per giungere alla consapevolezza di Se-Altro. Questo processo conduce il bambino a sperimentare la fase di attaccamento/separazione verso la mentalizzazione come rappresentazione di Sé che produce l’individuazione di Se-Altro e di Sé-con-l’Altro creando la sintonizzazione come base per l’intimità.
Da tutto questo panorama scientifico emerge la consapevolezza che non esiste, ancora purtroppo, una scuola che si inspiri e costruisca una teoria della tecnica ed ancor più dell’interpretazione assoluta della psicologia clinica dell’età evolutiva.............

Entra a piccoli passi nella mia anima danza i tuoi pensieri
sul tappeto steso dai sogni puoi abitare i miei giorni
la porta della casa sarà sempre aperta per te
anche quando sarò partita e l’altrove sarà il mio tempo
lascerò una memoria di luce per le notti solitarie
(R. Pesenti)


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Barbara Fabbroni
Ventidue poesie per una Notte
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008


Prologo

Al lettore che si accinge, nella tranquillità o nella perturbazione della sua notte, a leggere queste mie parole racchiuse all’interno di pagine bianche, affinchè non si disperdano nel Nulla e nel Vuoto, vorrei comunicare solo una piccola, breve, fugace emozione.
Io non sono un poeta. Io sono solo una donna che cerca di dare un senso ed un significato nutritivo alla sua vita ed agli incontri con gli altri nel territorio mondano. Non so se il mio animo è artistico. Non so se quello che leggerete è vera poesia. Non so se resterete soddisfatti ed avvolti da ciò che mi ha spinto a regalarvi questi miei stralci di pensiero.
Sono certa, però, che Tu, che in questo momento, stai percorrendo riga dopo riga queste mie parole, avrai la possibilità di incontrarmi e di conoscere il mio sentire genuino ed autentico. Parole, le mie, dedicate a Te, con l’entusiasmo di chi sa, che forse, un sorriso, una riflessione, un battito d’emozione può far sgorgare dal Tuo cuore impaurito, dal Tuo cuore cercatore, dal Tuo cuore annebbiato dal dolore, dal Tuo cuore che cerca un nutrimento autentico ed intimo.
Il titolo, di questo libro di poesie, è dedicato ad una notte, a tutte quelle notti insonni che agitano l’animo umano. Infatti, Ventidue poesie per una Notte, possono essere il compagno di viaggio, l’amico silente ma accogliente, in una notte oscura dell’anima per chiunque voglia conoscere il turbinio delle mie emozioni che diventano sue emozioni, tanto da riconoscersi in quello che scorrerà e sentirà nelle quelle parole incise su queste pagine bianche.
Io parlo anche di Te. Si, proprio di Te che ascolti e leggerai le mie parole. Parlo di un uomo, una donna, un essere umano con tutte le sue speranze, gli amori, le delusioni, le gioie, le incongruenze, le perturbazioni. Parlo di quell’Esserci che si presenta all’Altro con tutta la sua malvagità e la bontà, con una mente pensante colma di emozioni, a volte contrastanti, che traboccano giungendo violentemente tanto da soffocare e rilegare nel Nulla più abissale.
Ed è con quella consapevolezza di luoghi diversi, di territori ulteriori, di deserti aridi, di situazioni, di sensazioni, di densità d’immagini che impressionano e segnano la presenza di un essere-nel-mondo in cui la coscienza attenta e sensibile non riesce a trovare un adeguato nutrimento ma entra nel vortice assillante dell’interrogazione che io cerco di dare un significato significante che possa dare un senso. Senso di Sé e dell’Altro-da-Sé. Senso per Sé e per l’Altro-da-Sé. Senso per la possibilità che l’in-contro con l’Altro apre al Noi.
Ed in questa raccolta di poesie, in cui l’urlo dell’incertezza umana diventa a volte lacerante, cerco di trovare fra le righe la parola che anima ogni cosa: l’Amore disperso, l’Amore mancato, l’Amore che cura e che nutre, l’Amore che offre e si offre per la vita.

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Barbara Fabbroni
Tra le braccia di Narciso
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2008


Sono onorato, come psichiatra clinico, di poter scrivere qualche riga di introduzione ad un testo, come questo della Fabbroni, che mi pare molto importante, in quanto passa in rassegna in maniera, direi, più che completa, forse il nodo più critico della psicopatologia clinica e dell’antropologia contemporanea, e cioè l’area narcisistica che, in qualche modo, è sinonimo di area dell’identità e, dunque, di area specifica della vulnerabilità umana.....La Fabbroni ha letto, praticamente, tutto ciò che di essenziale è stato scritto al riguardo e lo propone coerentemente e criticamente al lettore, in un formato utilmente già digerito, anche se non ricostituito in un omogeneizzato indifferenziato. Solo per questo il testo andrebbe acquistato, soprattutto da parte di chi, giovane clinico, si affaccia solo adesso, a giusta ragione un po’ smarrito, su questo sconfinato orizzonte. ....Con questo intenso ed esteso lavoro sulla dimensione narcisistica Barbara Fabbroni propone, inoltre, il suo contributo, come psicologa clinica e come donna di cultura, all’aggiornamento della configurazione umana (Menschenbild) inerzialmente consegnataci dalle rappresentazioni storiche, soprattutto in relazione alla modernità intesa come mutamento vertiginoso e polisemico. Non è pensabile, infatti, continuare a portare avanti l’idea dell’uomo consegnataci dalla nostra storia, dalle nostre filosofie, dalle nostra psicologie, senza integrarla, in qualche modo, con le acquisizioni fondamentali di questa clinica e antropologia della dimensione narcisistica.
L’Autrice è interessata, qui, a proporre un tipo di tracciato trasversale, cioè continuamente oscillante tra regioni cliniche, regioni esistenziali, e mondo della vita. In particolare, il suo intento è quello di difendere e ripresentare, nella confusa e fibrillante temperie attuale, l’area di una psicopatologia antropologica, fondata sulla tradizione clinica e umanistica dell’Europa continentale, capace di controbilanciare gli attuali e dominanti riduzionismi neurobiologici e riabilitativi d’oltreoceano.... (Gilberto Di Petta)


Ringrazio Barbara con profonda stima e grandissimo affetto per avermi coinvolta nel partecipare a questo suo percorso. Sono assolutamente certa che le pagine di questa sua opera accompagneranno il lettore con dantesca “virtute e canoscenza”, non disgiunta da amore profondo per l’anima umana, nel labirinto patologico della nostra quotidiana normalità, aiutandolo a comprendere, a condividere, a cercare soluzioni terapeutiche e non solo. (Donatella Floridi)


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Barbara Fabbroni, in AA. VV.
Il metamondo come autocura del Se'
PSICOTECH, Rivista Scientifica della Societa' Italiana di Psicotecnologie & Clinica dei Nuovi Media. Direttore responsabile: Daniele La Barbera, Anno 5, n. 1/2007


In ogni periodo storico è possibile rintracciare avvenimenti che caratterizzano la storia degli uomini, e fenomeni che sono rappresentativi di un’epoca tanto da plasmare la storia degli uomini che la vivono. Nell’essere umano entrano in gioco profondi legami con la cultura e con la personalità, così che le risposte agli stimoli non sono, lineari e semplici, come nella biologia degli animali, ma si complicano a seconda delle capacità di lettura della realtà ed a seconda della capacità di affrontarla. Da questo ne emerge un bisogno che è alla base della struttura dell’uomo. Infatti, in ogni momento, a prescindere dal periodo storico, l’uomo ha avuto bisogno di comunicare con l’Altro, comunicare il senso di Sé, entrando in relazione con l’Altro, affinché gli potesse restituire il senso e la percezione del proprio e dell’altrui esistere, ma soprattutto che lo conducesse fuori dalla solitudine. Quella solitudine esistenziale che caratterizza, da sempre, l’uomo come essere umano, dalla quale sfugge e contemporaneamente ritorna, in quanto, appartiene alla sua unicità. La solitudine può precipitare nel panico, nel vuoto, nello smarrimento totale del non avere più direzione e contenimento, tanto da creare un autonutrimento che plachi la fame di riconoscimento, attraverso un mezzo altro che restituisca la possibilità di esserci. ....



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Barbara Fabbroni
L'SMS, una tribu' comunicativa
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2007


Da sempre i tempi hanno segni. A certi uomini, e donne, è stato dato annunciarli ed interpretarli, tanto che questa speciale categoria ha finito col porsi se non come lettrice del comportamento umano, come lenitrice di quelle sofferenze che il cambiamento porta, inevitabilmente, con se.
Il lavoro di Barbara Fabbroni si pone in posizione therapeutica, osservando, infatti, il fenomeno SMS con intensità fin nella sua origine, ma ancor più intuendo ciò che il fenomeno SMS originerà come punto di arrivo. Grazie Barbara per averci avvertito.
(Giovanni Melani)

Un’emozione dietro ogni bip. Talvolta un tuffo al cuore. Un incontrollabile quanto piacevole sensazione di esistere. Qualcuno ci cerca, pensa, vuole comunicarci qualcosa e questo già basta per sentirsi meno soli. Sensazioni che tutti, più o meno intensamente, abbiamo sperimentato quando il telefonino ci avvisa che è arrivato un SMS.
Una rivoluzione strisciante che senza troppi clamori ma assai velocemente sta modificando l’essenza della nostra società. Cambiamenti importanti a cui le persone per lo più si adattano per inerzia, senza vivere consapevolmente il cambiamento. Una consapevolezza che invece è indispensabile per avere un equilibrato rapporto con le nuove tecnologie, in modo tale da utilizzarle senza esserne dipendenti. Una dipendenza che nel delicato campo della comunicazione può diventare schiavitù.
Un rischio in cui incorrono soprattutto, ma non solo, i giovani come ci spiega Barbara Fabbroni il cui lavoro apre molteplici e profondi spazi di riflessione prendendo in analisi la tribù comunicativa che ruota attorno agli SMS . .. e che funge da antidoto al dilagare nel mondo della solitudine.
L’autrice è ben consapevole dei limiti di questo processo comunicativo e li illustra in modo preciso e puntuale. Ma in modo altrettanto preciso indica gli accorgimenti per utilizzare bene questo importante strumento altrimenti il rischio di organizzare una patologia è alto. Commovente in tal senso è leggere la testimonianza di chi ha sperimentato sulla propria pelle questo disagio e poi con fatica e dolore è riuscita a superarlo ritrovando così l’amorevole via della vita.
(Laura Gialli)


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Barbara Fabbroni
Io ho paura. Diari di vita.
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2007


L’Essere e il Nulla, proprio inteso con Sartre, è la nausea, è il contatto con la sconvolgente esperienza vissuta (appunto il panico), abisso senza fine, che si spalanca all’improvviso di fronte al singolo, in una vertigine che fa sprofondare, che annulla ogni stare...
(Bruno Callieri)

La paura tipica di ogni bambino, di ogni essere umano, è quella del buio che diviene paura nel buio. Essa è paura di perdersi, di non ritrovarsi, di smarrire la strada o i confini, è paura di esplorare ciò che non si conosce, ciò di cui non si ha traccia. Esistono fiabe dove i bambini si perdono nel bosco, dove incontrano streghe e fate, dove cercano segnali salvifici o di lasciare tracce che potrebbero indicargli il cammino. Bambini che si sono persi o sono stati abbandonati, bambini che volevano esplorare il mondo e sono stati ingannati, bambini che sono stati spinti a crescere troppo velocemente e che fanno incontri cattivi…bambini che forse dovranno narrarsi di nuovo per collocare i propri mostri e dare un significato nuovo a ciò che hanno vissuto e un finale diverso a ciò che hanno da vivere.
Quel narrare se stessi, alla luce di un ascolto attento e mirato, fa emergere il significato più profondo, promuove l’evoluzione e la crescita con piena RI-USCITA da quel cammino circolare che si avvolge su se stesso e che condanna l’individuo a una immobilità panica che equivale ad una condanna di una “morte a vita”.
(Maria assunta Giusti)

La nostra autrice è disinvolta e capace nel cercar di scoprire e indicare le varie dimensioni della struttura e del significato degli eventi creati nella malattia e dalla malattia, nonché di individuare il denso intreccio esistente tra narrazione e psicoterapia relazionale, concernente la costruzione della trama del proprio “disagio”.
(Bruno Callieri)


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Barbara Fabbroni
La solitudine in un click. La trappola della rete
EUR, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2006


"...In questo libro.....l’Autrice dedica molte e molte pagine alla nascita e alla descrizione di queste nuove dipendenze che implicano una vasta patologia, con molteplici capitoli di grande interesse, indicanti sorprendenti potenzialità psicopatologiche. L’anonimato che garantisce la disinibizione è pieno di fascino, perché racchiude tutte le aspettative di un immaginario ideale,(…..) il virtuale è intorno a noi, dentro di noi, accompagna la nostra avventura storica (……). Ma in ultima analisi non posso por fine a questo mio discorrere con Barbara e con il suo valido saggio se non in modo positivo, ringraziandola per averci saputo offrire l’accesso a una tematica, anche di ordine etico-professionale, che credo sarà molto rilevante per il percorso umano dei prossimi anni."
(Bruno Callieri)

"Il libro di Fabbroni si propone come una esplorazione completa dello straordinario rapporto fra la mente umana e la ragnatela digitalica. Questo libro costituisce la riflessione più completa ed avanzata attualmente disponibile sul tema e prende in esame tutti i principali contributi scientifici."
(Tonino Cantelmi)


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Barbara Fabbroni
Anoressia Bulimia: una strategia per esistere
Alberti & C. editori, Arezzo, 2005


Prospettive diverse per creare una visione completa su un tema tanto dibattuto e diffuso. Pagine per elaborare un messaggio di fondo: è alla persona nella sua totalità che deve essere rivolta alla cura e all’ascolto e non il singolo sintomo.
Un excurcus storico e sociale di questo fenomeno per elaborarne il significato anche in epoche passate, per evidenziare l’attuale aspetto clinico diagnostico, prendendo in visione diverse scuole di pensiero attraverso la storia di una donna.
Un libro coraggioso perché, con amore, parla dell’origine psicologica del sintomo, del dolore e della solitudine.<span style="font-style: italic;"></span>


Anoressia Bulimia: una strategia per esistere - scarica allegato
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